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5 momenti top di John Frusciante con i Red Hot Chili Peppers

Il chitarrista è tornato nel gruppo. Festeggiamo la notizia selezionando alcune fra le sue performance migliori

John Frusciante in concerto con i Red Hot Chili Peppers a Melbourne, nel 2007. Foto di Kristian Dowling/Getty Images

John Frusciante è tornato ad arricchire le architetture sonore dei Red Hot Chili Peppers. Non è la prima volta che il chitarrista porta via il suo corpo ossuto e poi ci ripensa. La prima volta accadde nel 1992, all’apice del successo della band californiana. Lì tutti erano rimasti a bocca aperta, ma per il ‘pazzo’ John era la cosa più normale del mondo, come è stato normale il suo rientro nel 1998, il nuovo abbandono nel 2009 e il ritorno recente.

La forza di Frusciante non risiede nella tecnica chitarristica bensì nel suo modo unico di creare un linguaggio del tutto personale. È l’anti guitar hero che sopperisce alle carenze lavorando sui suoni, spaziando tra svariati generi e donando tutto il vigore possibile alle performance. Approfittando della sua rentrée andiamo a riascoltarci cinque tra i suoi momenti top (in ordine di pubblicazione) con i Red Hot Chili Peppers.

1. I Could Have Lied da “Blood Sugar Sex Magik” (1991)

Chitarra acustica, poche note, quelle che servono. Accompagnamento con un tiro semplice ma sanguigno. Con l’assolo il discorso si sposta sull’elettrico: quando lo stretto indispensabile è la perfezione.

2. Scar Tissue da “Californication” (1999)

Voce e chitarra sono un tutt’uno, quando poi la seconda si stacca per una parte solista con una leggera distorsione è come una notte di stelle cadenti.

3. Parallel Universe da “Californication” (1999)

Lo stoppato sul ritmo spedito, l’apertura del ritornello come un muro che si alza d’improvviso, il duello con il basso di Flea, la coda che cresce di intensità, gli accordi che mutano in un assolo dissonante e psichedelico.

4. Dani California da “Stadium Arcadium” (2006)

Tra la strofa e il ritornello il passaggio dal pulito al distorto è un altro muro sonoro. Poi chitarre che appaiono, scompaiono, funkeggiano, fanno il verso a Brian May. Quando arriva il solo finale non ce n’è per nessuno: sporco e malato al punto giusto. 

5. Wet Sand da “Stadium Arcadium” (2006)

In tutto il brano John accompagna trascinante celando per bene la sorpresa finale: quando meno te lo aspetti ecco infatti una parte solista intensa che a tratti lo avvicina a David Gilmour.

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