Home Classifiche Liste

5 documentari musicali da vedere su Netflix

Dal Bob Dylan di metà anni '70 al grande discografico Clive Davis, passando per Quincy Jones, Nina Simone e il rap italiano, ecco le storie da (ri)vedere

'Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story'

Foto: Ken Regan / Netflix

Clive Davis: The Soundtrack of Our Lives

Come un esponente del proletariato newyorkese nato nel ’32 diventa il più grande discografico di sempre a detta dell’intera stampa mondiale, a soli 35 anni dirige la CBS per poi passare alla Columbia, fondare l’Arista Records, la J Records, scoprire artisti che faranno la storia e individuare capolavori per poi saperli incrociare sempre alla perfezione con interpreti in grado di portarli al successo rimanendo, tra molti alti e qualche basso, una delle figure più importanti, cruciali e appassionate della storia del pop mondiale per cinquant’anni. Clive Davis ha portato nel mondo Janis Joplin, Bruce Springsteen, Whitney Houston, Patti Smith, Aerosmith, Alicia Keys, Notorious B.I.G. e molti altri, ma due cose, ben oltre il naturale interesse mosso dalla figura protagonista, rendono il documentario di Chris Perkel un’opera interessante e imprescindibile per chiunque si interessi di musica: la capacità di sottolineare il continuo coinvolgimento emotivo di Davis nelle proprie scelte artistiche, la passione e la dedizione assolute come centro non solo di questa storia, ma anche di questo film e poi un’incredibile vicenda di salto sociale, culturale oggi difficile non solo da trovare nella discografia ma persino da concepire. Lo specchio di un music business illuminato che ancora sogna, rischia, si affida a intuiti sensazionali a prescindere dalla loro provenienza.

Quincy

C’è un passaggio di Quincy, il documentario dedicato a Quincy Jones, con protagonista lo stesso produttore che si racconta ad azioni più che a parole, in cui il protagonista incontra Kendrick Lamar. I due, inquadrati di profilo, si guardano negli occhi, si fanno qualche dichiarazione d’amore come da padre a figlio. “Io per te ci sono sempre… Ce l’hai il mio numero vero?”, dice Quincy e Kendrick risponde, chiaramente ipereccitato ed emozionato dall’incontro, che sì, il numero ce l’ha e che per lui tutto questo significa davvero molto. Poi a un certo punto della chiacchierata, mentre sono immersi in un servizio fotografico, Quincy domanda a Kendrick: “Da dove pensi che venga il rap?” e Kendrick risponde “Quelli della mia generazione dicono dal Bronx”, “Oh merda! Il rap viene dall’Africa, da chi cantava le lodi in Africa”. Ecco, sfido chiunque abbia un cuore minimamente funzionante a non perdere letteralmente la testa per questo passaggio a tal punto da volerlo vedere e rivedere: il migliore artista internazionale contemporaneo vivente e il padre putativo di tutto quello che suona bene sul pianeta Terra si stanno parlando, si incalzano, giocano, si trasferiscono un innamoramento reciproco figlio ognuno della propria generazione, testimoniando come la musica sia soprattutto un flusso che non finisce mai.

I migliori documentari, negli ultimi anni, li fanno i figli dei protagonisti, pensiamo al bellissimo Bloody Daughter dedicato a Martha Argerich e girato dalla figlia, al lavoro dedicato a Benedetta Barzini, a Everything Is Copy, il doc dedicato a Nora Ephron girato da Jacob Bernstein, figlio di Ephron e di Carl Bernstein. Anche nel caso di Quincy il lavoro arriva da una figlia, per la precisione da Rashida Jones  (figlia della terza moglie Peggy Lipton), che gira in collaborazione con Alan Hicks. Nel documentario Quincy Jones racconta la propria vita muovendosi continuamente tra passato e presente, immergendoci in una vicenda che è leggendaria non solo da punto di vista lavorativo, artistico, musicale ma con una portata storica e rivoluzionaria per la storia della comunità black americana, dove Jones, in particolare durante la sua collaborazione con Sinatra, ha partecipato con il proprio talento alle lotte per far crollare i muri del razzismo estesi fino al mondo dell’arte. Dalle performance con le prime band e il mondo del bebop, alle collaborazioni con Count Basie, Duke Ellington, a quella cruciale, appunto, con Frank Sinatra, fino alla scoperta e alle session con Michael Jackson: il documentario è un lungo viaggio poi, specialmente, tra immagini intime e personali con la famiglia, una vita di sfide, rischi, svolte rare ed epocali nonché un gran numero di riconoscimenti artistici e scelte politiche compiute sempre attraverso la musica.

What Happened, Miss Simone?

Il documentario dedicato alla regina Nina Simone, girato da Liz Garbus e uscito nel 2015 è stato candidato all’Oscar. Insomma, non si scherza ed è altamente probabile che molti di voi alla lettura, dunque, abbiano già visto questo film. E però, se a qualcuno fosse sfuggito o se avesse rimandato troppo, questo è un invito a non prolungare l’attesa oltre e fiondarcisi subito. Come anche nell’opera dedicata a Quincy Jones e segnalata quassù, a fare la differenza è un perfetto racconto della vicenda umana: la malattia, l’impegno per i diritti civili, la salvezza dell’arte. Ricco di documenti inediti, comprese interviste a chi l’ha conosciuta bene, anche in questo documentario c’è lo zampino della figlia che, qui, è la produttrice.

Rolling Thunder Revue: Martin Scorsese racconta Bob Dylan

Rolling Thunder Revue arriva a quattordici anni di distanza da No Direction Home sempre di Martin Scorsese che allora faceva i conti con un personaggio inafferrabile e tanto multiforme da non poter essere raccontato che attraverso un’assenza costante di uniformità cinematografica, uno sguardo che si apre e si moltiplica, moltiplicando le prospettive. Ora, con questo secondo capitolo, Scorsese sa bene che Dylan lo puoi raccontare solo così e, non pago, fa un passo avanti aggiungendo alla propria strategia il gioco magico tra realtà e finzione, verità e bugia.

Dentro questo gioco trascina lo spettatore portandolo nel cuore dello Show del Tuono Rotolante, immerso nel cuore della carovana di artisti che tra l’autunno del ’75 e la primavera del ’76 Dylan ha portato con sé per un tour di 57 date. Vistosi cappelli a larghe tese sormontati da composizioni floreali e multicolor, bandane, il volto tinto di biacca come fosse un clown: ecco il Dylan che vedremo qui interagire con i compagni di avventura, essenzialmente in una sua versione itinerante della vita al Village. Dai momenti straordinari con Joan Baez alla pazza performance di Patti Smith, questa di Dylan e Scorsese è essenzialmente una co-scrittura perché più che mostrarci la verità, qui il regista ci fa entrare nella testa dell’artista e ci trascina nel suo vortice a metà tra finzione performativa e vero racconto dell’accaduto. Un film grandioso da guardare con attenzione e poi magari tenere nelle successive visioni come fondale vivo, colorato, cristallizzato con i suoi movimenti, scambi, incontri, le sue sequenze live senza fine.

Numero zero. Alle origini del rap italiano

Uscito nel 2015 e firmato da Enrico Bisi, Numero zero è approdato quest’anno su Netflix ed è il primo documentario a raccontare la storia del rap italiano. Lo fa attraverso le voci e i ricordi dei suoi protagonisti come Kaos One, Ice One, Neffa, Colle Der Fomento, Tormento, Fabri Fibra e Frankie Hi-Nrg. Prodotto da Withstand in associazione con Zenit Arti Audiovisive e il sostegno di Film Commission Torino Piemonte, il film è stato distribuito da Wanted Cinema e Feltrinelli Real Cinema. La narrazione è quella di Ensi e la forza del film è quella di fare da un lato divulgazione rigorosa, dall’altro un’operazione a suo modo pop, cioè per tutti. Nel momento in cui più che mai il rap e i suoi derivati sono al centro della scena quella di Numero zero risulta essere un’operazione filologica importante, specie per raccontare ai più giovani che, insomma, dietro quel che ascoltiamo oggi, c’è (stato) di più.