10 canzoni sul capodanno, senza scomodare gli U2 | Rolling Stone Italia
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10 canzoni sul capodanno, senza scomodare gli U2

Una festa sballata dove va tutto male, uno scioglilingua spirituale, un omicidio il 31 dicembre, uno strumentale ignorantissimo. Meglio un "new year" realistico che uno forzatamente "happy"

Abba

Foto: Siegfried Pilz/United Archives via Getty Images

Pronti al nuovo anno? A giudicare da quello che succede si direbbe di no, ma a volte l’imprevisto può nascondere interessanti sorprese. Per attenderle al meglio è necessario avere la giusta colonna sonora e noi siamo qui per questo: abbiamo scelto 10 brani che si addicono a questo momento dell’anno. Abbiamo evitato quanto possibile le solite hit (New Year’s Day degli U2 o Merry Xmas di John Lennon) per cercare qualcosa di inaspettato. Ed è in fondo quello che chiediamo al nuovo anno, di stupirci. Via quindi con la carrellata di canzoni di e per capodanno.

“Our New Year” Tori Amos (2009)

Avremmo potuto scegliere, di Tori Amos, la più sottile Pretty Good Year, ma Our New Year è più esplicita. Fa parte di Midwinter Graces, un disco su inni e canti popolari del periodo natalizio. Un bel rischio per la Amos, che ottiene forse i più bassi piazzamenti in classifica della sua carriera, ma riesce a non farlo diventare un banale disco stagionale. Pare che Our New Year sia dedicata al fratello di Tori Amos, morto nel 2005 in un incidente stradale, e nonostante il mood non proprio rassicurante è un modo per tenere in vita dei sentimenti d’amore che non possono perdersi per strada, ma anzi devono crescere anno dopo anno. In questo senso è tutto sommato un invito a vivere l’anno nuovo con spirito positivo.

“Ding Dong, Ding Dong” George Harrison (1974)

Nel repertorio dei singoli Beatles ci sono canzoni augurali sia per Natale sia per capodanno di larghissimo consumo e di grande successo (vedi Paul McCartney con Wonderful Christmastime o Lennon con Merry Xmas), ma raramente si cita questo brano di George Harrison scritto appositamente per l’anno nuovo e uscito nel 1974 come singolo di punta del controverso Dark Horse, album che spaccò la critica. Stessa sorte ebbe questo singolo, trattato come una specie di jingle e nulla più mentre in realtà rappresenta un altro piccolo quadretto dell’Harrison spirituale alla I Me Mine. Il ritornello imita il rintocco di un orologio a pendolo e il testo non è da meno: “Ring out the old ring in the new/ ring out the false ring in the true”. Erano aforismi di Frank Crisp, il proprietario originario di Friar Park, la fantasmagorica proprietà che aveva acquistato nel 1970. Il brano ha delle forti caratterizzazioni glam rock e un arrangiamento che non lesina cori e grandi ospiti, come Ron Wood prima che diventasse di fatto un membro dei Rolling Stones, Ringo Starr, Mick Jones prima dei Foreigner e Alvin Lee dei Ten Years After. Harrison diresse anche il suo primo video per promuoverlo, dalle caratteristiche vicine ai Monty Python per assurdità e weirdeness.

“New Year’s Eve” Tom Waits (2011)

Forse tra le più belle canzoni sull’ultimo dell’anno, New Year’s Eve chiude in bellezza il disco del 2011 Bad as Me. Tom Waits, che l’ha scritta con la moglie Kathleen Brennan, l’ha spiegato a Pitchfork: «Sei mai stato a una di quelle feste in cui va tutto male, dove si canta anche se i fuochi d’artificio hanno spaventato il cane che è scappato per due ore, e qualcuno ha dato fuoco al divano e Marge è stata vittima di un’intossicazione alimentare e Bill O’Neal ha chiamato la polizia?». Ecco, di base un pezzo su quei capodanni in cui il caos e il disagio esistenziale regnano sovrani, ma è tutto deformato dal tasso alcolico/drogastico e quindi sembra tutto perfetto: le stelle in cielo che diventano diamanti, gli spari di pistola che diventano fuochi d’artificio, e la pioggia che quasi chiami per nome. Un quadretto tipo Ulisse di James Joyce quando gli oggetti cominciano a prendere vita, che si lascia poi andare a un coro del classico Auld Lang Syne: apparentemente banale, ma nel solito registro rauco della voce di Waits e in una musica liquorosa, lievemente distorta e farcita di elementi folk come fisarmoniche e mandolini che sono immediatamente “metapopolari”, diventa un trionfare dell’umano sulle macerie di un anno andato via con le solite speranze disattese. Ma appunto, il caro vecchio Tom ci suggerisce un bel chissenefrega: brindiamoci su.

“Happy New Year” ABBA (1980)

All’epoca in Inghilterra questo singolo fy stampato in copie limitate, ma da quel momento è entrato in classifica ogni anno, durante le feste di Natale, in diversi Paesi. Soprattutto in quelli latini: nella versione spagnola chiamata Felicidad, infatti, sbancò le charts. Uno potrebbe pensare a uno di quei pezzi nati per accontentare il mercato natalizio, una paraculata insomma: in realtà il brano fu uno dei primi a essere completato per far parte di Super Trooper come scheletro sul quale sviluppare un musical a tema capodanno che non si materializzerà mai (lo proposero anche a John Cleese dei Monty Python). È un’esortazione ad avere fiducia nell’avvenire e ad essere pronti ad affrontare le probabili bugie che lo aspettano, anche perché altrimenti l’essere umano è letteralmente fottuto: e per questo non si tratta di un testo spensierato. Anzi: sottolinea il disagio di essere condannati a un perenne nuovo inizio. Musicalmente è un capolavoro di pop lussureggiante, smaltato, dove dramma e spensieratezza si sposano nelle armonie senza apparente contraddizione, come una moneta a due facce: quella del destino di tutti noi ad ogni giro di boa.

“New Year’s Prayer” Jeff Buckley (1998)

È nato come poema che Jeff Buckley ha letto alla “New year’s day poetry marathon” di New York il 1° gennaio 1995. La canzone gira sul concetto che il primo dell’anno ci ripromettiamo di cambiare, per diventare qualcosa che probabilmente non saremo mai. Buckley esorta invece ad accettarsi per come si è, ad autoassolversi senza vergogna perché non sarà un cambio di anno a migliorare o peggiorare la propria personalità, anzi. Il pezzo ha un sapore quasi di mistica beatlesiana che, per le atmosfere e gli effetti utilizzati, strizza l’occhio anche a un certo tipo di trip hop e ai Siouxsie and the Banshees di Tattoo. La registrazione risale al 1996/97, con Tom Verlaine dei Television alla produzione: avrebbe dovuto far parte di un album chiamato My Sweetheart the Drunk. Con la morte di Buckley il pezzo finirà nella raccolta di inediti Sketches from My Sweetheart the Drunk del 1998. Buckley non cita mai nel pezzo l’anno nuovo, ma l’intento è quello di levarselo di mezzo come evento ansiogeno per lasciare spazio a una liberazione personale espressa sotto forma di preghiera, non tanto verso un Dio ma verso noi stessi.

“New Year’s Day” Scooter (1999)

Per partire di slancio non guasta l’adrenalina tamarra della band tedesca di happy hardcore techno più famosa di sempre. Nel 1999 gli Scooter pensarono bene di dedicare un singolo all’arrivo del nuovo millennio intitolandolo molto prosaicamente come Fuck the Millennium. A noi interessa il lato B, New Year’s Day che non è una cover degli U2, ma una ignorantissima cavalcatona strumentale simil gabber gommosa con una sirena d’allarme che evoca bombardamenti a tappeto: un cliché che rende subito fumettistici i toni drammatici della traccia, cosa non nuova al gruppo tedesco. Come da tradizione non c’è spazio per la raffinatezza, ma non essendoci spazio neanche per il cantante H.P. Baxxter il tutto sembra acquistare una marcia in più: lontano dalle zoraggini che ci aspetteremmo ma di certo sempre poco digeribile. D’altronde ogni anno nuovo arriva senza bussare, buttando direttamente giù la porta.

“New Year’s Eve” Adrenaline O.D. (1982)

E se il nuovo anno arriva sempre con una certa violenza, allora questo brano è perfetto per descriverlo. Capolavoro di una band culto del punk hardcore newyorkese, gli Adrenaline O.D. (autori dei brani hardcore più veloci della storia e contemporanei dei primi Beastie Boys come dei Bad Brains e ispirazione di gruppi storici come Anthrax, NOFX, Darkthrone), è la descrizione di un femminicidio dipinto con pennellate di humor nero, una delle caratteristiche della band. La tipa viene massacrata per strada rea di essere salita sulla macchina del protagonista mentre era sbronzo rifiutandosi di dargliela. Pura alienazione urbana in un 1982 che sembrava sempre più un 1984 orwelliano, ci mostra che l’anno quando è nuovo non è sempre happy. Ma l’importante è entrarci dentro, che poi è l’ unico modo per uscirne fuori.

“Merry Merry Christmas and a Happy New Year” Sandy Marton (1985)

Cosa fai dopo avere registrato un disco di successo che va fortissimo d’estate? Incidi anche la sua versione invernale. Questo singolo del 1985 arriva un anno dopo People from Ibiza: basta cambiare il testo con un semplicissimo “Merry merry Christmas, happy new year to you”, condirlo con campane come da tradizione del pop elettronico mainstream di metà ’80 e il gioco è fatto. Per un primo dell’anno Italo disco questo è un inno imprescindibile: e nonostante il riciclo, in Italia arrivò al 40simo posto in classifica. Menzione speciale al lato B White Storm in the Jungle che con il suo arrangiamento strizza l’occhio a Paul Hardcastle e un testo in cui la neve è la cocaina.

“Davanti al mare” Pooh (1990)

I Pooh ribaltano la classica immagine che associa il capodanno al Natale con la neve e ambientano un 31 dicembre al mare in una non meglio identificata località del sud, passando in rassegna ricordi di gioventù e riflessioni sul tempo che scorre tenendo però ben saldo il fatto che la combriccola cerca da bere fino allo sfinimento, anche se l’alba è passata da un pezzo. È il brano più interessante dell’album Uomini soli, che nonostante la title track è uno dei momenti più deboli della discografia dei quattro. Composto da Dodi Battaglia, è abbastanza intricato nella melodia e sfoggia un’intro alle strofe che è un chiaro omaggio ai Byrds periodo psichedelico.

“Biglietto d’auguri” Pierangelo Bertoli (1982)

Un singolare inedito di uno dei nostri cantautori più “combat”, è una lettera aperta di buon anno contenuta nella raccolta Natale con i tuoi del 1982, nella quale i pezzi grossi del pop italiano si cimentavano in versioni attualizzate di grandi classici natalizi e con inediti scritti ad hoc. In questo caso Bertoli sceglie di vestire un classico, ovvero Amazing Grace, un grande numero strumentale per ogni zampognaro che si rispetti. E lo fa con uno spoken di un suo testo originale tratto dalla canzone Auguri Caterina, che era nell’ album S’at vien in meint del 1978, interamente scritto in dialetto modenese (qui la versione è in italiano). Ed è chiarissimo negli intenti: “Quando è arrivato dicembre viene Natale e l’anno vecchio è marcio e degradato, mi sembra a volte che sia giunto il giorno”. Si auguran la fine dell’anno senza ladri, preti, politicanti e pregiudizi, mettendoci in mezzo anche i sacrosanti diritti nelle carceri speciali, per un mondo in cui siano tutti finalmente uguali. Il cuore comunista di Bertoli tinge di rosso l’anno nuovo partendo da concetti cristiani che vengono tolti dalle mani degli uomini di chiesa, quella chiesa dove alla fine ci si rifugia solo per riscaldarsi dopo aver ballato nel fienile con qualche bottiglia di vino. E forse in questo modo si può sperare che arrivi “il più bell’anno che ci sia”. Una curiosità: pare che la Caterina del titolo sia proprio Caterina Caselli, l’ex casco d’oro all’epoca pezzo grosso della CGD, l’etichetta di Bertoli.