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10 grandi album registrati dentro casa

All’interno delle abitazioni sono nati dischi incredibili che hanno lanciato o segnato le carriere di Bon Iver, White Stripes, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Sufjan Stevens, Death Cab for Cutie, Iron & Wine

Bob Dylan e The Band a Big Pink, nel 1967

Foto: un particolare della copertina dei 'Basement Tapes'

Alessandro Mendini, eminenza nell’architettura e nel design italiano, nella sua rivista Modo scriveva che “la casa non ha fantasia perché priva di ali”. Se, in senso lato, possiamo capire dove volesse andare il pensiero aperto e senza limitazioni di Mendini, in senso strettamente linguistico dobbiamo forse distanziarci dal maestro. Nelle case sono stati scritti, e a volte registrati, dei dischi incredibili che hanno lanciato carriere o che hanno segnato profondi periodi intimisti di grandi artisti. In questo periodo di quarantena forzata, dobbiamo trovare la fantasia anche dove non ci sono le ali. Abbiamo scelto quindi 10 dischi scritti e registrati dentro casa che, nella loro storia e per la loro storia, sono diventati pietre miliari.

1. “The Basement Tapes” Bob Dylan (1975)

Nell’estate del 1966 Dylan ebbe un incidente motociclistico che lo lasciò convalescente a casa per un lungo periodo. Liberato dai pesi delle lunghe e sfiancanti tournée e dalle ansie da disco, si rinchiuse in casa con una serie di fidati musicisti per jammare come un ragazzino nello scantinato della Big Pink, una casa in cui viveva il resto della band. Dopo l’estate del 1967, quando Dylan e The Band registrano questi brani, non viene pubblicato nulla. Un alone mitico circonda queste registrazioni fino al 1975, quando Dylan dà il permesso alla Columbia di pubblicare questo disco doppio. E per i grandi fanatici di Dylan, da quello scantinato nasce l’ennesimo mito.

2. “Songs of Pain” Daniel Johnston (1981)

Pitchfork lo ha giustamente definito “il padrino del pop da cameretta”. Per tutta la carriera di Daniel Johnston, noi ascoltatori siamo sempre stati al suo fianco dentro una stanza tagliata in due da un raggio solare che rivelava un pulviscolo vivo. Perché nulla dice bedroom pop più di una canzone di Daniel Johnston. Songs of Pain è la sua prima cassettina (regalata agli amici), registrata tra il 1980 e 1981 nel basement della casa dei suoi genitori in West Virginia. Risentirla quarant’anni dopo è come entrare in casa del piccolo Daniel e veder rivelata la quintessenza del suo fragile pop da lacrimuccia.

3. “Nebraska” Bruce Springsteen (1982)

Nebraska è quel disco del Boss. Intimo, sporco, casalingo. Tutto ciò che non ti aspetti dallo Springsteen re del rock americano da stadio. Viene scritto e registrato con un multitraccia 4 canali nella casa del Boss in New Jersey, nell’inverno a cavallo tra il 1981 e 1982. Per mesi il Boss si porta dietro quella demo in cassetta. Entra in studio con la E Street Band e registra quelle stesse canzoni con l’arrangiamento rock marchio di fabbrica del suo repertorio, ma non ne è convinto. Nebraska deve essere quel demo registrato in casa e così viene pubblicato. Il resto è antologia della musica.

4. “You Can Play These Songs with Chords” Death Cab for Cutie (1997)

Il suono dell’indie degli anni zero è il suono dei Death Cab for Cutie. In una carriera costellata di anthem underground, You Can Play These Songs with Chords è la prima pubblicazione (in cassetta), quella che anticipa tutto l’indie a venire. Questa demo, sporca, mal prodotta e acerba è il punto di partenza. Non a caso cinque degli otto brani della prima versione vengono ripresi per quello che diventerà il primo vero album della band, Something About Airplanes, il primo grande successo di critica.

5. “White Ladder” David Gray (1998)

Una carriera modesta ma che, nonostante le capacità, non parte. Due dischi autoprodotti, un terzo uscito per una major che entra a malapena nella Top 100 UK e che suona come un fiasco. David Gray a fine anni ’90 si ritrova con una carriera da riscrivere. Si chiude in casa e Phil Hartnoll degli Orbital gli consiglia una Roland Groovebox, una drum machine compatta per utilizzo casalingo. E in quel mood che Gray scrive e registra il folk-pop malinconico di White Ladder nella sua camera da letto, un album che entrerà nella Top 30 dei dischi più venduti nella storia dell’Inghilterra. Ed è da quel disco che derivano i vari James Blunt, Ed Sheeran, George Ezra.

6. “De Stijl” The White Stripes (2000)

L’ultimo grande e vero momento di rock sono stati i White Stripes? Forse. Jack White è l’ultimo vero grande rocker in circolazione? Forse. E se si pensa che questa parte di storia del rock nasce e viene registrata nel salotto di casa di un Jack White pischello, fa quasi impressione. Lui e Meg tirano su un sound rock unico che diventerà IL SUONO DEI WHITE STRIPES, quella batteria sempre sbagliata e quell’attitudine a metà tra la grande storia del rock e la presa per il culo che tutti cercheranno di emulare negli anni a seguire. Registratore a otto canali per un risultato da 340 mila copie negli Stati Uniti e il disco d’oro in UK.

7. “The Big Come Up” The Black Keys (2002)

Due pischelli cresciuti ad Akron, Ohio, la città della gomma nel periodo in cui l’industria della gomma sta fallendo. Come sfangarla? Formando un duo per suonare dello sporchissimo rock-blues nel garage dei propri genitori. I due in camicia di flanella e giacche di jeans sono Dan Auerbach e Patrick Carney ovvero i Black Keys, gente che andrà a scrivere la storia della musica rock di questo ventennio. Da quel garage uscirà The Big Come Up, un esordio da 139 mila copie.

8. “The Creek Drank the Cradle” Iron & Wine (2002)

A volte avere dei buoni amici onesti e sinceri è fondamentale per un musicista. Questa è stata la fortuna di Samuel Beam, in arte Iron & Wine. Proprio prima di mandare le sue demo ai Calexico per iniziare a preparare gli arrangiamenti ritmici di queste canzoni, qualche santità gli fa notare che quelle demo sono clamorose e che la forza di Iron & Wine è propria quella nuda intimità. Le demo, registrate con un registratore a quattro tracce, vengono pubblicate dalla Sub Pop e The Creek Drank the Cradle diventa un successo unanime di critica, aprendo la strada al cantautorato accogliente di quel decennio.

9. “Michigan” Sufjan Stevens (2003)

Sufjan Stevens è uno dei migliori cantautori della nostra generazione e solamente negli ultimi anni è riuscito a raggiungere lo status che probabilmente meritava già quindici anni fa. Michigan esce nel 2003 ed è il terzo disco di Sufjan, il primo in grado di registrare qualche vendita interessante (27 mila copie). Come tutti i dischi di Sufjan, viene pubblicato dall’Asthmatic Kitty, l’etichetta di Sufjan stesso e del suo padrino Lowell. Il disco è un capolavoro, nonché un successo di critica, e racconta quindici storie dal profondo Michigan. Viene registrato con un’attrezzatura ridicola composta da tre microfoni basilari e un multitraccia 8 canali della Roland. Sufjan si occupa di tutto, girando di casa in casa per riprendere l’enorme quantità di strumenti utilizzati per questo disco. Ancora oggi, nell’incredulità generale dei musicisti che ci hanno partecipato, Michigan ha un suono incredibilmente ricco e senza tempo.

10. “For Emma, Forever Ago” Bon Iver (2008)

Vieni licenziato, cacciato dalla tua band e lasciato dalla tua ragazza. Probabilmente l’unica soluzione per uscirne vivo è quella di prendere gli strumenti e nasconderti tra le nevi di una baita nel nulla delle montagne del Wisconsin. E magari mentre sei lassù scopri che tu, Justin Vernon, hai appena registrato una demo incredibile che diventerà il primo disco di Bon Iver. A volte tutte le sfighe del mondo assieme hanno un potere catartico.