Home Classifiche Liste

10 piccole e grandi ragioni per amare Ringo Starr

Il batterista dei Beatles compie 80 anni: ne festeggiamo la personalità, il talento, le azioni, le performance. Come si fa a non volergli bene?

Pace e amore da Ringo Starr

Foto: Scott Robert Ritchie/Beautiful Day Media

Ringo Starr, prima batterista dei Beatles e poi solista dalle alterne fortune, ha compiuto 80 anni. Vero nome Richard Starkey, è nato a Liverpool il 7 luglio 1940, durante la Seconda guerra mondiale: era il più anziano dei Beatles, seguito da John Lennon, 9 ottobre 1940, quindi Paul McCartney, 18 giugno 1942, infine George Harrison, 25 febbraio 1943.

Nei primi anni ’60, all’epoca del boom del Mersey Sound, Ringo conosceva già John, Paul e George, ma suonava in un altro gruppo di Liverpool: Rory Storm and the Hurricanes. Ma con quei tre scalmanati, Ringo era sempre andato d’accordo, fin da quando condividevano i palchi a Liverpool e, soprattutto, ad Amburgo. Così quando i Beatles firmarono con la EMI, ed erano finalmente pronti a registrare il primo agognato disco e fare sul serio, fecero fuori il loro batterista Pete Best e chiamarono Ringo Starr. Pete Best è considerato l’uomo più sfortunato del rock, dopo anni di gavetta è stato buttato giù dal treno dei Beatles un attimo prima del successo, Ringo Starr invece è considerato l’uomo più fortunato del rock per il motivo opposto.

Ma è stata solo fortuna? Oppure aveva la personalità e il talento giusto per completare quello che Mick Jagger avrebbe poi battezzato «il mostro a quattro teste»? Noi propendiamo per la seconda ipotesi. Ringo, al fianco di individualità dal talento debordante come Lennon, McCartney ed Harrison, è riuscito a ritagliarsi uno spazio vitale e a lasciare un’impronta importante nella musica del gruppo, sua la voce di alcuni classici dei Fab 4, e nell’immagine dei Beatles. E poi, aspetto per nulla secondario, è riuscito a sopravvivere alla fine del gruppo, cosa rara nel rock: di quanti batteristi di fama si può affermare lo stesso?

Cn il suo stile di batteria essenziale e la sua voce nasale, Starr ha pubblicato venti album in studio e una dozzina dal vivo. Certo, non ci sono capolavori, ma alcuni come Ringo, Goodnight Vienna, Time Takes Time e Vertical Man sono assolutamente piacevoli. Ma è con la carriera concertistica che, dal 1989 in avanti, ha superato qualsiasi aspettativa con centinaia di concerti sempre affollati e, spesso sold out, in cui canta e suona la batteria: la media è di quasi una tournée all’anno. Se non fosse stato per il coronavirus, avrebbe chiuso la sua ultima tournée a Clearwater, in Florida il 28 giugno, nove giorni prima di compiere 80 anni. Tutto rimandato all’anno prossimo, quando di anni ne avrà 81.

Per festeggiare il compleanno di Ringo Starr, abbiamo stilato una classifica di dieci motivi per cui è giusto volergli bene.

10La passeggiata solitaria in “A Hard Day’s Night”

È la scena più malinconica del primo film dei Beatles, l’esplosivo A Hard Day’s Night (1964): Ringo passeggia da solo vicino al Tamigi. Tutta la scena si regge sulla sua mimica, sulla sua presenza scenica. E per dare vita alla malinconia che il regista gli aveva chiesto di esprimere, probabilmente Ringo avrà ripensato alla sua infanzia difficile: cresciuto senza il padre, i genitori si erano separati quando aveva 4 anni, e con molti problemi di salute. A 6 anni, dopo un’operazione di appendicite, ebbe un attacco di peritonite acuta che, dopo un lunghissimo coma, lo costrinse a restare ricoverato in ospedale per mesi, perdendo tra l’altro l’anno scolastico. A 13 anni ebbe una pleurite con complicazioni polmonari e fu ricoverato in un sanatorio dove rimase per circa due anni. La vita però lo ha ripagato: oggi, a 80 anni, gode di ottima salute.

9La moglie Barbara Bach

Nel 1975 Ringo si separa dalla prima moglie Maureen Cox, madre dei suoi tre figli. Dopo diverse relazioni, nel 1980, sul set de Il cavernicolo, film comico ambientato in una preistoria in cui improbabili dinosauri inseguono improbabili uomini primitivi, conosce e si innamora, ricambiato, dell’attrice americana Barbara Bach. Bellissima: era stata la Bond Girl di La spia che mi amava (1977), e avrebbe avuto, nel gennaio 1981, la copertina di Playboy con servizio senza veli. Si sposano a Londra il 27 aprile 1981 e, insieme, sprofondano nell’alcolismo. Nel 1988, durante l’ennesima colossale sbronza in coppia, Ringo picchia Barbara, poi va a dormire e dimentica tutto. Quando si sveglia, e capisce che cosa ha fatto, decide che devono curarsi: entrano in una clinica per disintossicarsi. Quando escono, Ringo crea la All Starr Band: «Suonare mi avrebbe tenuto lontano dall’alcol», ha detto. Così è stato.

8La All Starr Band

Foto: Beautiful Day Media

Vai a vedere Ringo Starr in concerto e ti ritrovi a cantare, tra Yellow Submarine e With a Little Help From My Friends, anche A Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum o Desperado degli Eagles. È la All Starr Band, l’intuizione che, dal 1989, ha riportato Ringo on the road. L’idea è questa: assemblare un gruppo di musicisti che siano, a loro volta, delle stelle ognuna con il proprio repertorio, e allestire un spettacolo in cui Ringo e la All Starr Band si alternano al microfono. Tra i nomi, Gary Brooker, Jack Bruce, Levon Helm e Rick Danko, Timothy B. Schmit e Joe Walsh, Billy Preston, Nils Lofgren, Dr John, Clarence Clemons, John Entwistle, Steve Lukather, Todd Rundgren, Peter Frampton. Vai a vedere Ringo e ascolti un po’ di storia del rock. Mica male.

7Le cartoline dai Beatles

Nel 2004, a 64 anni, Ringo apre i cassetti, raccoglie le cartoline ricevute negli anni da Lennon, McCartney e Harrison e ne fa un libro: Postcards from the Boys, pubblicato in Italia da Rizzoli con il titolo Cartoline dai Beatles. Una meraviglia per chi ha eletto i Beatles a ragione di vita (e non sono poche persone): anche solo ammirare la calligrafia dei propri idoli è tanta roba. Fronte e retro delle cartoline: disegni, battute, saluti ricevuti dai boys da tutte le parti del mondo. Sono vibranti testimonianze di quanto “quei tre” volessero bene a Ringo.

6La quasi-reunion dei Beatles del 1973

Los Angeles, 12 marzo 1973: in una sala di registrazione dei Sunset Sound Recorders ci sono Ringo Starr, John Lennon, George Harrison, Billy Preston alle tastiere e Klaus Voorman al basso. Stanno registrando I’m the Greatest, scritta da Lennon e cantata dal batterista per l’album Ringo: una bella canzone per una esecuzione effervescente e divertente. È quanto di più vicino ai Beatles ci sia stato fino a Free As a Bird e Real Love, i due demo di Lennon completati da Paul, George e Ringo per gli album Anthology (1995-1996). E nell’album Ringo c’era anche Paul McCartney, ma in un’altra canzone. Per gli orfani dei Beatles fu un toccasana e l’album Ringo fu un successo: negli Stati Uniti arrivò secondo, in Inghilterra settimo, in Italia secondo. Quando i dischi si vendevano in milioni di copie, altro che i click di oggi.

5L’aiuto a Yoko dopo la morte di Lennon

Yoko Ono e Sean Lennon, foto di Harry Benson

Yoko Ono e Sean Lennon, foto di Harry Benson

L’8 dicembre 1980 John Lennon viene assassinato a New York. Il 9 dicembre Ringo Starr si fa strada, a fatica, tra i fan in lacrime sotto casa di Lennon per raggiungere Yoko Ono, devastata e incredula. È l’unico dei Beatles a correre da Yoko: era alle Bahamas, prese il primo aereo per New York. Paul e George erano e restarono in Inghilterra. «Chiesi a Yoko che cosa avrei potuto fare per lei: “Gioca con Sean, tienilo occupato”. Ed è quello che ho fatto», ha raccontato Ringo. Sean, secondo figlio di Lennon, aveva 5 anni. Ringo aveva visto John e Yoko pochi giorni prima, il 26 novembre: John gli aveva dato i provini di quattro canzoni che aveva scritto per lui, per il suo nuovo album. Ringo decise di non registrarli mai.

4L’interpretazione di With a Little Help From My Friends

Che cosa faresti se cantassi stonato? Ecco come inizia questa canzone, la seconda di Sgt Pepper’s, affidata a Ringo: lui però non stona, colora questa ninna nanna di malinconia, la rende commovente. E così diventa palpabile il senso del testo di With a Little Help From My Friends: anche la persona più debole ce la può fare con un piccolo aiuto dagli amici. Uno dei classici dei Beatles, che Ringo canta l’anno dopo avere interpretato Yellow Submarine, filastrocca gioiosa e giocosa, una delle canzoni più note del quartetto. Nella democrazia dei Beatles, Ringo doveva cantare una canzone ad album e così è sempre stato, con l’eccezione di A Hard Day’s Night e Let It Be.

3L’urlo alla fine di “Helter Sketler”

Il destabilizzante caos sonoro di Helter Skelter sfuma ed ecco l’urlo viscerale di Ringo: «I’ve got blisters on my finger», ho le vesciche alle dita. I Beatles avevano fatto fuoco e fiamme, avevano pestato duro come mai prima, Ringo aveva dettato il tempo: al termine della registrazione, getta le bacchette e urla il dolore provocatogli dalle vesciche sulle dita. Nel mixaggio finale stereofonico, la frase fu lasciata: rendeva l’atmosfera del pezzo e di una notte folle, nella quale, tanto per dire, mentre McCartney registrava la voce solista, George Harrison aveva dato fuoco a un posacenere, se lo era poggiato sulla testa e aveva iniziato a correre per lo studio. Nell’economia di Helter Skelter, l’urlo di Ringo è iconografico quanto il riff della chitarra.

2La batteria di “A Day in the Life”

Il luogo comune: Ringo Starr è un batterista scarso. La realtà: la parte di batteria nella monumentale A Day in the Life, fantasiosa ed emozionante come uno strumento solista. Per essere un grande batterista non bisogna picchiare duro o esibirsi in lunghi assoli, bisogna sorreggere, dare ritmo, vita e personalità alle canzoni. Ringo non è un virtuoso dello strumento, nei Beatles questa parola era bandita, ma tanti classici dei Beatles sono tali anche grazie a lui. Mai un accompagnamento banale, la fantasia come stile di vita: oggi Ringo è citato come maestro dai più grandi batteristi del mondo. Ascoltare per credere anche Rain, Come Together, While My Guitar Gently Weeps, Here Comes the Sun, Taxman, Let It Be, il charleston di Don’t Let Me Down, il drumming rovesciato di Strawberry Fields Forever o il ritmo che non dà tregua in Tomorrow Never Knows. Batteria perfetta per canzoni che ascoltiamo da oltre cinquant’anni. Solo un caso?

1Le lacrime nel film “Living in the Material World”

George Harrison muore il 29 novembre 2001 per un tumore: aveva 58 anni. Nel 2011 arriva nei cinema il documentario George Harrison: Living in the Material World di Martin Scorsese che, per l’occasione, intervista moltissimi personaggi chiave: dalla vedova Olivia Arias agli amici di una vita, tra cui Eric Clapton, Paul McCartney e Ringo Starr. Ecco, Ringo ricorda l’ultimo incontro con George, in ospedale in Svizzera quando il destino dell’amico era già segnato, e si commuove fino alle lacrime. Piace vedere quanto i nostri idoli si siano voluti bene, quanto siano stati uniti fino all’ultimo. Dà loro un tocco di umanità, li fa scendere dal piedistallo su cui li abbiamo messi e ce li fa percepire più vicini.

Leggi anche