Abbiamo chiesto ai lavoratori dello spettacolo cosa pensano del Welfare di Franceschini | Rolling Stone Italia
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Abbiamo chiesto ai lavoratori dello spettacolo cosa pensano del Welfare di Franceschini

I cambiamenti sono migliorativi, ma non risolvono i problemi e non eliminano la disparità con altre professioni. Il tema chiave è quello del lavoro dignitoso. «Avremo solo briciole»

Foto: Bee Balogun/Unsplash

Il 20 maggio scorso il Ministro della Cultura Dario Franceschini ha annunciato un nuovo Welfare per i lavoratori dello spettacolo, consultabile on line, dichiarando di aver rafforzato «le tutele dei lavoratori dello spettacolo, dalle indennità di maternità a quelle per la malattia, dall’assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali al sistema pensionistico fino all’introduzione di una nuova indennità di assicurazione per la disoccupazione involontaria».

Finora il Ministero aveva messo in campo fondi e risorse in ottica emergenziale, per far fronte alle perdite dovute ai mesi di chiusura dei luoghi della cultura tra 2020 e 2021, mentre questo provvedimento è da intendersi a tempo indeterminato. Bene quindi che ci siano finalmente delle novità. Per quanto riguarda l’essere genitori, ad esempio, il sostegno viene ora parametrato al reddito percepito nei dodici mesi antecedenti il periodo indennizzabile, mentre in precedenza il periodo preso in esame erano le ultime quattro settimane. Le questioni sul piatto sono però ancora molte e il grande tema rimane quello del lavoro dignitoso.

Gaia Bellino, tecnica luci e componente di Artemis | Associazione Rete Tecnici e Maestranze Intermittenti dello Spettacolo, è tra i lavoratori interpellati da Rolling Stone e spiega cosa non va con un esempio: «Oggi, un servizio tecnico base a terra ha un costo medio di mercato di 200 euro al giorno. Il datore di lavoro paga questa cifra solo in parte come compenso, il resto tramite rimborsi e premi detassati (talvolta fasulli) per arrivare alla cifra pattuita». Il nuovo Welfare prevede l’innalzamento della retribuzione massima giornaliera di riferimento per il calcolo di prestazioni del Servizio sanitario nazionale, contributi e malattia da 67,14 a 100 euro. «Diversamente da altre professioni, non si capisce perché per lo spettacolo debba esserci un limite massimo a 100 euro giornalieri per il calcolo dei contributi. Così non si combatte il lavoro grigio, ma lo si alimenta. L’abuso del metodo legalizzato dei rimborsi e premi detassati crea un danno ingiustificato al lavoratore, sia nella paga che nei contributi, impedendogli l’accesso a servizi e pensione dignitosi. Stesso discorso per il tetto massimo di 35 mila euro annui». Solo eliminando questo tetto massimo si potrà dire che lo Stato sta combattendo il lavoro nero.

Se invece ci si ammala è un problema, come spiega Samos Santella, elettricista in teatro e componente di Risp – Rete Intersindacale Spettacolo. «Per poter usufruire dell’indennità di malattia, prima di questa manovra era per noi dello spettacolo necessario aver lavorato 100 giorni nell’anno precedente. Ora queste giornate sono state abbassate a 40, mentre ognuno dovrebbe aver diritto alla malattia senza conteggiare le giornate lavorate», com’è del resto nella stragrande maggioranza delle professioni. «Con questo intervento non è stato messo in discussione nulla, invece noi chiediamo proprio una rimessa in discussione del lavoro nel mondo dello spettacolo. Questo annuncio parla di un aggiustamento, non di un vero cambiamento».

Per Massimiliano Loizzi, attore, autore e volto del Terzo Segreto di Satira, «è stato come aspettare una festa di compleanno da bambino e quando poi arriva quel giorno ricevi i regali sbagliati: il decreto legge è un modo per evitare di discutere davvero la manovra. Ci sarebbe voluto più tempo e concertazione tra le parti». Il lavoro dell’artista comporta una formazione e uno studio quotidiano: «Molti di noi sono anche formatori», nel senso che insegnano la professione, «e spesso non vengono assunti come tali», quindi non sono riconosciuti nemmeno come professionisti della formazione.

Foto: Sirio Tessitore/NurPhoto via Getty Images

Dall’1 gennaio 2022 sarà introdotta Alas, una nuova assicurazione per la disoccupazione dei lavoratori autonomi dello spettacolo. Come spiega Loizzi, «Alas non riconosce il fatto che il lavoro dell’artista è discontinuo». È infatti riservata a chi abbia maturato nell’ultimo anno precedente alla domanda di disoccupazione almeno quindici giornate di contribuzione, ma in questo settore non tutti arrivano a quindici. Perciò, dice Loizzi, «la manovra è pensata da chi il nostro mestiere non lo conosce, nonostante il Ministro sia tale da tre anni. Con questo provvedimento Franceschini fa un po’ come Di Maio quando ha detto “Abbiamo abolito la povertà”. Manca la cultura della cultura, che porta alcuni senza competenze a dire “Questo lo posso fare anch’io”. L’Inps non ha sufficienti competenze per il nostro settore, e questo me l’hanno detto gli stessi impiegati. Nell’ultimo anno al bar mi è stato offerto spesso il caffè e lì mi sono reso conto che molte persone che fanno un altro lavoro hanno compreso le difficoltà del nostro settore».

Anche Laura è un’attrice e dice: «Il Decreto Legge Sostegni e il Sostegni Bis non sono né una rivoluzione, né una riforma come è stato detto: riceveremo solo briciole e per questo abbiamo indetto una manifestazione nazionale il prossimo 15 giugno a Roma». Il gruppo di cui Laura fa parte, Professionisti dello spettacolo, sta usando i social per spiegare perché così il DL non va: ad esempio, il tetto dei 35 mila euro di reddito per richiedere Ales è troppo basso e andrebbe alzato a 50 mila, e il finto lavoro autonomo deve essere combattuto. «Con questa decisione il ministro ha fermato il processo democratico con cui avremmo potuto cambiare finalmente le cose», ossia ha fermato la richiesta di ascolto che i lavoratori considerano l’unica via per attuare una riforma che contempli le loro istanze. «Il reddito di continuità, da noi proposto da più di un anno, non si è ancora realizzato. Inoltre mancano le annualità bianche per il 2020 e il 2021», ovvero il dovuto per il periodo in cui tutti avrebbero lavorato se solo non fosse stato impossibile a causa delle chiusure delle sedi di spettacoli.

Dario Buccino, compositore e presidente di ASM Confesercenti Artisti di Strada a Milano ricorda inoltre la specificità dei performer di strada: «Molte amministrazioni ci considerano un problema di ordine pubblico. Eppure l’arte di strada è un fenomeno culturale accettato anche dal mainstream: ai talent show in televisione si vedono molti artisti che sono anche artisti di strada, ma i ristori di quest’ultimo anno hanno escluso la nostra categoria, perché non abbiamo ancora nessun tipo di inquadramento professionale. A causa di questo vuoto normativo, il nuovo sistema del welfare formulato da Franceschini ignora in maniera completa la stessa esistenza della categoria degli artisti di strada».