Al Circo Massimo, i Måneskin hanno impartito la lezione di aerobica di cui Roma aveva bisogno | Rolling Stone Italia
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Al Circo Massimo, i Måneskin hanno impartito la lezione di aerobica di cui Roma aveva bisogno

Una lezione a cui siamo arrivati con le gambe anchilosate e siamo usciti con l'acido lattico nel cuore

Damiano coi Måneskin al Circo Massimo

Foto: Roberto Panucci

Al concerto dei Måneskin al Circo Massimo il corridoio di riguardo destinato alla stampa – un semicerchio transennato tra le prime due sezioni del pratone – senza alcuna traccia di modestia è chiamato Gold Pit. Questo tipo di soluzione è un’ottima idea che gli organizzatori di grandi concerti talvolta hanno, ma che non sempre finisce per essere realizzata bene come ieri sera, vuoi per abilità del personale a gestire i flussi di persone, vuoi per l’aiuto del caso.

La presenza di Angelina Jolie, pur guardata a vista da diversi manipoli guardie del corpo – coadiuvata dalla presenza di un buffet – attira la maggior parte degli aventi diritto di passaggio verso la zona ospitalità, lasciando il Gold Pot quasi sempre libero di essere percorso in lungo e in largo, permettendo di fatto un’esperienza del concerto a sé.

Sembra assurdo che si preferisca accalcarsi nella piccola area stampa predisposta sul fianco rivolto al Palatino dell’immenso palco, dove Gino Castaldo difende come un gladiatore la sua postazione, sita sul punto più alto della cavea, quasi a strapiombo sull’arena; una porzione di terreno da cui, se ti distrai per tentare di ricordare a quale edizione di X Factor abbia partecipato questo o quell’ospite maneskiforme, è un attimo e scivoli giù, fino a incastrarti tra una transenna ed Ernesto Assante o, peggio, a terminare per direttissima nell’infermeria da campo predisposta da questo lato della scena.

Puoi vedere il concerto con un occhio al palcoscenico e uno al pubblico; e non sbirciandolo da lontano, come accade dall’area stampa, dove appare fatto di tanti pixel quanti sono le teste intente nel loro incessante headbanging, come un quadro puntinista, e che raddoppiano quando accendono le torce dei telefoni; ma da vicinissimo, camminandoci come in un enorme acquario di persone, disposte da una parte e dall’altra del percorso, che, ammutite tipo pesci per la potenza dell’impianto di amplificazione, aprono e chiudono le bocche senza che potremo mai sapere se stiano cantando “Mammamia” o se si stiano prendendo gioco della nostra genitrice per sottolineare condizione apparentemente privilegiata di braccialettomuniti.

Foto di Roberto Panucci

All’altezza del cipresso solitario al centro del circo c’è perfino una collinetta da cui probabilmente si apprezza la vista migliore della serata: trecentosessanta gradi in direzione di qualunque angolo delle tribune vogliate osservare e, tutto sommato, ancora a una distanza ottimale (né troppo lontano né troppo vicino) da un palco che, come forse saprete, per rispettare al massimo un’estetica tardo-imperiale, a tratti emette realmente fuoco e fiamme. D’accordo che è una serata fresca, ma sta pur sempre seguita a un’intensa giornata di incendi locali.

Qui si gode di una libertà di movimento eccezionale. Gli unici veri rivali da dribblare sono i venditori ambulanti di birra, aggressivi soprattutto quando devono prendere la rincorsa per gestire una consegna oltre le prime file.

Lo spettacolo nello spettacolo offerto presenta infinite possibilità di insight nella psicologia e nell’antropologia del pubblico; nella sua fenomenologia e nei suoi costumi; insomma qualunque cosa che non sia ascoltare di fila tutte le ventiquattro tracce previste dalla scaletta di filato, giacché i Måneskin non fanno pause come i romani (che stasera stanno imperialmente emulando) non facevano prigionieri. I cambi d’abito di Damiano, in effetti, pur essendo una conferma importante della possibilità di indossare la giacca a petto nudo, non aiutano più di tanto a distinguere tra i brani.

La sapientissima regia dei maxischermi alterna con gli stessi filtri – colorati o in bianco e nero – inquadrature dei Måneskin e il pubblico. La fotografia è perfetta, ad altissima definizione, come se entrambi fossero parte dello stesso show prestabilito e non live e aventi diritto di un certo margine di improvvisazione. I due monitor quadrati da un lato e dall’altro del palco, così come gli altri che si succedono a perdita d’occhio all’estremità opposta dell’arena, sono già colossali reel Instagram in diretta, pronti per essere commentati o regrammati. È come se la realtà della serata, per avverarsi sul serio, per essere creduta, avesse bisogno di questi tagli e di questi filtri perché già su Instagram. Questo va soprattutto a beneficio di chi si trova a seicento metri di distanza dalla scena, perché non vede un Damiano.

Sugli spalti trovano spazio due gruppi anagrafici principali, incuranti del quartiere e della regione di provenienza: i quindicenni e i trentenni; coi trentenni che si esaltano come quindicenni e i quindicenni che si trasformano in fini conoscitori della grande storie del rock, sciorinando aneddoti alla Carlo Verdone di quella volta in cui eravamo io, Luigino e Jimi Hendrix a prendere un succo di pera alla Conad di piazza Re di Roma.

Non importa quanto siano eccentrici, bizzarri, stralunati i loro beniamini che suonano sul palco: il pubblico del Circo Massimo riesce sempre a mostrare di essere perfettamente accordato, uno strumento pronto per essere suonato.

Foto di Roberto Panucci

Per esempio: a un certo punto Victoria termina un assolo eseguito nella parte terminale della passerella protesa sul pratone. È a circa 25 metri di distanza dal resto della band. Mentre il pezzo prosegue, momentaneamente privo del suo contributo bassistico, eccola che comincia a correre a perdifiato verso gli altri. Non sembra un ricongiungimento pacifico; anzi, a giudicare da come corre è più come se avesse appena scoperto che i colleghi le hanno detto che, come si dice a Roma, che le puzzi il fiato. E invece niente: giunge a destinazione, frena di botto e si posiziona al suo posto, e riprende a percuotere il suo basso come se fosse un tamburello da pizzica. Forse in quella corsa senza motivo – ma che era parsa così necessaria, come se fosse la cosa più importante da fare al mondo – c’è tutto il senso dei Måneskin. Pura energia apparentemente inspiegabile, assoluta espressione di salute e di gioventù, che ci lasciano inizialmente perplessi e poi ammirati, come quando sorridiamo increduli davanti a un quattrenne che vedi galoppare disperato per andare da un un punto A a un punto B della casa e ti chiedi perché correre se puoi camminare e, in ultima istanza, perché camminare se puoi strisciare.

Per tutta risposta un giovanissimo padre posizionato appena dietro le transenne che separano il Gold Pit dalle tribune laterali dell’immensa platea dei fasti maneskiniani imbraccia il figlio e comincia a suonarlo sul pancino come se fosse una chitarra o un basso (purtroppo non era dato saperlo per via del forte frastuono che proveniva dagli amplificatori) e dunque omaggiando, rispettivamente, o Thomas o Victoria, anche se è più probabile Victoria.

Come se ci avesse sentito e si fosse un po’ ingelosito, Damiano, al microfono, si compiace dei peli delle sue ascelle inquadrati dalla regia. Allora una giovanissima madre commenta: “Damià pure i peli c’hai belli”. L’ordine è ristabilito.

Foto di Roberto Panucci

Ma ciò che più ci affascina e tormenta è la nozione che, sparse per tutto il circo, decine di migliaia di quindicenni stiano assistendo per la prima volta a un evento musicale dal vivo. Il beat del batterista Ethan è così forte che è come se stessero captando nell’aria frizzantina della sera un battito cardiaco diverso dal proprio e da quello dei propri cari, un battito estraneo ma che, amplificato, sta diventando anche il loro e quello di tutti gli altri. È regolare, sì, a tratti monotono. Eppure il labiale di uno di loro non potrebbe essere più chiaro e commovente quando scandisce: “Papà, non pensavo che la musica dal vivo fosse sentire ‘sti botti e vedere ‘sti zompi”.

Quando Damiano finalmente esce fuori di metafora e chiede a tutto il pubblico di abbassarsi sulle ginocchia, per poi rialzarsi all’unisono, cominceranno pure i dolori per i trentenni, ma il significato della serata può prendere finalmente forma.

Il concerto che ieri sera i Måneskin hanno tenuto al Circo Massimo ci ha dimostrato che il gruppo romano è molto più di un remake del film in cui tutti hanno dimenticato i Beatles (solo che in questo caso tutti dimenticato tutto, anzi forse non lo hanno mai saputo). In verità è stato più di un semplice concerto: è stata una straordinaria lezione di aerobica di cui Roma e l’Italia, così fuori forma, forse non sapevano di aver bisogno, del resto, come molti di coloro che più hanno bisogno di una lezione di aerobica. Una lezione dove siamo arrivati con le gambe anchilosate e siamo usciti con l’acido lattico nel cuore.

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