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15 grandi cover delle canzoni di Bob Dylan

Il 13 ottobre 2016 veniva annunciata l’assegnazione al cantautore del Nobel alla letteratura. I colleghi l’avevano già insignito del riconoscimento più grande per un musicista: interpretare i suoi pezzi

Bob Dylan nel 1965 durante le session di 'Bringing It All Back Home'

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

Esistono innumerevoli cover delle canzoni di Bob Dylan. Per due ragioni: è un autore brillante e per qualche motivo dalle versioni originali gli artisti traggono l’impressione di poterle cantarle meglio. Succede da sempre, almeno da quando il trio Peter, Paul & Mary ha avuto successo addolcendo Blowin’ in the Wind. E succede ancora: la prima canzone di questa playlist proviene da un album che include fra le altre una versione di I Contain Multitudes, dal nuovo album di Dylan Rough and Rowdy Ways.

Quelle che trovate qui sotto sono 15 fra le migliori cover di canzoni di Dylan, con un’enfasi particolare per aspetti meno noti del suo sogwriting. Non troverete le versioni più note: niente Jimi Hendrix, né Byrds e nemmeno Guns N’ Roses. Migliaia di altre cover avrebbero potuto essere inserite in questa lista: non vuole essere esaustiva, solo un modo per vedere il suo catalogo da un altro punto di vista.

“One of Us Must Know (Sooner or Later)” Emma Swift

Viene da Blonde on the Tracks di Emma Swift, album pubblicato nell’agosto 2020, il pezzo più recente di questa playlist. Quando interpreta Dylan, la cantautrice di Nashville riesce ogni volta a svelarne la parte più sensibile. Attenua ad esempio il sarcasmo di I Contain Multitudes e rende Simple Twist of Fate ancora più commovente. Questa versione di One of Us Must Know (Sooner or Later) è una delle sue cover migliori: la sua interpretazione fa emergere dalla scrittura il desiderio che Dylan era troppo cool per esprimere nel 1966 (Blonde on the Tracks è reperibile solo su Bandcamp).

“Long Ago, Far Away” Odetta

Odetta è stata una delle influenze primarie del giovane Dylan che nell’autobiografia Chronicles ricorda la scoperta dei suoi dischi in un negozio di Minneapolis, quand’era studente: «Ho imparato a suonare tutte le canzoni del disco, anche l’hammer-on alla chitarra». Anni dopo, nel 1965, la folksinger e attivista per i diritti civili inciderà l’album Odetta Sings Dylan. Le sue versioni sono tutte autorevoli, ma questa, basata su una canzone di protesta contenuta nei Witmark Demos di Dylan, svetta su tutte. Odetta canta di secoli di odio, oppressione, violenza, diseguaglianza e chiude ogni verso con un ironico e amaro “Accadeva una volta, molto lontano / oggi cose del genere non succedono più”.

“The Mighty Quinn” The Brothers and Sisters

Alla fine degli anni ’60 il produttore di Los Angeles Lou Adler non sbagliava un colpo: aveva centrato vari successi coi Mamas and the Papas, si apprestava a lavorare con Carole King su Tapestry. Usò i suoi tanti contatti per mettere assieme un cast stratosferico per l’album del 1969 Dylan’s Gospel, una serie di cover talmente potenti da convincerti a correre di corsa nella chiesa più vicina a pregare Bob. In quello stesso anno Merry Clayton sarebbe entrata nella storia per l’interpretazione su Gimme Shelter degli Stones. Qui guida il coro in una versione piena di soul di The Mighty Quinn. Dylan la cantava come un messia strafatto, Clayton ti fa saltare di gioia.

“You Ain’t Goin’ Nowhere” Joan Baez

I Byrds sono arrivati per primi a questo pezzo in Sweetheart of the Rodeo, ma Joan Baez li ha superati nel 1968 interpretandolo nell’album di cover Any Day Now. Lo scrivo: è il miglior disco tributo a Dylan di sempre, in parte perché lo si può leggere come un saggio musicale sui limiti di un ex che lei corregge rifacendone a modo suo le canzoni. E così You Ain’t Goin’ Nowhere diventa una celebrazione positiva della vita domestica, con tanto di archi tipici delle produzioni di Nashville e un sentito “ooh-wee, ride me high” nel testo. È la versione del pezzo che suona meglio oggi, in un anno in cui, come dice il testo, non possiamo andare da nessuna parte.

“Daddy You’ve Been on My Mind” Judy Collins

Judy Collins si è fatta un nome interpretando in mondo squisito pezzi folk di Phil Ochs, Leonard Cohen, dello stesso Dylan. Qui rovescia il genere di Mama, You Been on My Mind, un pezzo su una separazione scritto e poi scartato suppergiù all’epoca di Another Side of Bob Dylan. La versione della cantante è quella definitiva. La sua voce limpida e alta riesce a trasmettere il senso di tenerezza che l’autore non era pronto a condividere col mondo.

“She Belongs to Me” Rick Nelson

Già bambino prodigio in tv, poi teen idol prima dell’avvento dei Beatles, Ricky Nelson ha eliminato la y dal nome per cominciare a fare una musica più matura, un folk-rock rilassato e influenzato dal country. La sua versione di She Belongs to Me ha una parte vocale calda, armonie soffici, una pedal steel dolce. È stato un successo nel 1970 e ha preannunciato il sound che il chitarrista di Nelson all’epoca, un tale Randy Meisner, avrebbe ulteriormente sviluppato co-fondando gli Eagles.

“Si tu dois partir” Fairport Convention

L’album del 1969 Unhalfbricking contiene ben tre cover di Dylan, tra cui una versione corale della ballata Percy’s Song. Si tu dois partir è la versione con il testo riscritto in francese di If You Gotta Go, Go Now ed è arrangiata come un festino a base di accordion, violino e battimani, con i cori di Sandy Denny.

“Just Like a Woman” Richie Havens

Nel memorabile disco di debutto di Richie Havens del 1966 Mixed Bag lo stile vivace alla chitarra acustica si sposava con interpretazioni vocali profonde di cover e originali, tra cui l’inno pacifista Handsome Johnny scritto con l’attore Lou Gossett Jr. Verso la fine del disco, Havens piazza la cover lieve e jazzata di una gemma di Dylan tratta dall’allora nuovissimo Blonde on Blonde. A quel punto Dylan non bazzicava più i club di downtown da cui era partito ed è precisamente lì che Havens riporta Just Like a Woman, conquistandoci tutti.

“Love Is Just a Four-Letter Word” Joan Baez

Sì, è la seconda canzone di Joan Baez in questa playlist e per di più tratta dallo stesso album. Se c’è qualcuno che lo merita è lei. Dylan non ha mai pubblicato la sua versione di questo pezzo che pure contiene alcune fra le sua parole più evocative e introspettive. È una riflessione su che cosa serve per sentirsi libero da ogni legame e se sia una cosa buona. Nella voce di Baez ci sono tutte le sfumature del rimpianto. Vengono i brividi quando canta con serenità “È strano starti accanto / Molti anni, la situazione si è ribaltata / Probabilmente non mi crederesti se ti dicessi tutto quello che ho imparato”.

“It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry” Al Kooper & Stephen Stills

A volte fare una grande cover significa mettere da parte il significato e le implicazioni dell’originale. È il caso di questa assurda, ma meravigliosa gemma di Super Session, il disco che Al Kooper ha registrato nel 1968 con diversi amici, tra cui alcuni musicisti che avevano collaborato con Dylan come Mike Bloomfield e Harvey Brooks. Questa canzone viene dal lato B dell’LP, la chitarra è suonata da Stephen Stills. Insieme trasformano uno dei grandi drammi blues di Dylan in una festa selvaggia e rock’n’roll. Stills infila un assolo improvvisato e Kooper si lascia andare a un insensato “na-na-na-na, yeah!”. Nel complesso è tutto molto divertente: questi due sanno come accendere l’atmosfera.

“It Ain’t Me Babe” Bettye LaVette

Nel classico del 1964, Dylan dà l’addio a una donna che gli chiede di impegnarsi, o forse a un’intera nazione di fan del folk che volevano diventasse il loro salvatore. È la canzone di un giovane, cantata da un musicista che aveva bisogno di un nuovo inizio. In questa versione straordinaria, registrata per il disco di cover di Dylan del 2018 Things Have Changed, la cantante soul Bettye LaVette mette una vita intera di esperienze nella stessa canzone, cambiandone la prospettiva: ora è la storia di chi ha visto abbastanza dolore da sapere che tutto fa un po’ male.

“It’s All Over Now, Baby Blue” Them

Un giovane Van Morrison canta guidato dalla forza degli elementi in questa cover del 1966, registrata con la sua vecchia band di Belfast. L’originale di Dylan raccontava la sofferenza della fine di un amore con un linguaggio cesellato con cura. Van libera la canzone dall’approccio poetico. Quando grida: “L’autostrada è per i giocatori d’azzardo, farai meglio a usare il tuo buon senso” sembra che si sia strappando il cuore a mani nude. La band contribuisce bene alla canzone, con una parte di basso originale e un organo che Beck ha preso, 30 anni dopo, per il singolo Jack-Ass.

“Masters of War” The Roots

Un’altra grande cover di Dylan che non è disponibile in streaming. Per ascoltarla dovete recuperare una clip del tour dei Roots del 2007, come questa registrata al Coachella. Si apre con il cantante-chitarrista “Captain” Kirk Douglas che recita il primo verso sulla melodia dell’inno americano. Poi la band si lancia in un groove violento e barcollante che esplode in un break funk-jazz basato sulla chitarra di Douglas, la batteria di Questlove e i fiati di Tuba Gooding, Jr. Insieme indirizzano la rabbia politica di Dylan in una nuova direzione.

“One More Cup of Coffee” The White Stripes

Non è stata molto ascoltata all’epoca della sua uscita, ma questa cover di Desire contenuta nel debutto dei White Stripes del 1999 prende la strada opposta rispetto a gran parte dei rifacimenti di Dylan. Invece di aggiungere suoni all’originale, lavora per sottrazione, eliminando tutto tranne la chitarra ululante di Jack White e la voce e la batteria di Meg. Insieme, costruiscono un folle punk desertico.

“I’m Not There” Sonic Youth

Per la title track della colonna sonora del biopic su Dylan di Todd Haynes – che contiene altre cover eccellenti di Jim James, Stephen Malkmus, Cat Power e altri – i Sonic Youth hanno scelto una delle canzoni meno conosciute scritte nella produttiva estate del 1967. È un brano insolitamente onesto e diretto, che racconta le scuse di un uomo consapevole di non essere stato presente per la donna che lo ama (in un certo senso è il seguito triste di It Ain’t Me Babe: lui le ha detto che l’avrebbe solo delusa e l’ha fatto). Questa versione, con la voce di Thurston Moore avvolta in nuvole di feedback di chitarre, è quella definitiva. Strazia il cuore.

Bonus tracks: le canzoni che parlano di Dylan

L’influenza di Dylan sulla musica contemporanea è talmente forte che si potrebbe fare un’intera playlist di canzoni di artisti che lo nominano o dichiarano la loro ammirazione. Questi quattro pezzi vanno dalle citazioni furbe di Wilco e Belle and Sebastian fino agli Yo La Tengo, che giocano con uno dei suoi titoli. C’è anche una hit alt rock anni ’90 che inizia con un riferimento a Ballad of a Thin Man e si chiude con Adam Duritz che grida: “Voglio essere Bob Dylan!”. Un punto extra per l’onestà.

Yo La Tengo – From a Motel 6
Belle and Sebastian – Like Dylan in the Movies
Wilco – Bob Dylan’s 49th Beard
Counting Crows – Mr. Jones

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.