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Little Richard parla della sua carriera, della nascita del rock, dei Beatles e dei Rolling Stone

"Non penso di aver ottenuto quello che meritavo", aveva detto a Rolling Stone nel 2004 il pioniere del rock, recentemente scomparso

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Questo articolo è apparso originariamente il 15 aprile 2004 su un numero di Rolling Stone che comprendeva una serie di tributi ai 100 più grandi artisti di sempre.

Un sacco di persona mi chiamano l’archietto del rock and roll. Io non penso a me stesso in questi termini ma credo sia vero. Bisogna ricordare che io ero già noto nel 1951. Registravo per la RCA-Victor – che se eri nero si chiamava Camden Records — prima di Elvis. Poi ho registrato per la Peacock a Houston. Poi la Specialty Records mi ha comprato dalla Peacock – penso che abbiano pagato 500 dollari per i diritti – e il mio primo singolo per loro, nel 1956, è stato una hit: Tutti Frutti. È stato una hit in tutto il mondo. Mi sentivo arrivato. Ho cominciato subito ad andare in tour ovunque. Andavamo in giro in auto. A quei tempi c’era molto razzismo e non potevi dormire in hotel se eri nero, la maggior parte delle volte dormivi in auto. Mangiavi in auto. Andavi a fare la data, ti preparavi in auto. Io avevo una Cadillac. Era l’auto delle star.

Ricordate il modo in cui Liberace si vestiva sul palco? Io mi vestivo già così ai tempi, in modo molto eccentirco, con il trucco. Un sacco di altri artisti all’epoca mettevano il trucco ma non si portavano in giro i trucchi, io sì. Per quello tutti hanno cominciato a dire che ero gay.

La gente chiamava il rock and roll “musica africana” o “musica voodoo”. Dicevano che avrebbe fatto impazzire i ragazzini. Dicevano che era solo una moda – le stesse cose che dicono dell’hip hop oggi. Solo che all’epoca era peggio perché, dovete ricordare, io ero il primo artista nero i cui album venivano comprati dai ragazzini bianchi. E i genitori mi odiavano. Suonavamo in posti dove poi ci dicevano di non tornare, perché il pubblico era impazzito. I fan spaccavano tutto, tiravano bottiglie vuote, saltavano giù dalle gradinate durante i concerti. A quell’epoca infatti i ragazzi bianchi ai concerti stavano su dei palchi sopraelevati – erano i palchi per gli “spettatori bianchi”. Ma poi saltavano di sotto e si mischiavano con i ragazzi neri.

Non venivo pagato, la maggior parte delle volte. Non ho mai fatto soldi dalla maggior parte di questi dischi. E li ho fatti io. In studio mi davano solo qualche parola e io mettevo insieme e facevo la canzone. Il ritmo e tutto. E non ho mai visto un soldo. Michael Jackson ora è proprietario della Specialty. Una volta mi aveva offerto un lavoro nella sua etichetta, per il resto della mia vita, come autore. All’epoca non ho accettato. Ora vorrei averlo fatto. Vorrei che un sacco di cose fossero andate diversamente. Non penso di aver ottenuto tutto quello che meritavo.

Sono contento di essere stato scelto come un dei migliori 50 performer, ma non mi importa più di chi è il numero uno e di chi è il numeor due. Perché non sarà mai chi penso che dovrebbe essere – non sarà mai nessuno dei grandi del passato. I Rolling Stone hanno cominciato con me, ma mi sono finiti sempre davanti. I Beatles hanno cominciato con me – mi hanno aperto allo Star Club di Amburgo, in Germania, prima ancora che facessero il loro primo album – ma mi sono finiti sempre davanti. James Brown, Jimi Hendrix — hanno tutti cominciato con me. Io li ho cresciuti, io li ho educati e mi sono finiti sempre davanti.

Ma già il solo fatto di essere qui è una gioia, vuol dire che ho resistito al test del tempo. Penso che quando le persone vogliono la gioia, il divertimento, la felicità, vogliono il vecchio rock and roll. E sono felice di essere stato parte di quella cosa. Ora siamo rimasti in pochi: io, Bo Diddley, Chuck, Fats, Jerry Lee, the Everly Brothers. Siamo sempre meno. Penso che questi siano gli ultimi giorni di quella scena. Presto ci sarà qualcosa di completamente nuovo. Ma non sarà mai lo stesso.

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