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10 canzoni per la Giornata mondiale contro l’AIDS

Lou Reed che piange gli amici morti, Neneh Cherry che cambia le parole di un classico, George Michael che rende omaggio al suo compagno e altri pezzi che hanno raccontato la «peste del 2000»

George Michael canta per Sidaction a Parigi nel 2012

Foto: Miguel Medina/AFP/GettyImages

Oggi si celebra il World AIDS Day, giornata mondiale dedicata alla sensibilizzazione sul flagello che dal 1981 ha ucciso oltre 32 milioni di persone. Si tratta di una delle epidemie più letali della storia e, in quanto tale, non poteva non essere trattata anche nella musica pop.

Da Cyndi Lauper a Janet Jackson, da Madonna fino ai Pet Shop Boys, sono tanti i cantanti e le band che hanno dedicato singoli o addirittura interi dischi ad amici stroncati da quelle quattro tristemente celebri lettere. C’è anche chi quelle quattro lettere le ha messe a titolo, come le Salt-n-Pepa. Dopo aver toccato l’argomento nel singolo Let’s Talk About Sex del 1991 (che è stato censurato negli Stati Uniti a causa del testo esplicito, ricco di esortazioni a praticare sesso sicuro), il gruppo ha lanciato un ulteriore monito, pubblicando una seconda versione della hit. Dal titolo stavolta inequivocabile: Let’s Talk About AIDS.

Tutti i generi hanno direttamente o indirettamente tradotto in musica il problema, dall’hip hop al rock passando per il synth pop. Anche Pretty Boys and Pretty Girls, pubblicata nel 1988 dai Book of Love, invita al sesso sicuro (con le parole “il sesso è pericoloso, non voglio correre rischi”). Pure il country ne ha cantato la drammaticità. In She Thinks His Name Was John del 1994 Reba McEntire separa l’AIDS dall’omosessualità, raccontando di una donna che lo contrae dopo l’avventura di una notte.

Una delle prime canzoni a cui tutti pensano quando si parla di brani relativi all’HIV è The Show Must Go On dei Queen, pubblicata nove mesi prima della morte di Freedie Mercury, anche se non affronta il tema, pur evocandolo. Quelle che abbiamo raccolto sono 10 fra le canzoni più significative che parlano direttamente di HIV e AIDS.

“Sign o’ The Times” Prince (1987)

Il brano che apre l’album omonimo di Prince del 1987 contiene un chiaro riferimento al primo verso: “In Francia un uomo pelle e ossa è morto per una grave malattia con un nome corto/ per caso la sua ragazza si è imbattuta in un ago / e presto ha fatto lo stesso”. La grave malattia con il nome corto è chiaramente l’AIDS, il primo dei flagelli di cui Prince canta: la violenza delle gang, la povertà, la droga, il nucleare e il disastro dello Space Shuttle Challenger (che nel 1986 ha causato la morte di sette persone a bordo della navetta spaziale della NASA).

“Halloween Parade” Lou Reed (1989)

Lou Reed omaggia i tanti amici persi per colpa dell’AIDS. La parata del titolo è composta per metà da membri della comunità LGBT del Greenwich Village e per metà da chi non c’è più, morti per complicazioni dell’HIV. Senza di loro, Halloween non sarà più lo stesso. Il brano è un memoriale di tutti i “caduti” nella battaglia contro l’AIDS. “Questa festa un po’ mi deprime, specialmente quando capisco che non ci sei” e “Il passato continua a bussare, bussare alla mia porta e non lo voglio più sentire” esprimono lo stato d’animo di Lou Reed e di tutti coloro che in quegli anni hanno vissuto una vera e propria pandemia.

“I’ve Got You Under My Skin” Neneh Cherry (1990)

La canzone del 1936 scritta da Cole Porter per il musical Nata per danzare di Roy Del Ruth e resa poi immortale da Frank Sinatra nel concept album Songs for Swingin’ Lovers! è stata reinterpretata da innumerevoli artisti. Ella Fitzgerald, Peggy Lee, Dinah Washington, Mina, Michael Bolton e Michael Bublé, solo per citarne alcuni.

Ma il remake più interessante è quello del 1990 di Neneh Cherry che l’ha pubblicato come singolo e all’interno del disco di beneficenza Red Hot + Blue. La cantante ha cambiato la maggior parte delle parole di Cole Porter, trasformandolo in un rap sulle vittime dell’HIV che cita senza sottintesi l’AIDS: “Vittime di una pestilenza lentamente svaniscono, da una deficienza immunitaria chiamata AIDS”, “Crescere sapendo che non esiste una cura, ti ho sotto la pelle”, “Puro dolore che mi stai dando, ti ho dentro di me, giù in profondità, sei davvero una parte di me”. C’è anche un chiaro collegamento tra eroina e AIDS, con l’esortazione a non scambiarsi l’ago della siringa: “Condividi il tuo amore, non condividere l’ago”.

“On Every Corner” Ani DiFranco (1991)

Contenuta nell’album Not So Soft, è un crudo resoconto di come l’AIDS ha falcidiato i senzatetto di New York nei primi anni ’90: “A ogni angolo qualcuno tiene un cartello che dice: sono un homeless, ho fame e ho l’AIDS”. Il pezzo suona anche come un’accusa alla società e alle amministrazioni cittadine che non si sono preoccupate di affrontare il problema.

“The Last Song” Elton John (1992)

The Last Song è l’ultima canzone (di nome e di fatto) dell’album The One. È dedicata a Ryan White, un giovane statunitense emofiliaco che è stato infettato dal virus dopo una trasfusione, diventando simbolo della lotta contro l’AIDS. Elton John ha stretto un profondo legame di amicizia con Ryan e al suo funerale (a cui hanno presenziato pure Michael Jackson, l’allora First Lady Barbara Bush e Donald Trump) ha suonato al pianoforte Skyline Pigeon, le cui parole sono incise sulla tomba del ragazzo.

Il testo di The Last Song, scritto da Bernie Taupin, racconta di un teenager sieropositivo che riceve una visita inaspettata dal padre poco prima di spirare. Versi come “Oggi peso meno di un’ombra sul muro” e “Non ho mai pensato che avrei perso, ho pensato solo che avrei vinto” lo rendono tanto realistico quanto straziante.

“Streets of Philadelphia” Bruce Springsteen (1993)

Streets of Philadelphia è la canzone dei titoli di testa di Philadelphia, il film di Jonathan Demme su un avvocato gay sieropositivo che lotta per non perdere il posto di lavoro. Bruce Springsteen ha scritto il brano pensando a un amico scomparso e l’ha registrato occupandosi di tutti gli strumenti, a eccezione del basso e dei cori (che si devono a Tommy Simms). Alcune parti di sassofono (Ornette Coleman) e cori (“Little” Jimmy Scott) sono stati registrati, ma mai aggiunti alla versione definitiva (si sentono solo in una breve sequenza in cui Tom Hanks esce dall’ufficio di Denzel Washington).

Benché il regista avesse chiesto a Springsteen un pezzo rock, ne è uscita una delle più toccanti ballad della storia della musica che descrive una passeggiata per la città con abiti che non stanno più addosso, sia dentro, sia fuor di metafora. Sempre per il film Philadelphia, Jonathan Demme si è rivolto all’amico Neil Young per un contributo alla colonna sonora. La sua canzone, Philadelphia, è una delle poche che parla esplicitamente del legame tra omosessualità e sieropositività: “Dimmi che non sono da biasimare, non mi voglio vergognare dell’amore”.

“Hold On” Sarah McLachlan (1994)

Il brano della canadese Sarah McLachlan parla di due amanti che si stanno per lasciare perché lui sta per morire. Nel 2014 la McLachlan ha spiegato in un’intervista all’Huffington Post di essersi ispirata al film A Promise Kept, il documentario canadese che racconta di come una donna con il marito infetto affronti l’amore, la passione e infine la morte del compagno. La strofa che inizia con le parole “”Dio, se sei lì fuori perché non mi senti?” condensa il dolore che una persona può provare di fronte a una situazione difficile e tragica.

“Waterfalls” TLC (1995)

Vengono raccontate due storie: quella di un ragazzo ucciso da un gruppo di spacciatori e quella di una donna che convince il partner ad avere un rapporto sessuale non protetto, trasmettendogli il virus. Il brano ha ricevuto due nomination ai Grammy Awards del 1996. Il video, diretto da F. Gary Gray, ha invece trionfato agli MTV Video Music Awards del 1995, ottenendo ben quattro premi. Già prima di Waterfalls le TLC erano promotrici del sesso sicuro per arginare il contagio da AIDS e Lisa “Left Eye” Lopes nei primi video si copriva l’occhio sinistro con un preservativo.

“Jesus to a Child” George Michael (1996)

È dedicato al compagno brasiliano del cantante, Anselmo Feleppa, stroncato dall’AIDS due anni prima. Malinconica e struggente, pare sia stata scritta di getto in meno di un’ora e parla dell’HIV come di fonte di insopportabile sofferenza (“E cosa ho imparato da questa sofferenza?”). L’album da cui è tratta, Older, è quasi interamente dedicato alla scomparsa del partner (You Have Been Loved, l’ultima traccia, racconta ad esempio dell’incontro del cantante con la madre di Anselmo al cimitero, sulla tomba di lui) anche se all’epoca George Michael non aveva ancora fatto coming out.

Solo dopo la morte del cantante, nel 2016, è stato reso noto che Michael aveva donato le royalties del singolo all’ente benefico ChildLine che si occupa di minori.

“Free Me” Sia (2017)

Pubblicato per raccogliere fondi a sostegno della lotta contro l’AIDS, è accompaganto da un video narrato dall’attrice premio Oscar Julianne Moore che racconta la storia di Kai (Zoe Saldana), una donna incinta a cui un medico dice che il virus dell’HIV si sta diffondendo nel suo corpo, con la possibilità di contagio del feto. Il video si conclude con le immagini del bambino appena nato corredate dalla scritta in grafica “L’HIV/AIDS è la causa numero uno di morte delle donne in età riproduttiva nel mondo”.