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60 volte Boy George

Macché meteora, la pop star che oggi compie gli anni è uno dei genitori della musica fluida (in tutti i sensi) e mille altre cose. Per dirla con Pier Vittorio Tondelli, è stato la Liz Taylor dei ragazzi anni ’80

Boy George ai tempi dei Culture Club, 1984

Foto: Mike Prior/Getty Images

Oggi è un giorno speciale, perché siamo qui a celebrare il compleanno di Boy George. Compie 60 anni, un traguardo incredibile se pensiamo al tipo di vita ha condotto, assolutamente difficile e contraddittoria. È uno dei pochi simboli degli anni ’80 sopravvissuti a se stessi perché entrati come l’LSD nelle tubature della cultura, dell’immaginario e del costume dell’intero pianeta. Nonostante questo, molti continuano a relegarlo nella nicchietta di quell’epoca d’oro del pop in cui osare era la prassi. Vero, ma ci si dimentica che i pionieri rischiarono a proprie spese mentre gli altri imitavano e basta.

Boy George e i suoi Culture Club hanno aperto le acque come Mosè tracciando una strada dalla quale non si è più tornati indietro. E se le nuove generazioni vedono magari distrattamente l’esperienza di quella band come cristallizzata, beh non è esattamente così. Anzi, probabilmente, riavvolgendo il nastro, Boy George è stato quello che meglio ha interpretato in tempi non sospetti il concetto di pop che ora spopola. Ecco quindi un piccolo vademecum in sette punti del perché oggi dovremmo salutarlo come assoluto prime mover da cui prendere esempio.

1Ha superato i generi musicali

Boy George è uno dei classici esempi che hanno a che fare con la trasformazione e con l’esplorazione dei generi musicali fino al loro completo superamento. Il suo background a prova di bomba parte dalla new wave punk londinese. Scoperto da Malcolm McLaren e infilato quasi a forza all’interno dei Bow Wow Wow, a detta del manager allo scopo di stimolare Annabelle Lwin (la cantante ufficiale della band) a darci dentro. Perché Boy George faceva già discutere per il suo look e per i suoi atteggiamenti dirompenti: veniva dalla classe operaia e il suo aspetto androgino veniva portato con fierezza a qualunque costo. Col soprannome di Tenente Beone rimarrà con i Bow Wow Wow per pochissimo poiché la sua presenza scenica e la sua voce carismatica oscuravano Lwin. Ma non era solo quello a creare un divario quanto le caratteristiche vocali di Boy George: ovvero una voce soul versatile, tanto potente quanto personalissima e delicata. Non ce n’era per nessuno, anche perché era applicata in un contesto new wave come solo quella di Alison Moyet degli Yazoo: ragion per cui mettersi in proprio era l’unico modo per arrivare al sodo.

Incontrando il bassista Mikey Craig si creano le basi per una band alla quale si unisce Jon Moss, grandissimo batterista, all’epoca famoso per militare in band punk e new romantic come i Damned e soprattutto Adam and the Ants. La sua apparizione sarà fondamentale per gli equilibri e gli squilibri del gruppo, come vedremo, ma la cosa interessante è che – prima di scegliere il nome di battaglia Culture Club – i nostri si sono chiamati Sex Gang Children, nome che poi userà Andi Sexgang, amico di Boy George, per la sua band post punk. Insomma, il nostro bazzicava degli ambienti musicali che definire estremi è poco. E forse anche per questo il nome Culture Club nascerà spontaneo a unire diversi mondi musicali e razziali, considerando le varie origini della band, irlandesi ebree e giamaicane. Gli estremi insomma, che però si incontrano per creare un mondo armonico e non distopico come volevano invece i dettami del punk: è questo a fare la differenza.

2Ha rappresentato lo stato dell’arte del pop

Definire la musica di Boy George è estremamente difficile: per questo è inserita in modo facilone nel groviglio del new romantic. Da una parte è giusto, visto l’estrema emotività dei brani, dall’altra forse si dimentica il fatto che la musica dei Culture Club unisce mondi apparentemente inconciliabili: nel momento in cui ti ritrovi un giro punk-funk in mano, ecco che diventa un pezzo pop dance, e poi improvvisamente nonostante la base wave, si sposta in zona caraibica o latina. Musica leggera come una piuma che pattina sul timpano delle orecchie, all’apparenza usa e getta ma che nello stesso tempo ha un sottofondo potentissimo (il blues) che delle esperienze più forti sopraccitate prende l’elettricità pura e ne fa roba indimenticabile. Non a caso sarà un passaporto per il mondo intero. Quello che oggi tutti tentano di fare, cioè un pop perfetto a prova di bomba, Boy George l’aveva già sperimentato e dato alle masse negli anni ’80 e possiamo dire che è anche stato l’unico a creare qualcosa di veramente inattaccabile per pulizia, precisione, puntualità e innovazione. Come li giri li giri, e anche se non ti fanno impazzire, i pezzi dei Culture Club sono davvero delle sculture di pop art iperrealista. Non sai distinguere tra realtà e finzione.

3Ha una voce assieme bianca e nera, maschile e femminile

Proprio per quello che abbiamo detto, Boy George rappresentava qualcosa oltre il genere umano: era un alieno, qualcuno che incarnava tutti e nessuno. La sua voce scivolava in terre soul nerissime e nello stesso tempo aveva i colori sfumati del pop più accessibile. Come disse Mike Bongiorno una volta ospitati i Culture Club nella sua trasmissione, Boy George fu votato dalla stampa inglese nello stesso momento come miglior voce femminile e miglior voce maschile, e alla domanda cosa preferisse George rispose «entrambi». Noi diremmo anche miglior voce nera e miglior voce bianca. L’incredibile miscela non riuscì neanche al migliore George Michael, per ovvi motivi di voce caricata in un machismo qui assente. Boy George si fa portavoce invece di un’essenza “transumana” al di fuori dal tempo, allo stesso tempo fragile e decisa. Come se in lui vivessero interi continenti, intere generazioni, intere immaginazioni. Che poi sono quelle dei video dei Culture Club, dove si viaggia nel passato e si riscrive la storia dando riscatto agli sfruttati, ipotizzando nuove terre e nuovi colori.

4È stato icona LBGT ante litteram

Col suo look incredibile e appunto con questa capacità di unire vocalmente umanità diverse, Boy George è stato uno dei primi idoli gender bender della storia. Truccato in maniera ultrapesante, con i suoi splendidi occhi chiari e le sue movenze feline, era esattamente quello che pensava di lui lo scrittore Pier Vittorio Tondelli: incarnava la Liz Taylor degli anni ’80. Era un’affermazione verissima: Tondelli poi era talmente fan dei Culture Club che la sua rubrica musicale su Rockstar si chiamava proprio in questo modo. Se oggi è relativamente facile “fare gli strani”, all’epoca Boy George sembrava sfidare lo status quo giorno dopo giorno con il sorriso sulle labbra, ponendosi come un personaggio al di sopra delle parti, per il quale tutto era permesso (ma non senza difficoltà, ricordiamo che mentre era in viaggio come superospite per Sanremo ’84 non venne fatto passare facilmente alla frontiera francese perché non capivano se fosse uomo o donna). I giovani, senza distinzioni di sesso, si vestivano come lui creando una vera e propria moda queer in cui era difficile capire chi fosse chi. Ed era quello il bello: che con il look era permesso tutto. L’immagine di Boy George, fatta di cappelli, extension e vestiti eccentrici e colorati non era costruita di capi firmati, ma con la capacità di fare moda con i vestiti presi alle bancarelle. Roba che poi Jean Paul Gaultier copierà senza ritegno, ma a che all’inizio nascono da un verace sentimento di autenticità e di stile, per il quale non servivano soldi, ma buone idee.

5Al suo confronto la trap è l’asilo infantile

Non è da tutti riuscire a ripulirsi dopo che ti pende sulla testa come spada di Damocle il rischio perenne di un’overdose, ma Boy George ha risposto agli arresti e agli scandali per droga (e non solo, anche sessuali come quando si dimenticò un escort ammanettato a casa sua) con la capacità di tornare sulle scene dritto come un fuso. Non importa se la popolarità degli anni ’80 è lontana, le sue nuove creazioni rasentano l’eccellenza: ricordiamo la pubblicazione di alcuni dischi in cui c’è lo stato dell’arte del soul moderno (tra tutti This Is What I Do del 2013 che lo riporterà in top 40), dove la sua voce non accenna a perdere colpi ma anzi, migliora di giorno in giorno. Rienventarsi è alla base del Karma Chameleon, tanto che addirittura lo troveremo anche dietro la consolle come dj. Non è un facile ripiego, visto che sarà inserito in una lista dei 100 migliori dj del mondo. Se oggi tutti i giovani in qualche modo vogliono rivendicarsi il proprio essere “malandrini”, “spacciatori” , “drogati” per fare curriculum, ecco che Boy George in punta di piedi e senza fare troppi proclami a questi pivelli dà ancora il biberon. Quando le vecchie star si reinventano pubblicano vecchi successi risuonati, lui continua ad andare avanti per la sua strada perfezionando il suo stile.

6È stato un pioniere della house “spirituale”

La maggior parte delle persone si ricorda Boy George per i successi dei Culture Club come Karma Chameleon e quindi lo relegano al contesto della pop music, ma quando si parla della sua carriera solista ci si dimentica che è stato uno dei pionieri della house music applicata al pop. Non solo, diciamo che negli anni ’90 è riuscito a trovare una quadra stilistica che univa appunto questo genere con la spiritualità dei mantra e dei canti hare krishna, testimoniata dal progetto Jesus Loves You. Il quale, tra l’altro prima dei Flaming Lips o degli Autechre, sperimenta forse il concetto di album “componibile”, in quanto le tracce del disco The Martyr Mantras, se sovrapposte, pare che creino una base musicale sulla quale la voce di Boy George rincorre le sue malinconie trasformando piccole preghiere in un enorme mantra. Tra l’altro usando uno pseudonimo, Angela Dust che nel suo gioco di parole con la sostanza stupefacente (angel dust) confonde gli acquirenti. Cosa che se da una parte ovviamente inficerà le vendite, dall’altra permetterà a Boy George una libertà creativa assoluta e impagabile. A parte questo progetto che avrà comunque un successo strepitoso soprattutto nei club (ovvero i luoghi dove presto si sposterà il gradimento reale, quello del ballo), pochi ricordano che da Sold, il primo disco solista, in poi Boy George ha raggiunto posizioni in classifica da fare concorrenza ai Culture Club, dimostrando che il cavallo vincente poteva correre tranquillamente senza fantino.

7È stato un simbolo delle pene d’amore

Non molti dei ragazzi che oggi raccontano le loro pene d’amore nelle stories di Instagram sanno che la storia dei Culture Club è narrazione di una perenne sofferenza amorosa. Tra Boy George e il batterista Jon Moss si instaurò infatti una relazione clandestina che durò circa tre anni. Poi a un certo punto George chiese qualcosa di più, uscire dall’ombra e vivere l’amore per quello che era. Moss, già sposato e padre di tre figli, rifiutò di cambiare vita. Questo porterà Boy George verso il baratro, il cui inizio è appunto lo scioglimento della band con l’album dall’esplicito titolo From Luxury to Heartache. Incominciò a farsi di eroina fino a che la sua vita e le sue performance non si trasformarono in un incubo. Ne uscì con difficoltà, diventando un simbolo di tutti i new romantics e gli emocore del mondo. Anche perché i testi dei Culture Club sono pieni di allusioni rivolte a questo amore difficile: vere e proprie dediche, poesie in gergo, richieste di aiuto, rimproveri velati.

Mai nessuno ha saputo descrivere il male d’amore come Boy George. Pezzi come l’epica e stupenda Victims o l’elegia di Love Is Love parlano chiaro: puoi essere una star, puoi essere ricco sfondato, ma se non hai l’amore sei peggio di un calzino bucato. Senza dubbio un simbolo della battaglia per un amore liberato, omo-bi-pansessuale senza barriere, perché quando si ama si ama e basta. E quindi cosa aspettate? Mettete un pezzo di Boy George e amatelo senza pietà anche voi, ne vale la pena.

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