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15 grandi album ‘perduti’ (o quasi)


Da ‘Get Back' dei Beatles alla versione di ‘Nebraska’ di Springsteen con la E Street Band, ecco i dischi dimenticati, scartati e rifiutati dai grandi della musica mondiale. E in parte salvati dal mercato delle ristampe

Illustrazione: Ryan Casey

Gli album incisi e mai pubblicati ci permettono di intravedere un universo alternativo fuori dalla nostra portata. Siamo attirati da queste storie non tanto per la musica – che spesso non vale l’attesa – ma dalle persone che l’hanno scritta. Dietro ai progetti di questa lista ci sono storie dei più grandi artisti di tutti i tempi nell’atto di combattere per difendere la loro idea dalle mire commerciali dell’industria o addirittura dai membri della loro stessa band. In altri casi invece non sono state discussioni e litigi a mettere fine a questi progetti: semplicemente sono stati messi da parte e dimenticati. Ma i rumor sui dischi scomparsi di Neil Young, Beatles, Bob Dylan e Johnny Cash, Marvin Gaye e altri vivono nelle fantasie dei fan, determinati a trovare ogni singola nota registrata dai loro idoli.

Album perduti come Smile dei Beach Boys e Lifehouse degli Who sono stati raccontati nel dettaglio, ma ci sono moltissimi altri progetti che restano nascosti negli archivi degli artisti. Alcuni avrebbero cambiato la storia, altri sarebbero stati “solo” piacevoli da ascoltare. Eccoli.

“Get Back” The Beatles (1969)

Get Back era stato immaginato come un album di rock tradizionale, un ritorno alle origini libero dagli esperimenti in fase di produzione e registrato dal vivo in uno studio-hangar in contemporanea con un documentario. La premessa era interessante, ma le condizioni non erano l’ideale per scrivere musica e le telecamere erano troppo intrusive. Quelle session così complicate vennero chiuse dopo la storica performance sul tetto della Apple Records, ma nessuno aveva il coraggio di studiare le 85 ore di materiale che la band aveva ammassato.

Al produttore Gyn Johns fu assegnato il compito ingrato di tirare fuori una tracklist utilizzabile da quel disastro. «Avevo messo insieme un album di prove», ha detto alla BBC, «con chiacchierate, battute, false partenze e pezzi di conversazioni». A quanto pare la band apprezzò molto il suo approccio documentaristico, ma il nuovo manager Allen Klein era riluttante a pubblicare un prodotto così grezzo. Nel marzo 1970 convinse John Lennon a dare le tracce di Get Back al produttore Phil Spector, che si è scatenato con le sovraincisioni orchestrali.

Non tutti i membri della band erano felici del nuovo approccio. «È stato fatto tutto alle mie spalle», ha detto Paul McCartney al biografo Barry Miles. «Mi hanno mandato un nuovo mix, nessuno mi ha chiesto cosa ne pensassi». Era furioso di fronte ai cambiamenti fatti alle sue canzoni, soprattutto The Long and Winding Road, dove erano apparsi archi, un’arpa e un coro melodrammatico. Le richieste di rimuovere gli strumenti furono rifiutate e l’album è stato pubblicato con il titolo Let It Be.

“The Dylan / Cash Sessions” Bob Dylan, Johnny Cash (1969)

Dylan e Cash si sono inseguiti per quasi un decennio prima di unire le forze in uno studio di registrazione. La prima mossa la fece il Man in Black, scrivendo al giovane cantautore una lettera da fan dopo che era appena apparso sulla scena. Quando si sono incontrati di persona a Newport nel 1964 regalò a Dylan una delle sue chitarre in segno di rispetto.

Nel febbraio 1969, Dylan era nella città natale di Cash per registrare il suo nono album Nashville Skyline. Per puro caso, Cash stava lavorando nello studio accanto al suo. Dylan andò a trovarlo, e il 17 e 18 febbraio registrarono una dozzina di duetti insieme. Tra tutti quei brani, solo uno – una nuova versione di Girl From the North County di Dylan – arrivò sul disco. Il resto rimarrà nascosto negli archivi per moltissimi anni.

La raccolta è uno studio affascinante su due giganti della musica mentre rivisitano le rispettive carriere. In scaletta ci sono One Too Many Mornings di Dylan, le hit di Cash I Walk the Line, Ring of Fire e Big River, e alcuni vecchi pezzi di Sun Records come That’s All Right e Matchbox, con Carl Perkins alla chitarra ritmica. Quelle e altre session sono finite nel box set ufficiale di Dylan Travelin’ Thru, 1967-1969: The Bootleg Series Vol. 15.

“The Motown Album” Jeff Beck (1970)

Jeff Beck è uno dei pochi rocker britannici ad aver registrato nello studio Hitsville USA di Detroit. «Era una delle ultime session», ha detto a Rolling Stone nel 2010. «Eravamo come turisti, ragazzini in un negozio di dolciumi». Accoppiare la chitarra di Beck con i Funk Brothers, i session men dell’etichetta Motown, sembrava un’idea brillante, ma la collaborazione iniziò col piede sbagliato quando Beck si presentò in studio col suo batterista, Cozy Powell. «Come diavolo mi è venuto in mente di portare un batterista rock alla Motown?», dirà anni dopo. «Ci hanno odiati subito. Non ne volevano sapere niente».

Alla fine il matrimonio tra rock e funk non andò a buon fine. «Volevo mettere su una band che capisse il feeling della Motown, ma con più tiro. Ma lì ci siamo allontanati sempre di più dal rock, perché non lo capivano». I costi aumentavano, e alla fine gli inglesi sono tornati a casa sconfitti. «È stata una grande opportunità persa, un catalogo di disastri».

Beck dice che sono state registrate ben 10 canzoni – alcune scritte da Holland-Dozier-Holland, il team di autori dietro alle più grandi hit della Motown. Esiste una versione mixata del tutto? Lo sa solo Beck. «Ho una copia su cassetta. Non c’è altro». In realtà, c’è un lieto fine: nel 1972 Beck è tornato da Motown per suonare nel disco di Stevie Wonder Talking Book. La coppia ha improvvisato tra una take e l’altra, gettando le basi di quella che diventerà Superstition.

“Black Gold” Jimi Hendrix (1970)

All’inizio del 1970, Hendrix decise di scrivere musica che andasse oltre al classico rock & roll. «Frammenti, credo si possano chiamare così», ha detto a Rolling Stone. «Come dei movimenti. Sto scrivendo cose così». Un giorno, prese la sua acustica Martin e registrò una suite di 16 canzoni su cassetta. Sull’etichetta scrisse Black Gold, ed è così che la presentò al batterista Mitch Mitchell per iniziare a lavorare alle parti da registrare in studio. Hendrix è morto prima che potesse succedere, e la cassetta è rimasta da Mitchell, dimenticata per due decenni.

Durante tutto questo periodo le cassette erano ritenute perse o rubate per sempre, una voce che ha generato un’infinità di speculazioni su cosa contenessero. Hendrix ne ha parlato raramente alla stampa, offrendo solo vaghi riferimenti a una nuova direzione creativa. «È materiale cartoonesco», ha detto. «Ho inventato un gatto, è divertente. È al centro di un sacco di scene strane. Credo che potrei metterlo in musica».

Il mistero di Black Gold è stato parzialmente risolto nel 1992, quando Mitchell ha trovato le cassette. Sei canzoni erano state completate e sono state pubblicate in album postumi, ma le altre nove erano totalmente inedite. Dopo anni di battaglie legali, gli eredi di Hendrix hanno promesso di pubblicare Black Gold “in questo decennio”. Per ora solo una canzone, l’opener intitolata Suddenly November Morning, è arrivata al pubblico.

“Wicked Lester” Gene Simmons & Paul Stanley (1972)

Prima di truccarsi il volto e diventare Gene Simmons e Paul Stanley dei Kiss, Gene Klein e Stanley Eisen si sono fatti le ossa nel gruppo dei Wicked Lester. Nonostante avessero suonato solo qualche concerto, la Epic accettò di finanziare il loro album di debutto. Le registrazioni andarono avanti disordinatamente per sei mesi, durante i quali il duo mise insieme un mix eclettico di cover pop e canzoni originali.

Nonostante sia materiale storico, la session è un inutile mischione di stili musicali che faticano a stare insieme. L’album venne rifiutato da Epic e anche Simmons concorda nel dire che è stato meglio così. «Wicked Lester sarà pure un’interessante raccolta di canzoni, ma non ha spina dorsale e non ha identità», ha detto.

Simmons e Stanley decisero di ricominciare da capo, unendo le forze con Peter Criss e Ace Frehley per formare la band che li renderà famosi. Le cassette di quel disco rimasero nascoste fino al 1976, quando l’etichetta pensò di capitalizzare sull’enorme popolarità dei Kiss. Imbarazzati e impauriti dalla possibilità di confondere il loro pubblico, la band comprò il materiale per 137 mila dollari e lo nascose.

Alcune canzoni di quell’epoca, come She e Love Her All I Can, sono state remixate e pubblicate in Dressed to Kill, mentre Keep Me Waiting è finita nel boxset dei Kiss del 2001. Il resto rimane negli archivi.

“Rock Is Dead – Long Live Rock” The Who (1972)

Lifehouse, la favola distopica multimediale che Pete Townshend ha immaginato come seguito della rock opera Tommy, si dimostrò un progetto troppo complicato. Dopo un anno di sudore, sangue e interruzioni, l’idea venne accantonata e le canzoni trasportate in Who’s Next. Per il concept successivo, Tonwshend decise di lavorare su un tema più familiare.

Rock Is Dead – Long Live Rock doveva essere un album autobiografico sulla storia della band. In un’epoca in cui il glam rock iniziava ad avere successo nel Regno Unito, gli Who erano giusto in tempo per spegnere i sintetizzatori e registrare un po’ di brani vecchia maniera. La title track, un glorioso pezzo retro boogie, apre il sipario raccontando un vecchio concerto del gruppo.

Le session si sono tenute tra maggio e giugno del 1972 con Glyn Johns come co-produttore. Townshend ha detto che le registrazioni erano quasi completate, e che si è parlato addirittura di uno speciale televisivo da accompagnare all’album. Ma verso la fine dell’estate, la band ha iniziato a pensare che l’album suonasse troppo simile a Who’s Next e l’entusiasmo iniziò a scemare. «La gente non vuole stare a sentire le storie del nostro passato», disse Townshend quell’autunno a Melody Maker. Tuttavia, rivisitare il passato fu grande fonte di ispirazione e Rock Is Dead si trasformò nella successiva rock opera degli Who: Quadrophenia.

“Human Highway” Crosby, Stills, Nash & Young (1973)

I litigi avvenuti durante il tour di CSNY causarono lo scioglimendo della band per anni, ma nel 1973 tutti erano pronti a una riconciliazione. Il quartetto volò a Maui per scrivere e provare un nuovo album nella pace e nella comodità della casa al mare di Young. Il progetto venne intitolato Human Highway. Neil Young aveva scritto la title track e Pardon My Heart, Nash And So It Goes e Prison Song, Stephen Stills aveva See the Changes e Crosby Homeward Through the Haze.

CSNY si riunirono nello studio di registrazione con le nuove canzoni, ma le tensioni ebbero subito il sopravvento e le session si bloccarono. Il gruppo aspettò un altro anno prima di ripartire per un tour di due mesi organizzato nell’estate del 1974. I fan erano entusiasti, ma l’abuso di droghe, le dinamiche tossiche del gruppo e la brutta atmosfera fecero sì che Crosby soprannominasse l’esperienza come “the Doom Tour”.

La band tornò in studio a novembre per un altro tentativo. «Era una causa persa», ha detto Crosby. «Stills era esaurito. Io ero esaurito. Anche Nash era meno carino del solito». L’ultimo tentativo arrivò nel gennaio 1975, insieme al batterista dei Grateful Dead Bill Kreutzmann. Ascoltare Nash e Stills litigare su un’armonizzazione fu troppo per Young. Il cantautore lasciò le session e l’album fu abbandonato del tutto.

“Household Objects” Pink Floyd (1974)

I Pink Floyd avevano centrato il successo globale nel 1973 con Dark Side of the Moon che li aveva trasformati in una delle band più grandi della  storia. Dubbiosi su come dare seguito a quel disco, decisero di provare con un concept irriverente e d’avanguardia, un disco registrato senza alcuno strumento musicale.

Intitolato Household Objects, il progetto consisteva in canzoni dei Pink Floyd suonate con frullatori, lampadine, martelli, scope e altri oggetti d’uso comune Le registrazioni erano frustranti. «Passavamo giorni per cercare di far suonare una matita e un elastico come un basso», ha detto Wright in un documentario della BBC del 2007. «Ricordo di aver detto a Roger: ‘Questa è una follia!’». Gilmour era d’accordo: «Per la maggior parte del tempo erano solo brutti rumori… Era insoddisfacente».

Insoddisfacente e futile. Invece di lavorare per far suonare un elastico come un basso, il gruppo decise semplicemente di usare un basso. Gli strumenti tornarono in gioco e Household Objects venne messo da parte. In fondo, dopo un mese di lavoro avevano registrato solo due brani semi-completi: The Hard Way e Wine Glasses. La prima non vedrà la luce fino al 2011, mentre Wine Glasses venne inserita in Shine on You Crazy Diamond, il brano al centro dell’album successivo: Wish You Were Here.

“The Gouster” David Bowie (1974)

Diamond Dogs, l’album di Bowie del 1974, fece intuire la crescente infatuazione per l’R&B, infatuazione che diventò una vera ossessione dopo il tour americano di quell’estate. Attraversando il Paese a bordo di un tour bus, Bowie si innamorò del Philly Soul in onda su tutte le radio. Per questo decise di andare alla fonte e prenotò delle session al famoso Sigma Sound di Philadelphia. Lì ha assemblato un dream team di session man, tra cui un giovane Luther Vandross. Settimane di lavoro accelerato dalla cocaina hanno dato vita ad abbastanza canzoni per un album. It’s Gonna Be Me, After Today, Who Can I Be Now e Shilling the Rubes sono tutte grandi canzoni in stile “plastic soul”. Young Americans è il frutto più noto di quelle session, con i riferimenti a Richard Nixon registrati due giorni dopo le sue dimissioni.

Il produttore Tony Visconti mise insieme le tracce sotto l’oscuro termine (di solito usato nello slang dei neri) The Gouster, che ha definito così: «Un tizio fico che cammina per la strada schioccando le dita». Era una definizione che calzava a pennello per Bowie. «Credo che tra le varie cose che ho registrato questa mi somigli di più», ha detto a Melody Maker.

L’album era pronto per uscire quando intervenne un ex Beatle. «Due settimane dopo aver finito il mix, David ha chiamato per dirmi che lui e John Lennon avevano registrato una canzone intitolata Fame», ricorda Visconti. La coppia aveva anche inciso una versione di Across the Universe. La tracklist dell’album cambiò moltissime volte per inserire questi brani, e alla fine il disco uscirà nel marzo 1975 con il titolo Young Americans.

“Cold Cuts” Paul McCartney (1974-80)

Paul McCartney e i Wings hanno venduto di Band on the Run (1973) un numero di copie paragonabile a quele che un tempo vendevano i Beatles e l’etichetta discografica era ansiosa di pubblicarne il seguito. Il nuovo album, però, non sarebbe stato pronto per la redditizia stagione delle feste natalizie, così decisero di pubblicare una raccolta intitolata Hot Hitz and Kold Kutz, nota anche come Cold Cuts. Il doppio album doveva contenere un disco di hit da classifica e un altro di brani inediti scritti dopo la separazione tra McCartney e i Beatles. I Wings iniziarono a lavorare al progetto a luglio 1974, sistemando vecchie canzoni e registrandone di nuove. Con Band on the Run ancora in classifica, pubblicare un altro disco era inutile e l’album venne archiviato.

McCartney è tornato sul progetto varie volte nel decennio successivo. L’album ha quasi visto la luce – in formato ridotto – nel 1978, ma l’etichetta preferì la prima parte alla seconda, pubblicando un semplice greatest hits. McCartney ci ha provato ancora nell’ottobre del 1980, registrando un album di 12 tracce che dimostrava la sua versatilità musicale. C’erano la quadriglia di Hey Diddle e canzoni come Best Friend, registrata dal vivo durante il tour europeo del 1972 con gli Wings. Oppure Waterspout, un divertente synth pop estivo, e il pezzo forte: Tragedy, una cover di una ballata degli anni ’50. Sotto molti aspetti quelle canzoni erano meglio del materiale che McCartney scriveva in quel periodo. Ma l’indifferenza dell’etichetta, la fine degli Wings e la devastazione emotiva che seguì l’assassinio di Lennon fecero in modo che l’album si perdesse per sempre negli archivi.

“Homegrown” Neil Young (1975)

Nel 1974 la vita privata di Neil Young era in caduta libera. Sua moglie, l’attrice Carrie Snodgrass, era andata via per sempre, e i tentativi di riallacciare un rapporto di lavoro con CSNY risultarono solo nel progetto fallito Human Highway e nel terribile Doom Tour. È in questo periodo così turbolento che il cantautore scrisse canzoni per un nuovo album, Homegrown.

«Era intenso, sembrava che stesse cercando di fare un disco in mezzo alla guerra del Vietnam», ha detto il produttore Elliot Mazer. «Stava attraversando un vero inferno e scrivere quella musica era un catartico». Titoli come Frozen Man, Separate Ways e Love-Art Blues dipingono un quadro desolante di un uomo solo e dal cuore spezzato. Tutti quelli che l’hanno ascoltato insistono a dire che è bello quanto Harvest, il disco che gli ha cambiato la carriera. Venne addirittura stampata la copertina, e i dirigenti dell’etichetta erano pronti per vendere milioni di copie.

Poi Young cambiò idea. Aveva chiamato amici, tra cui Rick Danko della band, allo Chateau Marmont di L.A. per sapere cosa pensassero del lavoro. Mentre Homegrown arrivava alla fine, un mix dell’oscuro, rozzo e all’epoca inedito Tonight’s the Night passò per puro caso nello stereo.

Dank preferiva la forza ruvida di Tonight’s the Night alla delicatezza di Homegrown. Ignorando i consigli dell’etichetta, Young pubblicò quell’album. «Homegrown è più simile a quello che la gente vorrebbe suonassi adesso, ma era un disco molto cupo», ha detto a Rolling Stone all’epoca. «Era un po’ troppo personale… mi spaventava». Alla fine, dopo decenni di rumor e voci di ogni tipo, il disco uscirà proprio quest’anno.

“Adult/Child” The Beach Boys (1977)

Dopo aver passato la prima metà degli anni ’70 fermo a causa di problemi psichiatrici e di tossicodipendenza, nel 1976 Brian Wilson è uscito dalla stasi per riprendere il suo posto di produttore e genio nei Beach Boys. Gli album che ha scritto in quel periodo, 15 Big Ones (1976) e Love You (1977) non erano stellari, ma quelle session lo hanno aiutato a ritrovare sicurezza. È così che Wilson si è gettato nel suo progetto successivo con un fervore creativo che non si vedeva dai tempi di Smile, l’album che non aveva finito un decennio prima.

Adult/Child era il tentativo di Wilson di scrivere un disco per una big band, con arrangiamenti swing e pieni di fiati scritti dall’arrangiatore di Frank Sinatra. Lo slancio ritrovato è evidente nella prima traccia Life Is for the Living dove appare un monito indimenticabile: “Life is for the living / Don’t sit around on your ass / Smoking grass / That stuff went out a long time ago”.

Nonostante gli arrangiamenti esagerati, le canzoni di Adult/Child offrono uno sguardo sorprendentemente intimo sulla vita di Wilson. Brani più uptempo come H.E.L.P. Is on the Way scherzano sui suoi problemi di peso, mentre Lines racconta una giornata al cinema. Le ballate gemelle Still I Dream of It e It’s Over Now sono emotivamente devastanti quanto qualunque canzone del lato B di Pet Sounds.

La musica non piacque granché al gruppo. Dopo aver sentito quelle demo così orchestrate, Mike Love disse a Wilson, con aria sbalordita: «Ma cosa cazzo stai facendo?». La musica venne scartata, e la band pubblicò il vituperato M.I.U. Album.

“Love Man” Marvin Gaye (1979)

Nel 1979 la star di casa Motown aveva due dipendenze: la cocaina e la moglie Janis Hunter da cui si era separato. Le due cose stavano distruggendo la sua carriera e difatti gli ascoltatori preferivano star più giovani come Rick James e Prince. «Non mi piace che questi ragazzi corteggino i miei fan», si lamentava. «Li riconquisterò con un party album diretto e perfetto per pomiciare».

Intitolato in modo ironico Love Man, il disco rappresentava un tentativo sfacciato di corteggiare non solo i vecchi fan, ma pure la moglie. Come diceva il testo di A Lover’s Plea, “se Dio lassù può perdonarmi, perché tu puoi farlo anche tu?”. Anche il singolo pensato per il lancio, un pezzo disco non proprio brillante chiamato Ego Tripping Out, è una parodia ironica della reputazione di donnaiolo di Gaye.

Una volta pubblicata, la canzone fece flop e una richiesta di tasse per 4,5 milioni di dollari peggiorò la situazione. Alla disperata ricerca di soldi, Gaye partì in tour riuscendo a portare a casa solo una manciata di esibizioni prima di mollare, con uno strascico di cause legali iniziate dai promoter. I debiti lo costrinsero a dichiarare il fallimento. Ha poi tentato il suicidio sniffando un’oncia di coca.

Gaye è sopravvissuto e ha cercato di mettere ordine nella sua vita. Per prendere le distanze da quel periodo infelice si è messo al lavoro su un nuovo album, In Our Lifetime. «Non importa quanti soldi avrebbe sganciato la Motown per pubblicare Love Man, non potevo farlo», ha detto al biografo David Ritz. L’idea di rivisitare il disco è definitivamente tramontata con la sua morte nel 1984. Registrazioni tratte dalle session di Love Man sono state pubblicate in una edizione espansa di In Our Lifetime.

“Rat Patrol From Fort Bragg” The Clash (1981)

I Clash hanno cominciato a cadere a pezzi nell’autunno del 1981 quando il frontman Joe Strummer e il chitarrista Mick Jones si sono affrontati circa la direzione da dare alla band. Strummer preferiva una forma più diretta e tradizionale di rock’n’roll, Jones desiderava esplorare le musiche del mondo già presenti in Sandinista!. Nel ruolo di produttore, il chitarrista propose un ambizioso doppio dal titolo provvisorio Rat Patrol From Fort Bragg.

Registrato soprattutto a New York, durava nella versione finale 80 minuti. Ascoltato oggi, suona come un affascinante amalgama dell’ampio spettro di influenze della band: accenni di hip hop, surf, calypso, funk, new wave e afro beat sono avvolti in una sorta di foschia elettronica data dalla produzione carica di eco. Se fosse uscito, non sarebbe stato l’album migliore dei Clash, ma sicuramente uno dei loro più interessanti.

Purtroppo la reazione dei compagni di band di Jones fu decisamente negativa. «Ma cazzo, ogni cosa deve ricordare quello stramaledetto raga?», disse infuriato il manager dopo averlo ascoltato. Strummer, che considerava il disco indulgente e sconclusionato, chiamò il produttore Glyn Johns per trasformare Rat Patrol in un album singolo dotato di maggiore appeal. Johns eliminò cinque canzoni, ridusse altre cinque di due minuti ciascuna ed eliminò gran parte degli eccessi produttivi. Ed ecco che i Clash avevano il loro album di 46 minuti, pubblicato nel maggio 1982 con il titolo quanto mai appropriato di Combat Rock.

“Electric Nebraska” Bruce Springsteen (1982)

L’album che conosciamo come Nebraska prende origine da bozzetti acustici registrati da Springsteen nella sua casa nel New Jersey nella prima settimana del gennaio 1982. Utilizzando un registratore a cassette Portastudio, ha inciso demo basati su chitarra e voce (con sovraincisioni minime) di 15 brani con l’idea di completarli in seguito con la E Street Band. Le canzoni erano più tristi e macabre rispetto allo standard di Springsteen e riflettevano il malessere che il cantante affrontava a causa di problemi familiari e del senso di isolamento tipico delle superstar.

Tempo un mese e Springsteen era in studio a New York con la E Street Band per arrangiare le canzoni. Mentre il lavoro progrediva il cantante era insoddisfatto degli arrangiamenti troppo carichi. «Sovrastavano i testi», ha detto ad Uncut. «Non funzionavano. Quei due elementi non andavano bene assieme. La band faceva un gran chiasso e invece quei testi esigevano silenzio». Decise perciò che le registrazioni demo erano adatte allo scopo. Le incisioni effettuate in studio vennero scartate e Springsteen pubblicò 10 brani delle sue session casalinghe col nome di Nebraska.

Per decenni non è stato chiaro di preciso quanto del cosiddetto Electric Nebraska fosse stato completato. Il batterista Max Weinberg ha recentemente confermato che l’album esiste. «La E Street Band ha effettivamente registrato tutto Nebraska ed era favoloso», ha rivelato a Rolling Stone. «Era musica dura e affilata. Era grandiosa, ma non era quel che Bruce voleva. Da qualche parte c’è una versione full band di Nebraska».