10 album (non i soliti, non solo inglesi) per capire il new romantic | Rolling Stone Italia
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10 album (non i soliti, non solo inglesi) per capire il new romantic

Tutti conoscono i Duran e gli Spandau. Pochi ricordano questi dischi inglesi, ma anche scozzesi, olandesi, americani e australiani che hanno segnato uno degli stili di maggior successo degli anni '80

I Talk Talk nel 1982: Simon Brenner, Mark Hollis, Lee Harris, Paul Webb

Foto: Michael Putland/Getty Images

Ci sono generi musicali i cui grandi dischi si contano sulle dita di una mano, vedi ad esempio l’AOR, e altri in cui la produzione è di qualità e si pesca spesso a colpo sicuro. Il new romantic è una via di mezzo. Il genere, che è nato a fine anni ’70 tra Londra e Birmingham e raggiungerà il picco espressivo negli anni ’80, veniva direttamente dalla new wave, facendola deragliare però in uno stile devoto al Bowie di Station to Station e ai Roxy Music, amplificandone le caratteristiche ballabili e “sintetiche”. Il tutto a reggere una filosofia di vita per cui lo stile, il look, il packaging erano un tutt’uno con il sound, diventando quindi uno dei primi movimenti multimediali della storia della musica.

I gruppi sono stati tanti, a volte confusi con artisti new wave perché sottile era la linea che li divideva. La qualità dei singoli progetti spesso era oscurata da campagne promozionali che creavano concorrenza se non proprio inimicizia tra le band. Risultato: ci ricordiamo solo dei nomi che hanno scalato le classifiche, come Duran Duran, Spandau Ballet, Visage, Human League. Ai grandi capolavori riconosciuti si affiancano quelli – se non misconosciuti – dimenticati, schiacciati “dalle ruote dell’industria” (per dirla con gli Heaven 17) o a volte ingiustamente rinnegati dai loro stessi autori poiché più tardi passati dall’altra parte della barricata. Ecco 10 esempi.

“Building Beauty” Endgames (1983)

Se c’è un disco che può essere considerato il simbolo dell’estetica new romantic, questo è Building Beauty, il cui titolo è fin troppo aderente alla realtà. Prima di arrivarci gli scozzesi Endgames erano nei primi ’80 un gruppo new wave/synth rock che condivideva con gente come i Simple Minds i palchi e il sound all’epoca darkettone. E non erano certo degli scarsoni, tanto che John Peel li invitò a registrare una session da lui. Come spesso succede, la band da disturbante comincia a diventare più commerciale, anzi commercialmente aggressiva. Hanno l’aura delle future star e il passaggio a una visione più dance/disco è chiaramente legata a doppio filo alla trasformazione di una certa new wave sintetica nel suono new romantic, rivolto più ai piedi dei ballerini che alla testa. Gli Endgames ottengono un contratto con la Mercury e sparano un singolo, We Feel Good (Future’s Looking Fine) prodotto dal grande John Leckie, che potrebbe mettersi sotto i piedi gli Spandau Ballett. Il successo però non è di massa e la Mercury li scarica. Subentra la Virgin e il singolo Waiting for Another Chance è una grande hit in Scozia, ma fatica ad entrare in classifica nel resto del mondo, a parte la Germania Ovest e la Svizzera. L’idea dell’o la va o la spacca pervade tutto Building Beauty in cui la band fa uso massiccio di tecnologie digitali, campionatori, sintetizzatori all’ultimo grido in un impianto tra il soul glaciale, il pop patinato e la wave iperprodotta. Capolavoro formale, inattaccabile da tutti i punti di vista, ma per questo lontano da quella “umanità” che di solito fa scalare le classifiche. Seguirà una parabola discendente fino alla rescissione del contratto e lo scioglimento. È una perfetta storia new romantic, bellezza che finisce anzitempo per svanire.

“Shine” Kids in the Kitchen (1985)

Dall’Australia, i Kids in the Kitchen nascono nel 1983 in piena botta new romantic, suonando un omogeneizzato di quel synth pop venato di funk e di materie sonore plastiche che all’epoca va per la maggiore. In pratica, rappresentano i mondi musicali dei Duran Duran, degli Chic e dei Simple Minds sintetizzati in una versione ancora più giovanile. Dopo una manciata di singoli entrati nella classifica australiana, il debutto Shine riesce nell’impresa quasi impossibile di fondere gli Spandau Ballet con i Tears for Fears e gli U2 con gli A Flock of Seagulls: è quasi un bignami del genere, proiettato già verso un post romantico ben interpretato dal Live Aid, nel quale il new romantic sta diventando uno standard commerciale al picco di popolarità. Shine è uno dei dischi più venduti dell’anno in Australia, con una produzione di livello internazionale e al banco di regia lo statunitense Mark Berry, che forte del suo lavoro con Afrika Bambaataa porta nel loro sound una ventata di West Coast americana (in futuro collaborerà con Duran Duran e Talk Talk, facendo dei Kids degli apripista di un certo tipo di sound “levigato”). All’epoca Rolling Stone si sbilancia e li definisce la next big thing. Forse eccessivamente esaltati per tante aspettative e poco preparati a sopportare la pressione, registreranno nel 1987 l’album Terrain senza ottenere il successo sperato. Vero è anche che a quel punto la parabola new romantic è giunta al capolinea e la sua spinta propulsiva oramai esaurita.

“Digital Cowboys” Our Daughters Wedding (1981)

Il trofeo per il nome peggiore della storia del rock appartiene a questo gruppo americano, che lo sceglie per la semplicità del concetto. Il trio è l’alternativa statunitense al new romantic inglese: dopo aver ottenuto un successo abbastanza clamoroso con singolo robotico e alla Visage Lawnchairs, prodotto in maniera indipendente senza che la band abbia dietro una grossa etichetta alle spalle, firmano per la EMI e cominciano a fare le cose in grande, arruolando come produttore Colin Thurston, ovvero l’artefice del primo album dei Duran Duran (con i quali andranno in tour). Il risultato è il mini LP Digital Cowboy, dalle perfette sonorità new romantic con in più una grande predisposizione per l’elettronica marziale e suonando tutto in sync senza uso di sequencer. Il disco offre una versione più dinamica del new romantic e l’anno successivo la band pubblicherà Moving Windows, un tentativo di andare oltre. Fin dalla copertina l’album cerca di competere con, se non superare, i Duran Duran sul piano dell’eleganza pop art e della sexyness (il nudo di donna per quanto stilizzato, verrà censurato) e la produzione è affidata al tastierista dei Parliament/Funkadelic David Spradley, che innesta nel sound una ventata di blackness, prevedendo la virata del new romantic verso rotte ancora più funk (culminate in un certo senso in Notorious dei Duran). Il disco non andrà da nessuna parte a causa di beghe contrattuali e i soliti cambi di dirigenza, e dopo un lungo tour con gli Psychedelic Furs gli Our Daughters Wedding si scioglieranno formalmente nel 1984, rimanendo una promessa mancata. Digital Cowboy rimane comunque un must della loro produzione e di tutto un filone da riscoprire.

“Hard” Gang of Four (1983)

La maggior parte delle persone ricordano i Gang of Four come una band dedita a un post punk selvaggio e politicamente impegnato di cui sono capiscuola assoluti. Non tutti sono al corrente della loro parentesi new romantic. Hard del 1983 può essere accostato al genere, come una versione “dura” dello stile che contraddistingue Duran e soci. Stilettate di basso e batteria a pad funkettari, un sound pulito e definito, una chitarra che suona come un pattino che scivola sul ghiaccio, melodie che sembrano tasselli di un mosaico più ampio, ovvero la rivisitazione del suono new romantic in salsa Pop Group. I fan di vecchia data non comprendono la virata commerciale, tanto che Hard è considerato quasi all’unanimità monnezza. Chiaro, mancano i due membri storici, il gruppo dà la sensazione di sfaldarsi battuta dopo battuta, ma già dal titolo Hard è una doppia provocazione sia ai vecchi fan, sia al genere musicale trendy del periodo. È un disco nervoso, in un certo senso insofferente rispetto al genere musicale che si tenta di attraversare e superare. Esempio di dissociazione creativa al massimo grado, verrà suonato dal vivo senza risparmiarsi. Questo però non consentirà di ottenere un buon piazzamento in classifica, cosa che decreterà la fine della band (prima della reunion del 2004, ma questa è un’altra storia).

“The Party’s Over” Talk Talk (1982)

Gli inventori del post rock che fanno un disco new romantic? È risaputo che i Talk Talk iniziano la loro carriera proprio come band affiliata a Spandau e soci, con il produttore Colin Thurston in cabina di regia e un suono sintetico solido e potente. The Party’s Over già dal titolo prende le distanze dall’edonismo new romantic: spiritualmente sono forse già indirizzati verso Spirit of Eden, musicalmente sono però interessati a far passare determinati concetti esistenziali usando le tendenze musicali in voga. The Party’s Over contiene pezzi all’altezza delle pietre miliari del genere, anche perché i Talk Talk sono fan genuini di Roxy Music e dintorni. Gli ingredienti sono synth potenti, drum machine, nessuna apertura alle chitarre, ma anche e soprattutto la voce di Mark Hollis che riesce a esprimere i suoi crucci esistenziali (che sono quelli di un’intera generazione) forse meglio di molti colleghi del genere. Nonostante The Party’s Over resista alla prova del tempo essendo qualcosa di più di un disco catalogabile in un periodo storico preciso, non è mai stato centrale quando si parla di new romantic. Questo perché è considerato come una prova acerba. Quando ti sei inventato il post rock con prove come Laughing Stock, tutto quello che viene prima è sottovalutato. A torto.

“Berlin Blondes” Berlin Blondes (1980)

I Berlin Blondes, da Glasgow, sono uno di quei gruppi ai quali forse è stato chiesto troppo: cioè di diventare degli arieti da classifica. Dopo essersi fatta scappare i Sex Pistols, la EMI vede in loro la prossima gallina dalle uova d’oro. Forti di un utilizzo massiccio di sintetizzatori e drum machine, gli scozzesi sono veri e propri pionieri di quella che sarà l’estetica e lo stile musicale new romantic. Punti di riferimento i Simple Minds di Life in a Day e gli Sparks (allo stile vocale dei due fratelli Mael, il cantante Steve Bonomi unisce una malcelata passione per Gary Numan) infarciti di tensioni kraftwerkiane come dimostra uno dei loro brani manifesto, Mannequin. C’è anche una spiccata tendenza a infilare chitarre rock in contesti sintetici, in pieno stile duraniano, pratica esplicita in Science. Non mancano delle poderose cavalcate a “tecnica mista” tra il synthpop e la new wave farcita di basso distorto come Zero Song, che ricorda da vicino i Visage, cose che sulla carta rendono i Berlin Blondes inattaccabili. I problemi vengono però presto alla luce: la loro potenza live sparisce una volta in studio e non basta la mano dell’esperto Mike Thorne (produttore degli Wire e primissimi demo dei Sex Pistols, dopo l’esperienza coi Blondes anche dei Soft Cell) per raddrizzare il tiro. L’album esce quando la band è già in pratica smembrata: per divergenze di opinioni il tastierista James Spenders va a finire con gli Altered Images, il bassista Dave Rudden se ne è era già andato per entrare nei succitati Endgames. L’album non decolla in classifica e la EMI li scarica senza complimenti alla fine dell’anno. Berlin Blondes rimane ancora oggi un disco fresco, elettrizzante ed eclettico tanto da poterlo inserire senza meno tra i più grandi dischi del new romantic tutto.

“Elegant Machinery” Data (1985)

Formatisi in Inghilterra dopo la fine degli one hit wonder Sailor, gruppo glam rock del 1973, i Data hanno una personalità musicale che in qualche modo compete con quella di Eurythmics o Yazoo: la voce femminile è centrale e protagonista (l’ottima ed efebica Frankie Boulter), anche se non si tratta di un duo ma di un trio. La loro prima uscita Opera Electronica sa ancora di post punk. Con 2-Time gli esperimenti elettronici cominciano a diventare algidi e in linea con certo pop, ma il loro album manifesto è forse Elegant Machinery. Partito come esperimento sintetico sul country & western, diventa alla fine una cosa a sé stante con la matrice di partenza irriconoscibile. Rasenta la perfezione, non c’è un suono fuori posto. È uno degli ultimi dischi new romantic, quelli che decretano la fine di un genere, e sarà il canto del cigno della band, ma di sicuro è anche tra le avvisaglie di qualcosa che ancora nessuno si aspettava: l’hyperpop.

“Kudos” Kudos (1983)

Il mistero circonda questa band olandese. Nel 1983 pubblicano l’album omonimo, forti degli arrangiamenti di Philip Fortescue Longden e della partecipazione straordinaria del percussionista Luis Jardim (collaboratore di ABC e Duran Duran, tra i tanti). È una piccola gemma new romantic nella quale si può ascoltare sia l’epicità degli Spandau quanto il dinamismo degli Wham! e l’apparato futurista degli Ultravox!, a volte anche avvicinandosi ai Kajagoogoo di Limahl. Nell’insieme sonoro luccicante e danzereccio viene fatto un abbondante utilizzo della batteria elettronica Simmons, all’epoca una delle più gettonate, con un songwriting a prova di bomba. L’album è stato recentemente ristampato dall’etichetta indiana Milestone. I Kudos sono la classica meteora. Peccato, perché il singolo riempipista Ten Down to Zero e l’algida proto house Boys and Girls meriterebbero il podio tra le migliori uscite del genere.

“Sophisticated Boom Boom” Dead or Alive (1984)

Ci si ricorda dei Dead or Alive e del loro androgino leader Pete Burns solo per la hit You Spin Me Round, un brano catchy dai bpm sparati a mille e dai suoni che sono lo stato dell’arte della dance più meccanica del periodo, essendo la produzione del trio Stock, Aitken & Waterman, imbattibili a fine ’80/inizio ’90 sulla pista da ballo. Prima dell’exploit dell’album Youthquake nel quale era presente quel singolo, la band aveva inciso un paio di dischi, il primo dei quali, Sophisticated Boom Boom, è più vicino al new romantic che alla hi nrg che caratterizzerà il loro periodo d’oro. In un certo senso trainano il primo genere verso il secondo, con sonorità che non sono poi lontane dai Duran di The Reflex, se non nel tentativo di essere più aggressivi, il più possibile “tecnologici” e rifacendosi più alla disco music che al funk. A volte strizzando l’occhio allo stile Bronski Beat (a loro volta spesso inseriti nel filone new romantic), i Dead or Alive costruiscono dei brani circolari che danno l’impressione di un continuo hangover. Anche nel look erano affiliati al “movimento”: presenza fissa nei club di riferimento più in del periodo, Burns diventerà presto acerrimo rivale di Boy George, anche lui affezionato frequentatore degli stessi posti. Rimane un mistero la loro semi assenza dalla narrazione della storia del new romantic: forse perché a tutti gli effetti Sophisticated Boom Boom gli dà il colpo di grazia proiettandosi già negli anni ’90 della dance digitale.

“With Sympathy” Ministry (1983)

Ma chi, i Ministry, quelli con la voce passata dentro un distorsore, che fanno macelli industrial metal? Ebbene sì: dentro di loro ha battuto un cuore new romantic. Il leader Al Jourgensen ha sempre denigrato la prima prova della band, sostenendo di essere stato costretto dalla casa discografica Arista a piegarsi alla moda imperante. Per un periodo sembrava addirittura che il cantante avesse distrutto i master, anche se poi il disco è stato ristampato nel 2012 con tanto di bonus track. Documenti video che risalgono a molto prima della pubblicazione rivelano che i Ministry facevano esattamente quello che poi è finito nel disco: ovvero un synth pop ai confini con la new wave che appunto poi troverà l’ovvia evoluzione del new romantic. Col passare del tempo, Jourgensen ha fatto pace con questa specie di macchia sul suo curriculum. In realtà, With Sympathy è un gran disco di genere, attraversato anche e soprattutto da una sensibilità diversa rispetto ai colleghi del periodo. Innanzitutto per la voce di Jourgensen che, carica di chorus e supermelodica, interpreta testi piuttosto incazzati e cantati appunto più da metallaro che da waver (già il titolo dell’album trasuda ironia velenosa). Il tema è l’amore visto come fallimento, frustrazione, rabbia, inutilità (l’inno Revenge parla chiaro), non certo come languida decadenza di un dandy autocompiaciuto nel suo essere remissivo. Coi suoi sintetizzatori lucidi, le chitarre fosforescenti e le programmazioni impeccabili, il disco è una spanna sopra a molte produzioni più blasonate. Anche se ha ottenuto un successo relativo (94esimo nella classifica di Billboard) è un classico sottovalutato e da riascoltare. Sarebbe ora di tirare fuori tutti questi scheletri nell’armadio del new romantic perché proprio come uno scheletro hanno sorretto l’impianto del genere, anche (anzi soprattutto) loro malgrado.

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