10 dischi rifiutati dalle etichette discografiche | Rolling Stone Italia
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10 dischi rifiutati dalle etichette discografiche

Persino Prince, Duran Duran e George Harrison hanno prodotto album rigettati da quelli che Bennato chiamava gli uffici opinioni. Alcuni l'hanno spuntata, altri no. Ecco un po' di storie

Prince

Foto: Nick Elgar/Corbis/VCG via Getty Images

Una riflessione si impone quando pensiamo a come gira la musica. Oggi puoi pubblicare su Internet tutti i dischi che vuoi, quando vuoi: nessuno ti dice niente, il tuo istinto di sovrapproduzione è salvo. Una volta, invece, gli album venivano rifiutati se non rispondevano ai canoni dell’azienda: non importava chi tu fossi.

Il caso di Toy di David Bowie, stampato e messo in circolazione recentemente quando sarebbe dovuto uscire nel 2001, non è l’unico della storia. A Neil Young rifiutarono la pubblicazione del disco a sfondo tropicale Island in the Sun, Echo and the Bunnymen riuscirono a pubblicare Porcupine solo dopo una frettolosa revisione a base di archi di L. Shankar, i Bee Gees si videro riufiutare A Kick in the Head Is Worth Eight in the Pants: la lista è lunga. Ne abbiamo scelti solo dieci, tutti casi esemplari per imparare che non bisogna mai fidarsi di quelli dell’ufficio opinioni, come li chiamava Bennato.

“Adult/Child” Beach Boys (1977)

Nel 1977 i Beach Boys sono reduci da Love You, che a tutti gli effetti porta nel mondo del pop la new wave e soprattutto la sua deriva adolescenziale che vedrà il suo apice in Madonna e affini. Brian Wilson torna al comando, relegando i suoi soci a meri collaboratori. I Beach Boys gli danno di nuovo fiducia pper registrare un sequel da pubblicare nello stesso anno. Stavolta però, ascoltando il work in progress, la reazione della band è sintetizzabile nella frase «ma che cazzo stai facendo?». Wilson stava portando all’estremo i temi già in parte esposti in Love You, ma se in quel disco l’aspetto diciamo infantile si mantiene sull’orlo della demenza senza mai caderci dentro, il nuovo album è un delirio autobiografico che descrive una regressione psicologica che però anticipa una certa attitudine new age morbosa. Musicalmente invece riprende in mano lo swing, con tanto di fiati e orchestrazioni alla Frank Sinatra (tanto che Still I Dream of It era stata scritta per The Voice che però non volle interpretarla, con disappunto di Wilson) e una specie di ottimismo maniacale, con il risultato di comunicare qualcosa di particolarmente disturbato e poco rassicurante. Il contrasto non piacque alla casa discografica Reprise che rifiutò la pubblicazione dell’album, sostituito in fretta e furia da M. I. U., con Wilson tenuto fuori dai giochi. Questo indegno sostituto contiene però il recupero di Hey Little Tomboy, un brano controverso in cui una ragazza particolarmente “maschiaccia” viene convinta da un ragazzo a diventare carina, rasandosi le gambe, mettendosi shorts e rossetto, abbandonando skate e cappellini da baseball, ma si potrebbe pensare che questa tipa sia un “lui” deciso a travestirsi e cambiare sesso, ottenendo così uno dei primi brani gender fluid della storia. Musicalmente di culto, Adult/Child ha influenzato molto dell’indie americano dei ’90 e a seguire (pensiamo a Beck o ai BMX Bandits, una delle band preferite da Kurt Cobain) dimostrando che ancora una volta Wilson aveva ragione e l’industria musicale torto.

“Crystal Ball” Prince (1986)

Il musicista di Minneapolis ha visto vari suoi dischi “sabotati” dalla Warner, tanto che come è noto ci fu una lunghissima disputa legale. In effetti il genietto era in botta da sovrapproduzione e possiamo immaginare la difficoltà nel tenergli testa: pubblicare tutto quello che gli passava in mente era ovviamente agli antipodi degli interessi economici di una qualsiasi etichetta discografica. Fatto sta che Prince riusciva comunque a piazzare un po’ tutto, anche cambiando nome. Nel caso di Crystal Ball era diventato l’alter ego femminile Camille, un personaggio androgino dalla voce filtrata con un pitch che lo trasformava in una specie di eroina gender bender. L’album nasce da un progetto abortito, Dream Factory, che doveva essere l’ultimo lavoro con i Revolution. Masterizzato e pronto alla pubblicazione, fu bloccato da Prince poiché i rapporti con Wendy & Lisa si stavano deteriorando rispetto alla direzione da dare alla band. A quel punto, molti dei brani finirono in Crystal Ball che già aveva un sostanzioso numero di tracce. Non pago, Prince ci aggiunse altri pezzi nuovi di zecca tanto che il tutto si allargò a un triplo LP. Ovviamente ai dirigenti della Warner prese un colpo, anche perché il precedente Parade aveva venduto meno dei precedenti album negli Stati Uniti e mettere in copertina un nickname sconosciuto non avrebbe aiutato. Respinto il progetto, Prince accettò a malincuore di far uscire un doppio, sfornando Sign O’ The Times: Non abbandonò l’idea di riesumare Camille e nel 1998 pubblicò una versione di Crystal Ball in tre CD che però poco aveva a che fare con l’originale. Per ascoltare i brani del vero Crystal Ball bisognerà aspettare la super deluxe edition di Sign O’ The Times uscita nel 2020. Se fosse uscito all’epoca, il disco avrebbe sicuramente anticipato gli ibridi della PC Music e dell’hyperpop più fuido, che hanno fatto tesoro dei bootleg di quest’album circolati dagli anni ’80.

“9” Public Image Ltd (1989)

Parliamo di dischi rifiutati dalle etichette, ma in questo caso il disco fu addirittura respinto dal produttore, prima ancora di registrare una sola nota. 9 avrebbe dovuto vedere il ritorno alla consolle di Bill Laswell. Il grande bassista/produttore aveva avuto un ruolo fondamentale per il rilancio della band, producendo Album, quello della hit Rise per intenderci. Il sequel di Album, ovvero Happy?, non aveva avuto lo stesso slancio commerciale e Lydon pensò di richiamare Laswell per recuperare terreno. Il produttore però ascoltò i provini e disse che la band non era in grado di suonare, consigliando di licenziare tutti (tranne il chitarrista John McGeoch) e di usare invece i musicisti della sua scuderia nonché di riscrivere tutto insieme a lui. Piccato, Lydon si affrettò a sbattergli la porta alle spalle e cambiare produttore scegliendo il più rassicurante Stephen Hague. Quello che sentiamo nel 9 poi pubblicato dalla Virgin (da cui è tratto il singolo Disappointed qui sopra, ndr) è quindi una versione di un disco che avrebbe potuto essere tutt’altra cosa (e a giudicare dai risultati finali, forse anche migliore). Laswell definì la versione che conosciamo «pessima disco music»: se vogliamo spezzare una lancia a favore, il 9 di Lydon è però forse uno dei primi tentativi di plastificare al massimo la musica, prima ancora dell’avvento dei producer “da cameretta” tutti software e app per tablet.

“Souvlaki” Slowdive (1993)

Agli Slowdive non andò meglio quando nel 1992 dovettero dare un seguito a Just for a Day. L’etichetta Creation impose di tirare fuori delle hit e portare per sempre lo shoegaze in classifica. I musicisti ci si misero d’impegno, registrando 25 brani di cui andavano abbastanza fieri. Una volta presentati ad Alan McGee, capoccia della Creation, si sentirono dire che i brani del disco erano «tutta merda». A quel punto dovettero ricominciare da capo. Il nuovo disco uscirà col titolo Souvlaki e spaccherà la critica che solo molto più avanti lo riconoscerà come un capolavoro dello shoegaze: all’epoca le reazioni erano state tiepide, minando il già difficile equilibrio della band portandolo lentamente allo scioglimento temporaneo (si riformeranno nel 2017). E pensare che all’inizio le tracce erano ispirate ai Joy Division e al Bowie di Lodger: a volte affidarsi ai miti non paga. Chiameranno Brian Eno a mettere mano in due brani (Sing e Here She Comes), ma oramai la testa era altrove. Delle tracce che componevano il disco abortito, solo 15 si sono affacciate in pubblicazioni bootleg: di una registrazione ufficiale ancora nulla trapela, e pare che neanche i diretti interessati abbiano il master, ma sperano che in un prossimo futuro si farà giustizia.

“Albergo Intergalattico Spaziale” Albergo Intergalattico Spaziale (1978)

Nel 1976 una band italiana portava la Kosmische Musik in Italia. Mino De Martino, ex Giganti, e l’attrice e performer vocale Terra Di Benedetto, coppia nella vita e colleghi nell’esperienza Telaio Magnetico dove militavano anche Franco Battiato e Lino Capra Vaccina, era insomma all’avanguardia. Ottenuto un contratto con la EMI, consegnano un disco estremo per l’epoca, tanto che i dirigenti dell’etichetta lo rifiutano. Vedrà la luce nel 1978  quando gli Albergo riacquisteranno faticosamente i diritti dell’album potendo finalmente stamparlo. È un disco sempre attuale: tra fumi di impro krauta che ispirerà tanta della Italian occult psichedelia degli anni 2000, tematiche ecologiste e antinucleari e pure preghiere elettroniche che odorano di new age ante litteram, gli Albergo sono i pionieri dello space rock italiano. Quando le etichette sono sorde, fortunatamente il pubblico ci sente benissimo: nei primi 2000 diverrà  un album di culto tra gli appassionati di space music grazie al peer to peer.

“Sacred Songs” Daryl Hall (1980)

La storia di Sacred Song è una specie di manuale di miopia delle case discografiche. Tutti conoscono il percorso di Daryl Hall, il socio di John Oates con il quale componeva il famoso e dinamico duo pop, fatto di successi commerciali dirompenti con un posto fisso nelle playlist easy listening di tutto il mondo. Non tutti sanno che si era rotto le palle di diventare una macchina da hit, che a suo vedere era come timbrare il cartellino. Intenzionato a darci un taglio e a fare finalmente quello che gli interessava, ovvero una versione sperimentale del soul bianco, nel 1977 dopo aver conosciuto Robert Fripp gli propone di produrre il primo disco solista a suo nome. Dall’unione di queste due personalità esce un disco perfetto e folle, in cui le anime frippertroniche e R&B si fondono, anticipando di fatto la no wave e le sue commistioni. I manager della RCA pensano che sia anticommerciale e che avrebbe distrutto la reputazione di Hall tra i fan di Hall and Oates. Piuttosto incazzati, Hall e Fripp fanno circolare i nastri nelle mani dei dj americani e alla fine il disco arriva nei negozi ottenendo anche un certo successo, ma solo nel 1980, quando oramai la new wave e la no wave sono quasi in zona mainstream. Se fosse uscito a tempo debito, Hall avrebbe sicuramente fatto concorrenza a Heroes di Bowie, registrato tra l’altro nello stesso periodo, diventando un eroe del punk. Dopo quattro anni, il disco viene accolto come una bizzarria di Hall, che invece aveva capito tutto e da quel momento si rifiuterà di dare ancora perle ai porci.

“Machina II” Smashing Pumpkins (2000)

Se è vero che di solito un artista commerciale è il più ostacolato nel tentare nuove strade, ci sono casi in cui i cosiddetti act “alternativi” subiscono sabotaggi identici. Un esempio è Machina II degli Smashing Pumpkins. Nel cercare di dare un seguito ad Adore, la band riprende in seno il batterista Jimmy Chamberlain e si mette in testa di scrivere il proprio Sgt. Pepper. Risultato di queste session sarà una quantità di pezzi tale da farne un doppio: in questa forma viene proposto alla Virgin la quale declina subito la faccenda. Corgan propone la pubblicazione separata, ma anche in questo caso l’etichetta mette il veto. A Billy sfuggiva forse un particolare, cioè che le vendite di Adore non erano state proprio esaltanti a paragone con quelle di Mellon Collie. A malincuore opterà per la pubblicazione della prima parte, mentre la seconda verrà distribuita online attraverso la label personale di Corgan, ovvero la Costantinople, in formato free download. Solo 25 vinili verranno stampati, a scopo promozionale. Curioso che Machina II sia stato così osteggiato, nonostante sulla carta avesse tutti i requisiti per essere piuttosto mainstream: sono infatti continui i riferimenti a certo rock glam classico e alle grandi passioni di Corgan come i Cure e i Depeche Mode, talvolta rasentando anche gli U2 e lo stesso concept – condiviso anche da Machina I – tratta di una rockstar che impazzisce, cosa che non può non ricordarci The Wall dei Pink Floyd. Forse che la Virgin non abbia capito un bel niente? Ad ogni modo dopo quest’album gli Smashing si scioglieranno per un bel pezzo, fino alla reunion del 2006: il disco – al di là dell’influenza musicale che Corgan millanta abbia avuto presso le nuove generazioni – rappresenta uno di quei dischi che ha anticipato il crollo delle major per una maggiore orizzontalità delle net labels e la libera circolazione della musica online.

“Reportage” Duran Duran (2006)

Un rifiuto colpì anche una band che non ti aspetteresti: i Duran Duran, che di solito hanno sempre pubblicato qualsiasi cosa, anche le canzoni più discutibili. Consumato il successo di Astronaut, l’album che vedeva il ritorno della formazione orginale, si mettono subito al lavoro per un sequel. La cosa pare viaggiare sui giusti binari, con ispirazione galoppante e la decisione di autoprodursi, con John Taylor al comando per quello che – a dire dei Duran – sarebbe stato il disco più politico della loro storia e anche quello più determinato a rinnovare le loro radici wave senza dimenticare innesti indie e particolarmente rock guitar oriented. Ma ahimè, appena portato l’album alla Sony venne rifiutato perché a loro dire mancava un singolo di traino. I Duran non si danno per vinti: assumono alla produzione l’ex Killing Joke Youth e cominciano a lavorare a delle session con lui. Nello stesso tempo avvicinano Timbaland progettando un altro singolo. Ma improvvisamente il guitar hero Andy Taylor esce dai giochi. A quel punto la decisione più saggia sembra abbandonare del tutto le canzoni già incise e battere nuove strade. Nascerà così Red Carpet Massacre, che nel bene e nel male è  un passo avanti nella storia dei Duran. Questo non significa che la band non abbia colpevolmente depennato quello che è forse il loro capolavoro mancato, come ammettono gli stessi membri del gruppo, tanto che periodicamente i Duran rilasciano alla stampa dichiarazioni nelle quali Reportage sarebbe sempre più vicino alla pubblicazione. Ad ogni modo, l’ipotesi di uno Smile duraniano è molto suggestiva, se non proprio sublime.

“Somewhere in England” George Harrison (1980)

Teoricamente i pezzi grossi dovrebbero essere immuni da certe situazioni, e invece no: l’esempio di George Harrison è lampante. Nel 1980 registra Somewhere in England e lo porta alla Warner, che ascoltandolo lo giudica non commerciale e – quel che è peggio – «troppo rilassato». A Harrison non resta che rivedere tutto il progetto originario, del quale non viene passato nulla, neanche la copertina che prevedeva il suo profilo mischiato a una mappa della Gran Bretagna. Nel momento in cui al disco viene applicato il “belletto” della post produzione, accade però l’inaspettato. John Lennon viene assassinato e l’aria rilassata dell’album si trasforma in inquietudine. Harrison prende All Those Years Ago, un inedito originariamente pensato per il disco solista di Ringo Starr Stop and Smell the Roses, cambia il testo e ne fa un omaggio a Lennon riuscendo persino, oltre al fedele Ringo alla batteria, ad avere Paul McCartney e i Wings ai cori:  una specie di piccola reunion dei Beatles. Nello stesso tempo registrerà tre nuove canzoni che verranno inserite a scapito di quelle inizialmente scelte per la pubblicazione. Una di queste è Blood from a Clone, un attacco alla Warner per il veto messo, un brano beffardo e intricato che ha il sapore della sfida. Paradossalmente la morte di Lennon trasformerà Somewhere in England in un disco accorato che otterrà anche successi di classifica insperati. Segno che a volte il destino può trasformare un rifiuto in opportunità e le tragedie in rinascita.

“Alienation” Rockets (1981)

Altro caso in cui il rifiuto sembra impossibile è quello dei Rockets. Fino a pochi mesi fa Alienation era il loro ghost album – è stato pubblicato finalmente solo pochi mesi fa – e la sua sparizione dalla storia è inspiegabile. Il gruppo space francese tutto dipinto d’argento era infatti reduce dall’album Galaxy, che ne confermava il grande successo, soprattutto in Italia. Nel nuovo album la band voleva però evitare certe scorciatoie disco e sperimentare suite new wave condite da parti elettroniche synth pop: d’altronde è l’81. La casa discografica rifiuta il lavoro, non sapendo dove collocarlo: «è molto avanti, ma anche molto indietro». Riascoltandolo dopo tanti anni possiamo essere sicuri che la parola “indietro” è fuori luogo: semplicemente i Rockets stavano interpretando i tempi a loro modo, anzi prevedendo il grande ritorno di certi gruppi prog (vedi i Genesis o gli Yes) a fondersi con la wave e l’elettronica (che poi anche oggi è una certa tendenza in zona vapor). Al posto di Alienation esce π 3,14, che sembra più diretto e maggiormente danzereccio, anche se i suoni suono trattati è chiaro che si vuole strizzare l’occhio al pubblico pagante. Da questo momento i Rockets andranno in caduta libera, almeno per quanto riguarda il successo commerciale. Ma quello, l’abbiamo capito, nella maggior parte dei casi è solo paura del nuovo. “Mandiamoli in pensione i direttori artistici”.