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Ad Abbey Road per ascoltare in anteprima la ristampa di ‘Revolver’ dei Beatles

L’avete sentita ‘Yellow Submarine’ in versione malinconica cantata da Lennon? Questa e altre chicche sono contenute nell’edizione deluxe che uscirà a fine ottobre. Abbiamo ascoltato alcuni estratti con Giles Martin, che ci ha spiegato perché nel 2022 i Beatles sono ancora all'avanguardia

Maggio 1966, i Beatles ad Abbey Road per i filmati promozionali di 'Paperback Writer' e 'Rain'

Foto: Apple Corps

Revolver è uscito nel 1966, ma era talmente avanti sui tempi che dev’essere ancora compreso a fondo. I Beatles stavano cambiando alla velocità della luce, lasciandosi alle spalle tutte le loro precedenti incarnazioni. Paul McCartney esplorava l’arte e la musica d’avanguardia. John Lennon leggeva Il libro tibetano dei morti. George Harrison studiava il sitar e il misticismo indiano. Ringo Starr s’era fatto costruire un pub nella tavernetta. Il risultato è Revolver, un disco ciclicamente osannato come il più grande album rock di sempre.

Il problema è che il mondo non l’ha ancora ascoltato per davvero. Nel 2022 scopriamo infatti che Revolver riserva moltissime sorprese. Nel corso di alcune giornate estive passate ad Abbey Road, il leggendario studio dove i Beatles erano di casa, Rolling Stone ha potuto approfondire la conoscenza della nuova versione di Revolver: il produttore Giles Martin (figlio del produttore dei Beatles George Martin) ci ha fatto ascoltare delle outtake inedite tratte dalle session e un nuovo stupefacente mix del disco più sperimentale dei Fab Four.

Per quest’album i quattro avevano deciso di ripensarsi da zero, giocando con la psichedelia, la musica da camera, i raga indiani, il soul di Memphis. Come spiega Giles Martin, «è un disco in cui ascoltando ogni canzone ti viene da pensare: “Ah, ma allora è questa la direzione che vogliono prendere”. E ogni volta vieni smentito. I Beatles stavano crescendo, ma restavano pur sempre quattro individui con stili diversissimi. È questa la sostanza dell’album. L’idea era di dire: “Cosa hai di bello? Quanto è folle? Bene, posso fare qualcosa di ancora più pazzo”».

Il nuovo Revolver è pieno di sorprese e una delle più inaspettate ed emozionanti arriva da Yellow Submarine. È universalmente conosciuta come la canzonetta per bambini scritta per Ringo, ma il demo registrato da John mostra come il brano fosse, all’inizio, una ballad acustica e malinconica con echi della Plastic Ono Band. Quella triste confessione di John è poi stata trasformata in una canzone per i più piccoli e qui è condensato l’intero trip di Revolver. Chi altro avrebbe potuto trasformare una semplice idea di canzone così tante volte, per poi ottenere un risultato così perfetto? Solo i Beatles.

La nuova versione di Revolver uscirà in 28 ottobre e avrà un suono ancora più definito grazie all’utilizzo della tecnologia di “de-mixaggio” sviluppata dal team di Peter Jackson in occasione del documentario Get Back. L’edizione super deluxe conta 63 tracce (ci sono l’album originale in mono e stereo, la versione in Dolby Atmos e diverse outtake), accompagnate da un libro di 100 pagine; quella standard presenta il disco nella sua versione originale, con 14 brani.

In quel momento i Beatles erano sicurissimi di sé e più uniti che mai: vivevano in una sorta di bolla, sulla stessa lunghezza d’onda. Erano armati di una voglia di sperimentare contagiosa: il loro tecnico del suono diciottenne, Geoff Emerick, ha trasformato il loro sound ficcando un maglione nella cassa di Ringo Starr, mentre il produttore George Martin si spingeva sempre più in là, superando ogni giorno i limiti della tecnologia degli studi di registrazione.

Tutto, nella musica che facevano, dimostra che i Fab Four erano cresciuti. Come dice Martin, «quando Paul ha ascoltato il disco con me, mi ha detto: “Questo è l’album di quattro persone che collaborano”. Ha segnato la fine della Beatlemania: “La Beatlemania fasulla è morta”, come hanno detto i Clash. In Revolver i Beatles cessano di essere un mostro a quattro teste. Hanno stili differenti, ma qualunque cosa facciano restano sempre i Beatles».

Lavorare alla nuova edizione ha segnato per lo stesso Martin un repentino cambio di prospettiva, dopo Get Back. «Quando ho ascoltato le outtake di Revolver, dopo avere fatto Get Back, ho pensato: ci sarà da divertirsi. Qui c’è davvero un entusiasmo enorme. Non c’è nessuna visione apocalittica, non c’è stata nessuna lite, non si sono rimessi insieme dopo avere rotto». Certo, i ragazzi discutono, come nell’outtake in cui prendono in giro Harrison perché impiega troppo tempo a pensare ai titoli delle canzoni. «Ma è una discussione amichevole rispetto a quello che sarebbe successo un paio d’anni dopo. La mela non era ancora marcia».

Il disco è anche una fotografia dei Beatles nel momento in cui decidono di smetterla coi tour. «Quanto di ciò che troviamo in Revolver è il risultato della frustrazione causata dall’andare in tour?», si chiede Martin. «Si sono chiusi in studio per fuggire alla Beatlemania ormai deragliante alla ricerca di un mondo diverso in cui rifugiarsi».

I Fab Four erano stanchi di corse folli per tenere concerti del tipo toccata e fuga, senza neppure avere il tempo di sperimentare con la loro musica sul palco. E il tour estivo statunitense è stato il loro ultimo, peraltro funestato da proteste e problemi (come una manifestazione del Ku Klux Klan con 8000 persone fuori dal loro concerto a Memphis). Per Martin, questi eventi hanno contribuito a portarli ad Abbey Road. «Era il loro porto sicuro», spiega. «C’era un tale caos intorno a loro che hanno preferito ritirarsi. Abbey Road era un santuario in cui rifugiarsi».

Il nuovo mix di Giles Martin e Sam Okell supera quello che già avevano fatto con le precedenti edizioni deluxe degli album dei Beatles per via del “de-mixing” concepito per il documentario Get Back con la finalità di separare le voci dei singoli componenti dei Beatles, altrimenti seppellite nel pastone sonoro dell’audio originale dell’epoca.

Spiega Martin: «Nessuno è in grado di ottenere un audio come quello del team di Peter Jackson. La cosa divertente è che non lasciano usare la loro tecnologia a nessun altro. Ma Peter è un grandissimo fan dei Beatles e ci ha aiutati. Mi piace il fatto che in un certo senso i Beatles ancora oggi ricorrano a delle tecnologie che nessun altro utilizza. È una cosa all’avanguardia. Quello che fanno, in pratica si può spiegare così: tu mi porti un dolce e io te lo riconsegno un’ora dopo con tutti gli ingredienti separati (farina, latte, uova) e non c’è traccia del dolce originario».

Taxman, per esempio, è stata registrata con batteria, basso e chitarra ritmica su un’unica traccia. La nuova tecnologia consente di ottenere tracce singole per la cassa di Ringo, i tom-tom, il charleston e tutto il resto. Nulla viene alterato, ma in questo modo possiamo sentire molto meglio ciò che i quattro hanno suonato chiusi in quella stanza, quel giorno. Emergono dettagli che erano rimasti nascosti nel mix, come per esempio la chitarra acustica in For No One o gli schiocchi di dita in Here, There, and Everywhere.

I Beatles durante le session di ‘Revolver’. Foto: Apple Corps

Nel libro allegato all’edizione super deluxe c’è un brillante saggio di Questlove incentrato sulla scoperta della band attraverso richiami alla musica afroamericana nei Beatles: funk, rap, soul. Quando ha ascoltato i Beatles per la prima volta ha riconosciuto alcuni beat poi campionati nei dischi di Special Ed o A Tribe Called Quest. E approfondisce questa affascinante connection fra i Beatles e l’hip hop osservando che «il messaggio di Taxman potrebbe benissimo essere Fuck the Police».

L’impulso creativo dei Beatles impregna ogni dettaglio di Revolver, fin dalla copertina creata dal loro vecchio amico di Amburgo, Klaus Voorman. Il libro contiene anche un estratto del suo graphic novel Birth of an Icon Revolver 50. Spiega Voorman: «Non mi hanno detto nulla su ciò che dovevo fare. Solo: “Klaus, vieni in studio ad ascoltare la musica e vediamo cosa ti viene in mente”». Come tutti, anche lui è rimasto sbalordito da ciò che sentiva. «Rubber Soul era già fantastico. E mi piace molto quella foto che c’è sulla copertina. Ma ora c’era Tomorrow Never Knows, con quei piatti scroscianti, le tracce velocizzate, le chitarre al contrario e il battito d’ali degli uccelli. Era una cosa folle. I pezzi mi hanno travolto e ho pensato: “Oh mio Dio, come posso fare una copertina per questa roba? Rappresenta un passo gigante verso una direzione totalmente nuova”».

Il suo collage ha alzato ulteriormente l’asticella. «Ho detto: ragazzi, andate a casa e cercate nei cassetti tutte le foto che avete che siano di buona o cattiva qualità, portatemele e basta». Ha disegnato degli schizzi molto dettagliati dei visi dei componenti ed è particolarmente orgoglioso di come è venuto John: «Quegli occhi a mandorla e quelle narici colpiscono molto. Il naso è incredibile».

Ecco un excursus su otto momenti rivelatori della deluxe edition di Revolver.

Rain (Take 5, Actual Speed)
I Beatles hanno ottenuto un effetto psichedelico sognante, per il lato B di Paperback Writer, registrando la parte strumentale velocissima e poi rallentando i nastri. Ma è sorprendente ascoltarli mentre eseguono, in diretta, la traccia a tutta velocità, con Ringo che suona alla Ramones.

Yellow Submarine (Songwriting Work Tapes 1 & 2)
Tenetevi forte: tutto quello che pensavamo di sapere su questo brano è sbagliato. Il mondo intero concorda sulla versione secondo cui la canzone nasce come filastrocca per bambini (che John a malapena tollerava) scritta da Paul pensando a zio Ringo. Ma non meravigliatevi se vi troverete a versare una lacrimuccia ascoltando John che la canta. Il ritornello è di Paul, ma le strofe sono farina del sacco di Lennon, in modalità intimista, che suona alla chitarra una linea di fingerpicking un po’ folk e canta: “Dove sono nato / A nessuno importava, a nessuno importava / E del nome che mi hanno dato / A nessuno importava, a nessuno importava”. Nel demo, inciso a casa sua, il pezzo è una ballata spezzacuore sui ricordi d’infanzia, a metà strada fra Julia e Strawberry Fields Forever. Martin: «Non ne avevo idea, finché non ho iniziato ad ascoltare le outtake. E ho detto a Paul: “Ho sempre pensato che l’avessi scritta tu per Ringo e che John non la sopportasse”. Niente di tutto ciò. È un pezzo alla Woody Guthrie. E che bellezza cogliere la profondità che ci sta dietro». Vero è che non sarebbe immaginabile un mondo in cui la versione di Ringo non esiste.

Eleanor Rigby (Speech Before Take 4)
George Martin dà istruzioni ai musicisti classici per le parti di Eleanor Rigby, facendo da mediatore fra loro e Paul. Loro chiedono a McCartney se devono usare il vibrato sugli archi, ma Paul lascia la scelta a Martin, che decide che il vibrato avrebbe dato un tocco troppo dolce. «Facciamola senza», dice. «Il vibrato si deve sentire solo quando hai qualcosa da dire», una frase che riassume perfettamente la sua filosofia di produzione. Martin ha sempre evitato di aggiungere elementi che non avessero un significato.

Love You To (Take 7)
L’inno di George a base di sitar e tablas entra in una nuova dimensione, con Paul che canta un’armonia delicata. Dà al brano un tocco di leggerezza, ma dimostra anche che questa leggerezza non era giusta per una canzone così austera. I Beatles hanno perfezionato una parte armonica che poi hanno eliminato perché non era adatta al pezzo: in questo modo di lavorare è racchiusa la loro saggezza musicale.

For No One (Take 10)
Ringo domanda: «Allora devo farla dritta? Non devo fare nient’altro?». Paul lo sprona: «No, fai!». È il ritratto della spinta creativa che sta dietro a Revolver. Come potete immaginare, ascoltare gli ultimi due Beatles viventi in questo duetto strumentale piano e batteria è una grandissima emozione.

I Want to Tell You (Take 4)
George tendeva a bloccarsi sui titoli delle canzoni. Dopo avere scritto Love to You, continuava a chiamarla Granny Smith (come le mele) perché non gli veniva in mente altro. I Want to Tell You è uno dei suoi brani migliori ed era chiaro che il titolo poteva essere solo il ritornello. Quando Martin gli chiede «Com’è intitolata, George?», gli altri scoppiano a ridere. John risponde sogghignando: «Granny Smith, Part Friggin’ Two!» (Granny Smith, maledetta parte 2, ndr). Anche Ringo, normalmente molto diplomatico, non si trattiene e ci mette bocca: «Tell You sarebbe un bel titolo».

Here, There, and Everywhere (Take 6)
Macca si prende lo spazio per un assolo di chitarra in questo suo brano d’amore privo delle armonie vocali degli altri. Ascoltarlo mentre improvvisa questa versione rilassata conferma semplicemente che Here, There, and Everywhere è la regina di tutte le ballad di Paul. Non si può volare più in alto di così.

And Your Bird Can Sing (First Version with Giggling & Take 2)
John ha sempre rinnegato questa piccola gemma satirica e piena di sentimento: era la mossa tipica che faceva quando temeva d’essersi messo troppo a nudo. In Anthology 2 era già inclusa la take con le risatine, ma qui ne troviamo anche una seconda che in pratica è composta da 144 secondi di sghignazzate: Paul e John, faccia a faccia, ridono a crepapelle. Ed è perfetta per descrivere il feeling di questa edizione deluxe.

Tradotto da Rolling Stone US.

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