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‘1999’, il trionfo della mistica erotica di Prince

L’album del 1982 ha fatto conoscere il musicista al grande pubblico e ha contribuito ad abbattere le barriere fra musica ‘bianca’ e ‘nera’. Era una miscela di caos e ordine ottenuta lavorando ossessivamente in sala d'incisione. E dentro c’era tanto, tanto sesso

“È la cosa più eccitante che ho sentito quest’anno”, ha scritto Miles Davis e non si riesce a pensare a un complimento migliore rivolto a 1999, il doppio album che ha trasformato Prince in una star e ha contribuito ad abbattere la barriera che ancora separava la musica dei bianchi da quella dei neri. È il 1982 e il musicista americano piazza in copertina il nome del suo gruppo, i Revolution, ma scrive e produce e suona e canta quasi tutto da solo, lavorando come un ossesso in sala d’incisione. È l’erede di George Clinton, ma vive nel suo tempo e inventa un nuovo sound mescolando funk, synth pop, rock, soul, fusion. Programma in modo ingegnoso una delle prime drum machine e fa leva sul suono allora rivoluzionario dei sintetizzatori. Dentro al disco mette sesso, divertimento, sesso, balli, sesso, ansie millenaristiche e… sesso. È funk lascivo e matematicamente perfetto, un mix di caos e ordine, un Prince in purezza che ammicca al pop in attesa del grande amplesso col pubblico di Purple Rain.

La grande débâcle

Volavano lattine, quel giorno. Nelle note di copertina della nuova edizione di 1999, Andrea Swensson collega l’impressionante determinazione con la quale Prince ha scritto e inciso l’album e quel che accadde sul palco del Memorial Coliseum di Los Angeles nell’ottobre 1981, un anno prima della pubblicazione di 1999. Il musicista aprì due concerti dei Rolling Stones. Provate a guardare una sua foto d’epoca e immaginate quanto strano doveva sembrare quel musicista al pubblico bianco e rock che aspettava Mick Jagger e Keith Richards. Pensate all’effetto che doveva fare il suo falsetto su chi voleva sentire Satisfaction.

Prince non era ancora la star di Purple Rain. Era un marziano col trench. Dopo un paio di canzoni, la gente iniziò a lanciare oggetti sul palco. Prince si ritirò nel backstage. Non era una resa. “Ero arrabbiato”. Jagger gli telefonò, tutti gli dissero che pochi idioti non avrebbero dovuto fermarlo. Durante il secondo concerto, ci fu il bis: altri lanci, altra umiliazione. Prince promise di non aprire più concerti altrui, finì il tour di Controversy, e si chiuse in sala d’incisione per lavorare a quello che sarebbe diventato 1999. “Mai visto un artista ossessionato dal lavoro quanto Prince”, ha detto il suo manager Steve Fargnoli al Los Angeles Times.

Macchine con l’anima

Prince registrò l’album fra i Sunset Sound di Los Angeles e il suo studio personale fuori da Minneapolis. Fece tutto da solo, o quasi. Trovò il modo di tirare fuori groove sensuali dall’uso creativo della drum machine Linn LM-1, che era stata messa in vendita nel 1977 a 5000 dollari circa, e del sintetizzatore Oberheim OB-SX. Le due macchine finirono per definirne il sound. “Mi ci vogliono cinque secondi per tirare fuori un ritmo”, andava dicendo Prince riferendosi alla Linn. Anni dopo, il Guardian l’avrebbe soprannominato il Jimi Hendrix della LM-1. Drum machine e sintetizzatori erano strumenti tipici della new wave che Prince aveva ascoltato nei club. Lui li usava per fare funk. Le band inglesi utilizzavano quei suoni scarnificati e gelidi per raccontare un mondo conflittuale e cupo, lui li utilizzava per elevare i desideri a chiave per raccontare la realtà e il sesso come esperienza mistica.

Nell’album Prince usa vari registri canori, passando dall’ammiccamento al falsetto che aveva scioccato il pubblico degli Stones. E fa un uso sconsiderato degli ostinati. Il concetto di ripetizione sta alla base del disco, i cui groove si sviluppano per sei, sette, otto, nove minuti. “Non volevo fare un doppio, ma continuavo a scrivere e non sono il tipo che fa editing”, ha detto Prince al Los Angeles Times in una rarissima intervista concessa all’epoca. Fece allora un disco di 70 minuti, non poteva che starci su due vinili. La Warner europea oppose resistenza: chi avrebbe comprato un doppio di quello strambo musicista americano? L’etichetta riassunse il disco in un singolo LP di sette canzoni, per poi pubblicare la versione completa l’anno successivo.

Porno millenarismo

“Non preoccuparti”, dice la voce robotica all’inizio dell’album. “Non ti farò del male. Voglio solo che ti diverta”. È eccitante e assieme inquietante. 1999 è un album sul sesso e sul divertimento, ma anche sull’apocalisse che non sembrava poi così lontana in quegli anni di Guerra Fredda e bunker antiatomici. È un disco sul fare festa “come se fosse il 1999”, ovvero come se non esistesse un domani. Il sesso offriva una via d’uscita, un antidoto mistico-erotico alle ansie dell’epoca che Prince decise di riassumere scegliendo come titolo l’ultimo anno del millennio su cui si concentravano paure irrazionali, in un’epoca in cui ancora non si parlava di Millennium Bug. “Ce ne stavamo lì a guardare in tv uno speciale sul 1999”, ha spiegato il musicista a Larry King, “e molti speculavano su quello che sarebbe successo. Pensavo che le persone che mi circondavano fossero ottimiste e invece temevano quella data. Mi è venuta voglia di scrivere qualcosa che desse speranza”.

E dunque nell’album ci sono vitalità e speranza e tanto, ma tanto sesso, non un fatto sorprendente considerando i testi dei lavori precedenti di Prince. Il protagonista di Let’s Pretend We’re Married ha tutta l’aria di eccitarsi pensandosi sposato con la sua conquista per la notte. «Ooh-we-sha-sha-coo-coo-yeah», canta e qualunque cosa voglia dire deve avere a che fare con il sesso. La ragazza di Little Red Corvette ha in tasca una scatola di preservativi, è una da storia di una sola notte, attira il piccolo Prince nella sua stanza dove ha appeso le foto delle sue prede sessuali e lui un po’ ci sta male – il protagonista dell’album non è uno spaccone, ma anzi mostra le sue insicurezze e in fin dei conti 1999 è anche un disco sul disperato bisogno d’amore che tutti provano. La tensione erotica di Delirious sconfina nell’estasi. “Ne sono dipendente”, dice il cantante in Automatic. Farà qualunque cosa per la sua partner e lei risponde che “ora ti devo torturare”. L’amplesso lo descrive la musica. “Ho un leone in tasca ed è pronto a ruggire”, canta Prince in 1999 e questa non c’è bisogno di spiegarla.

Il boom di ‘Little Red Corvette’

1999 non ebbe un successo immediato. Alla sua affermazione contribuì il video di Little Red Corvette, il primo del musicista ad essere trasmesso con una certa frequenza da MTV che solo allora si stava aprendo agli artisti di colore – sì, c’è stato un tempo in cui la televisione musicale era terra di conquista di rocker bianchi da palasport. E insomma, eccolo Prince, in tutta la sua meravigliosa ambiguità, cantare illuminato da un faro. È fantastico e repellente col suo trench viola che riflette la luce e la camicia coi gemelli e i pantaloni a vita alta e lo sguardo laido e i baffetti quasi da adolescente. Eccolo che batte le mani per sottolineare il beat e intanto dietro di lui i musicisti sembrano una banda di reietti con fasce da kamikaze giapponese sulla testa e giacche troppo grandi e capelli gonfi.

Quando parte l’assolo di chitarra di Dez Dickerson, Prince si produce in una specie di danza figurativa fra mosse cool e spaccate alla James Brown. Riprende il microfono, canta guardando la camera, dà un colpo all’asta e la riprende al volo, e a milioni di persone in tutto il mondo viene voglia di fare sesso, di ballare, di fare qualunque cosa. Era tutto improvvisato. “Tu seguimi con la camera”, aveva detto al regista Bryan Greenberg.

Tutti i critici ti amano (come no)

All the Critics Love U in New York è il titolo di una canzone del disco e, data la statura artistica di Prince, sembra del tutto ragionevole. E invece all’epoca non tutti capirono 1999. Ecco che cosa scrisse Steve Sutherland sul settimanale inglese Melody Maker (nella tradizione inclusa in Schiavo del ritmo di Liz Jones): “Il Prince di 1999 è uno stallone senza attributi, paranoicamente ossessionato dalla propria posizione di primo ministro della politica sessuale, che ostenta un grottesco machismo e sacrifica l’intimità e la tenerezza sull’altare di fantasmagoriche vanterie erotiche. […] In tutta sincerità, suppongo che, da un punto di vista commerciale, fosse inevitabile che Prince diventasse una specie di fumettistica parodia di sé stesso”.

L’altro grande settimanale pop inglese, il New Musical Express, scriveva che “essere il figlio unico e l’erede di Barry White e Jimi Hendrix non è un peso facile da portare per un ragazzo, ma quando le uniche persone a cui piaci sono quelle che ricevono i dischi gratis, è il momento in cui la casa discografica, in un’ultimo folle trucco di marketing, decide di diffondere un disco doppio a prezzo speciale e urlare: compratelo bastardi, farà pure schifo, ma è gratis”. Finì in un’altra maniera. Venduto a prezzo speciale per volere dell’artista e del suo manager, 1999 divenne disco di platino, terzo doppio album pubblicato negli anni ’80, dopo The River di Bruce Springsteen e The Innocent Age di Dan Fogelberg, a vendere oltre un milione di copie. E sì, Prince era il primo artista afroamericano a riuscirci in quel decennio. Nei ’70 ce l’avevano fatta Donna Summer con Bad Girls e Stevie Wonder con Songs In the Key of Life.

Musica viola

La nuova versione di 1999 su 5 CD e un DVD contiene, oltre al disco originale, un dischetto di mix promozionali e lati B e altri due CD di tracce tratte dagli archivi dell’artista. È un bel viaggio nelle session che Prince tenne dal novembre 1981, poco dopo l’uscita dell’album Controversy, al gennaio 1983, alcuni mesi prima delle session di Purple Rain. Era spesso da solo in studio a sperimentare con gli strumenti e sovrapporre suoni, assistito dalla sola Peggy McCreary cui era demandato il compito di registrarlo. Prince aveva deciso di non pubblicare questo materiale, eppure in oltre due ore di musica non c’è una sola traccia che oggi non considereremmo degna di essere ascoltata. “Quando registro”, ha detto Prince, “ho un orgasmo in testa”.

Fra le tante, c’è una canzone intitolata Vagina. Prince voleva che Denise Matthews prendesse quel nome d’arte al posto di Vanity, diceva che così si sarebbe fatta conoscere in tutto il mondo. Ha paradossalmente un riff che fa molto Rolling Stones e un testo decisamente avanti per l’epoca: “Metà ragazzo, metà ragazza, il meglio dei due mondi”. Purple Music, che compare qui nella versione registrata nel maggio 1982 e che l’artista ha riproposto nel suo ultimo tour, è una specie di manifesto eccentrico: “Non ho bisogno di canne e nemmeno di cocaina, la musica viola ha lo stesso effetto sul mio cervello […] Non ho teorie, né regole, lascio che la musica viola dica al mio corpo cosa fare”. È tipica del Prince dell’epoca: un ritmo ripetitivo in modo quasi ossessionante, frasi funk sottili e minimali, accordi di tastiera, un basso elettrico dal suono via via più denso, e va avanti per una decina di minuti. La meravigliosa Moonbeam Levels – siamo nel luglio 1982 – rivela la parte vulnerabile dell’uomo. “Forse vuole un po’ d’affetto, non una vita plastificata”, canta Prince su una base pianistica. Incredibile come riuscisse ad essere tanto sconcio e tanto sensibile.

Oltre le barriere

C’è un passaggio nel disco dal vivo incluso nella riedizione di 1999 e registrato alla Masonic Hall di Detroit il 30 novembre 1982 che spiega che cosa doveva essere un concerto di Prince all’epoca. È la transizione perfetta ed eccitante fra Controversy e Let’s Work. Prince studiava i passaggi da una canzone all’altra con cura, arrivava persino a incidere versioni dimostrative in studio per mostrare ai musicisti come dovevano suonare. Il sestetto che lo accompagna, i Revolution, sono una magnifica macchina da musica che dona alle canzoni un tipo di calore assente dalle registrazioni in studio, mentre Prince accusa un po’ d’affanno e a volte sbaglia l’intonazione. Era umano, in fin dei conti. Quello di Detroit non è un concerto di canzoni – anche se ci sono le arcinote 1999 e Little Red Corvette – ma di grandi performance. Si capisce che, per fare un ulteriore passo avanti, Prince aveva bisogno di pezzi più immediati, di melodie accattivanti e di un po’ di sintesi, tutte cose che sarebbero arrivate con Purple Rain.

Nel DVD incluso nel cofanetto è contenuto un concerto di un mese dopo, a Houston, con una scaletta solo parzialmente simile. Le riprese sono state restaurate, ma era pur sempre il 1982 e la qualità audio-video è inferiore agli standard odierni. Nelle note di copertina, Duff McKagan dei Guns N’ Roses, fan insospettabile, racconta che comprò 1999 il giorno stesso in cui lo sentì suonato da alcuni colleghi a Seattle e spiega la sua devozione per Prince e per il doppio del 1982. McKagan non è un’eccezione. Con la sua forza espressiva e i suoi inni di liberazione, 1999 finì per impressionare anche il pubblico bianco e rock. Fece capire a molti che la linea razziale che separava rock e funk poteva essere abbattuta e che farlo era elettrizzante. Una bella rivincita per il musicista che a Los Angeles aveva dovuto schivare lattine di Coca Cola.