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Nella voce di Mark Lanegan c’era l’inferno, nei suoi testi una sensibilità infinita

Non era solo una leggenda dell’underground o un sopravvissuto a una vita impossibile, ma un musicista che raccontando le storie degli ultimi parlava alla malinconia di tutti. E ci faceva sentire accettati

Foto: Tim Mosenfelder/Getty Images

Quando ho ricevuto la notizia della morte di Lou Reed mi sono ritrovato un diavolo su una spalla e un angelo sull’altra, come da classica iconografia. «Ma come, ti stupisci che sia morto Lou Reed?», mi ha detto uno. «Beh, ormai era pulito da una vita, faceva tai chi al mare, chi poteva immaginarselo», ha risposto l’altro. La stessa sensazione mi ha colto, improvvisa e straziante, alla notizia della morte di Mark Lanegan. Ogni volta che lo vedevo dinoccolato e claudicante alla fine di un concerto pensavo che tutti quegli abusi non potevano non aver lasciato intatto quell’omone di un metro e novanta che per quelli della mia generazione era forse il simbolo più credibile di un periodo storico tanto elettrizzante quanto drammatico. Allo stesso tempo, ci eravamo ormai convinti che anche lui facesse parte di quella stirpe invincibile di ex tossici che ce l’avevano fatta, che erano riusciti se non a sconfiggere almeno a domare i demoni che ne debilitavano l’animo.

Una delle ultime notizie che avevo letto su di lui riguardavano, nemmeno a dirlo, le condizioni di salute successive al contagio da Covid. La perdita dell’udito, i giorni in coma e le sue parole: «Il Covid va a proprio a colpirti nei tuoi punti deboli». E lui di punti deboli, va da sé, ne aveva più d’uno. Mi aveva colpito il fatto che si fosse ricreduto sull’importanza dei vaccini, nei riguardi dei quali era stato scettico. Nonostante la drammaticità del racconto, mi aveva fatto sorridere la contraddizione di un uomo che, quando veniva arrestato, pensava a quanto tempo fosse passato dall’ultima pera per paura di avere una crisi di astinenza in carcere e che poi temeva di farsi iniettare un vaccino di cui non conosceva fino in fondo il contenuto.

D’altra parte, le contraddizioni hanno sempre fatto parte dell’esistenza di quest’uomo che aveva provato tutta la vita a scappare da un destino che pareva segnato. Un destino rimarcato dalla madre che continuava a ripetergli che non era suo figlio mentre lo riempiva di schiaffi e da un padre insegnante che lo riteneva ineducabile. Aveva provato in molti modi a scrollarsi di dosso quel marchio di rifiuto destinato a finire nella spazzatura: con il baseball, con l’alcol e le droghe, infine con la musica.

Il salto di qualità l’ha fatto nel momento in cui ha scoperto l’animo acustico e sepolcrale di gente come Nick Drake, Leonard Cohen, Tim Buckley, Tim Hardin. Solo in quel momento la sua voce ha trovato finalmente un’identità definitiva e lui è riuscito a esprimere la sua disperazione. Era la sua voce che teneva incollati agli album e agli spettacoli dal vivo. Bonariamente lo chiamavamo il Johnny Cash della Generazione X. «Non ho mai fatto nulla per la mia voce, se non maltrattarla. Non ho mai studiato, né fatto un riscaldamento prima di cantare. Da giovane mi dicevano che la mia voce ricordava quella di Jim Morrison e che gli assomigliavo pure. Ora, a più di 50 anni, mi dicono che assomiglia a quella di Tom Waits e che assomiglio a lui».

In quel momento quello che prima ancora di raggiungere l’età legale per bere veniva considerato l’ubriacone di Ellensburg, il battitore di talento che non aveva fatto carriera perché non raggiungeva la sufficienza in Economia domestica, il ragazzo che sembrava programmato a calamitare scarti umani diventa artista. Solo quando scopre le sue doti di storyteller Lanegan capisce che parlare di quelli come lui e con quelli come lui può aiutarlo a sopravvivere. Che la sua voce è sterile manierismo senza la profondità dell’inferno che sa esprimere.

«La canzone che ha più il potere di deprimermi è Wonderful World di Sam Cooke. Oppure Wouldn’t It Be Nice dei Beach Boys. Anzi mettiamola così: tutte le canzoni che trasmettono positività e allegria, a me fanno venire una tristezza infinita. Perché dentro di te sai che le cose, nella realtà, saranno sempre diverse». Forse per questo, la catarsi nelle sue canzoni non può che passare dalla malinconia. Una malinconia che allo stesso tempo porta con sé un fortissimo senso di consolazione e accettazione. Non è forse un caso che quasi nessuno ricordi una melodia di un brano solista di Mark Lanegan, ma che tutti si siano ritrovati a piangere ascoltando uno dei suoi testi. Proprio l’esatto opposto di quello che accadeva con gli album dei Trees, le cui melodie ti restavano stampate dentro all’istante, ma i cui testi erano mediocri.

Quando si è ripulito, sopravvissuto a tanti cantanti suoi coetanei, Lanegan ha continuato a rappresentare seppur tra alti e bassi la sua proverbiale tendenza alla malinconia, l’attrazione perenne per l’oscurità e gli scarti umani, la voglia di non adagiarsi al ruolo di santone dell’underground. Ogni volta che ti aspettavi una certa cosa da lui puntualmente arrivava qualcosa di diverso, anche solo una canzone in un album a dirti: non sarò mai del tutto quello che vuoi. Ed erano sempre delusioni felici le nostre, in cui ci sentivamo quasi degli stronzi ad aver pensato che potesse sputtanarsi o vendersi a una moda, a un trend.

Non a caso Kurt Cobain lo adorava e Lanegan era stato il primo a rendersi conto della grandezza dei Nirvana. Prima del pubblico, prima della Sub Pop, che li considerava al massimo il gruppo spalla dei Tad. Così come non è un caso che non perdesse occasione per parlare di Jeffrey Lee Pierce, un altro scarto della società con una capacità di raccontare se stesso e ciò che lo circondava come pochi altri nell’America della metà degli anni ’80. Un altro tossico dalla sensibilità infinta. Una sensibilità e una tossicità che ti porti nella tomba, anche se sei ripulito da anni.

«Mark è pulito», mi ha detto un giorno Cypress Grove, chitarrista che aveva condiviso molti anni con Lanegan e con Pierce. «Però quando sta lì in silenzio seduto al tavolo hai sempre la sensazione che stia pensando alla roba. È la persona più indecifrabile che mi sia capitato di conoscere».

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