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Ve lo racconto io il Tenco

Tutto quello che è successo durante la rassegna sanremese e che le altre recensioni non vi hanno detto. E, qui sotto, il video dell’esibizione di Achille Lauro

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Il tenente Carmelo La Rosa (l’aviatore di Mediterraneo) direbbe che a Sanremo “c’è grande fermento”. O almeno c’è stato la settimana scorsa. Non per il Festival, quello si tiene a febbraio, ma per il Premio Tenco che si celebra alla metà di ottobre. Un grande fermento, sì. Praticamente una settimana intera di concerti, incontri, presentazioni di libri, mostre e un lunghissimo eccetera.

Arrivato alla sua 43ª edizione, il Premio Tenco 2019, ossia la Rassegna della canzone d’autore ideata all’inizio degli anni ’70 da Amilcare Rambaldi, è stato dedicato alla memoria storica della canzone. Insomma, dall’inizio degli anni ’50 ai giorni nostri. Un mosaico formato da tanti tasselli. Il titolo difatti era “Dove vola colomba bianca” con un chiaro rimando al brano che vinse il Festival del 1952, cantato dalla bolognese Nilla Pizzi. Al Tenco succedono parecchie cose: ci sono i vincitori dei Premi alla carriera e quelli delle Targhe, oltre agli ospiti, ovviamente. Ci sono i concerti serali all’Ariston e quelli all’aperitivo nel quartiere della Pigna. Ci sono gli incontri con gli artisti a mezzogiorno e le presentazioni di libri pomeridiane. Ci sono le mostre e quest’anno pure una performance di luce di Marco Nereo Rotelli, alla fortezza di Santa Tecla giù sul lungomare, dedicata a Fernanda Pivano. E poi altri concerti sparsi per la città dei fiori. Senza contare i Dopo Tenco, ossia le cene con jam session fino a tarda notte. E le improvvisazioni, le cose che non ti aspetti. Perché l’adagio è una frase di Vinicius de Moraes: “la vita, amico, è l’arte dell’incontro”.

Fin qui la descrizione di rito. Ora però mi fermo. Perché del Tenco faccio parte da qualche anno e mi occupo anch’io dell’organizzazione di tutto l’ambaradan. Sarebbe un po’ paraculo che vi spiegassi quello che abbiamo messo in piedi, no? Allora vi racconto quello che non leggerete mai in una cronaca del Tenco uscita su quotidiani e riviste. No, non vi dirò la mia riguardo alle polemiche sollevate dalla famiglia Tenco sul fatto che Achille Lauro aprisse la rassegna cantando Lontano, lontano. Ma chissenefrega. Nemmeno se i set degli artisti presenti sono stati più o meno ganzi e di qualità. Per quello cercatevi una recensione tout court. Tipo questa del bravo Giorgio Zito. Vi racconterò, per così dire, il dietro le quinte. Gli aneddoti. Le peculiarità del Tenco. Insomma, il fermento di cui parlava il tenente La Rosa.

Fermento uno: il look non è acqua (pure tra i cantautori). Non parlo dello stile a mezzo tra Ziggy Stardust e Renato Zero di Achille Lauro, per altro quasi irraggiungibile. Chapeau. Nemmeno degli abiti di Morgan, in veste di co-presentatore, sempre impareggiabile. Parlo delle camicie di Peppe Voltarelli. Peppe è un grande artista, va da sé. Un cantautore e un interprete straordinario. Ascoltatevi il suo disco Ultima notte a Mala Strana. Ma c’è un altro elemento che lo contraddistingue: le camicie. Quest’anno l’occasione era ghiotta per di più perché Peppe, insieme ad Alessandro d’Alessandro, genio dell’organetto, si è esibito tutti i giorni, fungendo da fil rouge della rassegna. Una sera ha interpretato un brano di Pino Donaggio, un’altra uno di Gianni Siviero, poi Jacques Brel, Francesco De Gregori, Alessio Lega, Ernesto Bassignano, Piero Ciampi. Un tour de force. Insomma, per ogni esibizione c’era la possibilità di sfoggiare un nuovo indumento. In ogni città dove mette piede, Peppe va a cercare il miglior negozio di camicie. Da Buenos Aires a Toronto fino ad Arcavacata di Rende. Il suo preferito però è Celestino, a Barcellona. Lo trovate vicino a Plaça Universitat. Camicie molto Seventies, luccicanti, dai colori sgargianti o frutto di follie creative. A Sanremo però quelle di Celestino non bastavano. Così, l’ultimo giorno, in preda al panico, Peppe si è districato tra i negozi sanremesi per potersi presentare con due news: una verde e una arancione, entrambe shocking. Un po’ plastificate a dire il vero. Ma efficaci. Grandi applausi.

Fermento due: i grandi vecchi spaccano ancora il culo (e non le palle). Grandi vecchi: ne menzionerei tre. Tutti Premi Tenco 2019. Number Three: Franco Fabbri. Do you remember Stormy Six? Ecco. Cantare sul palco dell’Ariston, pieno in ogni ordine di posti, una canzone come Pontelandolfo, chitarra e voce, è una bella sberla in faccia a tanto conformismo. Number Two: Pino Donaggio. Si è emozionato a sentire l’omaggio che gli hanno fatto Petra Magoni e la figlia Frida Bollani, Nina Zilli e Levante, accompagnate dal Gnu Quartet. Donaggio non cantava da quarant’anni. Da quando praticamente si è dedicato a comporre più di duecento colonne sonore per film, collaborando anche con Brian De Palma. Beh, sul palco, a cappella, ha regalato il ritornello di Io che non vivo senza te. La cantò a Sanremo nel 1965 (sentitevi come la presentano Mike Bongiorno e Grazia Maria Spina). Poi la interpretò pure Elvis. Mica cazzate. Number One: Eric Burdon. Un animale del rock. A quasi ottant’anni Burdon fa muovere ancora bacini, anche e culi cantando con una voce impressionante i successi degli Animals. Con Don’t Let Me Be Misunderstood e We Gotta Get Out of This Place è venuto giù il teatro. E ci mancherebbe altro.

Fermento tre: la parodia è il sale della vita. Roberto Brivio è del 1938. Due anni più giovane del Berlusca. Il 95% di voi non avrà la più pallida idea di chi sia. I’m sorry. È stato uno dei Gufi, il quartetto di cabaret-canzone che rivoluzionò la Milano degli anni ’60, insieme a Gaber e Jannacci. Per venti minuti ha riportato indietro le lancette dell’orologio di mezzo secolo, facendo sganasciare con la sua “canzone macabra” e cantare a squarciagola Porta romana. Poi ci sono state le perle di David Riondino: i canti degli Alpini che finiscono a Copacabana in preda a un eccesso di spirito di servizio morendo disidratati, una cover ironica di De Gregori (Giuseppina che cammini sul filo) e un poema satirico sulle buche della Raggi. Le buche, un’entità ormai che ha preso vita e colonizzato Roma. Perché la parodia è proprio questo: ironizzare (anche) sul presente e far riflettere.

Fermento quattro: Bakunin è vivo e lotta insieme a noi (anche quando non te l’aspetti). Che il pensiero libertario fosse di casa al Tenco non è una novità. Si pensi alla relazione tra canzone d’autore e anarchia da Brassens e Ferré in avanti. Non stupisce dunque che ci fosse Alessio Lega, vincitore di una Targa per il suo album dove canta le canzoni del maestro russo Bulat Okudžava. E che il cantautore più politico nell’Italia d’oggi, accompagnato dal fido Guido Baldoni, omaggiasse Ivan della Mea – su cui ha appena pubblicato una bella biografia – e Franco Fortini, rivendicando la sua militanza anarchica. Non stupisce nemmeno che ci fosse Paolo Finzi, storico direttore di A. Rivista anarchica, per presentare il bel volume dedicato a Fabrizio De Andrè e alle sue simpatie libertarie a vent’anni dalla scomparsa del cantautore genovese. Quello che stupisce è che l’anarchia salti fuori quando meno te l’aspetti. Tipo? Beh, un Enzo Gragnaniello (Targa al miglior disco in dialetto per Lo chiamavano vient’ ‘e terra) che in conferenza stampa si dice anarchico. Parentesi: Gragnaniello è il miglior bluesman che abbiamo in Italia. O una Gianna Nannini (Premio Tenco alla carriera) che, dopo un set fantastico a mezzo tra l’intimità e il rock, dove ha riproposto alcuni dei suoi più grandi successi, intonasse Nostra patria è il mondo intero. Una bella pernacchia in faccia ai sovranisti nostrani.

Fermento cinque: chi non improvvisa è morto (e infatti i morti riempiono i centri commerciali). Ne cito tre, anzi quattro. La prima: Ernesto Bassignano ha fatto scompisciare dal ridere ricordando, tra aneddoti e canzoni, gli anni del Folkstudio romano e quelli delle feste dell’Unità con un Rino Gaetano mandato via dalla cattocomunista Reggio Emilia per una bestemmia scappata in mezzo a un concerto e un Roberto Benigni messo dentro una botte e fatto rotolare giù da una collina in un paesino della Toscana per lo stesso motivo. La seconda: Bobo Rondelli. Ecco, Bobo è pura improvvisazione. Al Tenco è stato invitato per presentare il suo bel libro autobiografico, Cos’hai da guardare, ma in realtà ha cantato tutti i giorni più o meno sempre senza preavviso, tra la parodia di Andrea Bocelli (Bella chiappona), le imitazioni di Mastroianni e Tognazzi o una versione di My Way con Voltarelli e d’Alessandro che sembravano un’orchestrina del Bronx. Ma anche mettendosi a suonare per strada con due ragazzi muniti di chitarra e contrabbasso. E con mezza Sanremo che si ferma ad ascoltare. La terza: Morgan. Marco Castoldi improvvisa per natura. E lo ha fatto sul palco dell’Ariston tutte le sere, prima con una Vedrai vedrai accompagnato da Sergio Cammariere al piano, poi con un Vola colomba cantata in inglese. La traduzione, attenzione, la fece Luigi Tenco: tutto torna! Infine, anzi all’inizio, insieme a Vittorio De Scalzi ha cantato una versione, tradotta ancora in inglese, di La collina di Faber. Perché in inglese? Perché Non al denaro non all’amore né al cielo, il disco di cui fa parte, è ispirato da alcune poesie contenute nell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master. La quarta: i Dopo Tenco. Una jam session non può che essere improvvisazione. Il punto in più, qui, è che si suona a tarda notte e che partecipano un po’ tutti, da Morgan ovviamente, insieme anche ad Andy dei Bluvertigo (sentitevi qui la versione di Rebel Rebel del Duca Bianco), a Bobo Rondelli, passando per Petra Magoni, Mimmo Locasciulli, Cammariere, Voltarelli, Gaetano Curreri e gli Stadio… Potrei continuare, ma mi fermo qui.

Fermento sei: istituita la Targa Pigna (per il cantautore che non deve chiedere mai). Allora, la Pigna è il quartiere vecchio di Sanremo. Da anni il Tenco organizza dei concerti all’ex chiesa di Santa Brigida insieme all’associazione Pigna Mon Amour. Poi si scendono delle scale e si finisce a fare l’anelato aperitivo. Quest’anno, sommersi dai gin tonic, a un certo punto Chicca e Carlo, pilastri di Pigna Mon Amour, hanno lanciato l’idea di istituire una Targa Pigna. Così, tra trippa e pasta & fagioli, sulle scale assiepate di astanti hanno suonato molti dei presenti. La Targa, o meglio dire la pigna (di gesso), se l’è aggiudicata Olden, cantautore umbro dalla voce eccezionale che vive da anni a Barcellona. Il premio della Critica (il “fantastico” libro di Bruno Vespa Scontro finale) è andato in vece ai Nylon capitanati da Filippo Milani, con il suo look da Abatantuono degli anni d’oro e il timbro da baritono. Tra i premiati anche La Stanza di Greta e Peppino Leone, l’infaticabile tamburellista di Capossela. L’anno prossimo seconda edizione.

C’è altro? Sì. Però ho finito l’ultima bottiglia di mastica che mi ero portato dalle isole greche quest’estate e dunque chiudo qui. Perché quando finisce la mastica, finisce anche l’ispirazione. Così va la vita. Aggiungo però che Fulminacci (Targa alla miglior opera prima) ha personalità e coraggio, Vinicio Capossela (Targa al miglior disco) è una certezza e Daniele Silvestri ha messo in piedi una collaborazione intergalattica con Rancore e Manuel Agnelli (Targa alla migliore canzone con Argento vivo). Ah sì, e che Rosalino Cellamare, aka Ron, cinquant’anni di carriera alle spalle, ha regalato un set really touching. Giusto per dirvelo. Mancano ancora tre cose: Simona Colonna. Canta in piemontese, accompagnata dal suo violoncello battezzato Chisciotte, e fa sognare. Claudia Crabuzza, che interpretando in italiano Violeta Parra, ha portato tutti in un’altra dimensione. E poi, lui, sempre lui, il mattatore di tutte le serate: Antonio Silva. Chi cazzo è Antonio Silva, vi chiederete? È quel matto che presenta il Tenco da 43 anni. Avercela la sua energia. Pure Achille Lauro si è inchinato davanti a Silva lasciando il palco dell’Ariston.

Insomma, se l’anno prossimo non andate al Premio Tenco siete dei fessi. Parola di un cretino. E poi sappiatelo: quando finisce anche il Dopo Tenco, rimane sempre la Cave, su nella Pigna, dove Belisario vi serve da bere tra live improvvisati con chitarre scalcagnate fino all’alba. Tanto per dormire c’è tutta la vita, no?

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