Addio a Shock G, re dell'hip hop da festa | Rolling Stone Italia
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Addio a Shock G dei Digital Underground e all’hip hop preso bene

Aveva 57 anni, aveva tenuto a “battesimo” 2Pac e col suo gruppo ha fatto la storia dell’hip hop festaiolo e col senso dell'umorismo. Ma purtroppo non c'è gusto nel rap ad essere divertenti e bizzarri

Shock G dal vivo con Tupac nel 1990

Foto: Al Pereira/Getty Images/Michael Ochs Archives

La notizia l’ha data il solito TMZ, che su queste cose ormai brucia quasi sempre la concorrenza: è stato trovato morto in una stanza d’albergo a Tampa, in Florida, Gregory Jacobs, rapper col nome d’arte Shock G (o Humpty Hump, se preferite), leader e co-fondatore degli storici Digital Underground. A 57 anni, di sicuro troppo giovane per morire. Ma altrettanto sicuramente, un nome che suona famigliare – e dolorosamente vicino – solo agli appassionati hip hop vecchia scuola.

Eppure, per il solo fatto di aver battezzato il debutto nel mondo discografico di un certo 2Pac – nel 1991, con la traccia Same Song architrave tra l’altro della colonna sonora di un filmetto con Dan Aykroyd, Chevy Chase e Demi Moore – Jacobs meriterebbe un posto nella storia. C’è stato in realtà un momento in cui i suoi Digital Underground erano davvero una delle navi ammiraglie della scena hip hop mondiale, ma bisogna scorrere indietro di trent’anni, ai primissimi anni ’90; perché negli anni successivi altri album sono arrivati, certo, dal successo però sempre decrescente, fino alla chiusura definitiva della ditta nel 2008.

Quella però una esperienza che andrebbe rivalutata. Certo, oggi il rap allegrone dei Digital Underground suona datato, in tempi di farfugliamenti, trap e codeina; e al tempo stesso – altra faccia della stessa medaglia – Shock G e i Digital Underground anche negli anni migliori non si sono mai distinti per particolare profondità dei testi, quindi in quell’arco costituzionale che va dai Public Enemy e Grandmaster Flash e arriva a Kendrick Lamar non ci entreranno mai, e anche in quanto a realness sì, saranno stati anche i padrini di 2Pac, ma sono sempre rimasti in un hip hop per lo più da festa, sorrisi a tutti denti e pochi ringhi da vita vera.

Hanno però rappresentato un hip hop diverso. Prima di tutto musicalmente, perché sono stati i fautori della via westcoastiana all’hip hop, saccheggiando il p-funk dei Parliament/Funkadelic (ispirazione dichiaratissima per Jacobs, che anzi agli inizi carriera si faceva chiamare MC Starchild proprio in segno di devozione a Clinton) e creando un marchio che tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 era diventato nitidissimo, dirimente (basta chiedere ai Sottotono, che – e a pensarci è una coincidenza amara – proprio oggi tornano ufficialmente in pista con nuovo singolo e che nel loro primissimo album del 1994 avevano l’hip hop West Coast americano come influenza esplicitissima: La biccia giusta era proprio figliastra dei Digital Underground).

Ma al di là di questo, Shock G va ricordato anche per una cosa che oggi sembra fantascienza: il sense of humour. Merce nell’hip hop già storicamente scarsa di suo, ma da tempo ormai proprio assente e bandita (tant’è che chi ne fa uso, vedi in Italia Caparezza, viene tout court espulso dalla consorteria rappusa più dura e pura, proprio in automatico). Di MC che si creavano e si creano identità fittizie è pieno il mondo – ripensando ad altri lutti recenti in campo rap, il leggendario MF Doom – ma di queste identità quasi nessuna è stata palesemente macchiettistica come era quella di Humpty Hump per Jacobs (il rapper con gli occhiali e il nasone finto, che si divertiva a cambiare personaggio ad ogni inquadratura di video e che era l’architrave del primo successo commerciale dei Digital Underground, The Humpty Dance, anno 1990).

Non erano dei capolavori di profondità filosofica, i testi Shock G, ma lui di suo era una persona gradevolissima, piena di interessi e curiosità intellettuali. L’infanzia non è stata facile: nato a Brooklyn, scuole elementari in Florida, torna a New York da teenager e si mette subito nei guai, tra furtarelli e quant’altro. Prima di essere rispedito dal padre in Florida fa in tempo però ad assaporare la nascente scena hip hop della Grande Mela, tra Queens e Brooklyn, e nel momento in cui decide di trasferirsi nella Bay Area (a Oakland, terra storicamente fertilissima per l’hip hop intelligente) ha comunque già chiara in mente la missione del rap. Il fatto però di avere un doppio background (East Coast e West Coast) lo ha sempre aiutato a non farsi trascinare nella spirale di negatività e violenza che ha colpito la scena in quegli anni proprio nello scontro fra le due fazioni: spirale che è culminata con la morte violenta, a breve distanza l’uno dall’altro, di 2Pac e Notorious B.I.G. Proprio però il fatto di essere rimasto fuori da quella guerra allora ubiqua e totalizzante, abbracciato al suo personaggio di preso bene, lo ha reso presto una figura datata e poco rilevante, una specie di reperto del passato, e questo solo pochi anni più in là rispetto ai grandi successi (e al merito di aver battezzato la carriera di 2Pac).

Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti, diceva Freak Antoni; nell’hip hop, evidentemente, da un certo momento in avanti – passata anche la daisy age newyorkese dei primi De La Soul e A Tribe Called Quest – non c’è stata evidentemente più convenienza ad essere divertenti e bizzarri. Tant’è che altre gemme assolute del genere venute fuori sempre dalla California subito dopo i Digital Underground, pensiamo a Freestyle Fellowship e soprattutto Pharcyde, non hanno mai avuto quanto realmente meritavano per il loro enorme talento e la loro grandissima ricchezza musicale. Forse, oltre a star dietro ai farfugliamenti, allo swag, alla drill e ai down da psicofarmaci, dovremmo iniziare a recuperare meglio anche quella parte lì della storia.

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