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Niente incarna gli USA come il wrestling

Tra muscoli, soap opera, costumi pacchiani e musica orrenda: siamo stati a Bologna per lo spettacolo della WWE e, come sempre, ci è piaciuto tantissimo.

Foto stampa

Diceva che sapeva fare tutte le mosse lui, mio cugino grande. Se solo avesse voluto, o se avessi provato a rompergli le palle. Farci da babysitter, a suo fratellino e me, non era il suo passatempo preferito. Eravamo a metà degli anni ’90. Per evitare rotture, piazzava una vhs con commento di Dan Peterson. Un match tra Hulk Hogan e Tatanka. Forse anche Bam Bam Bigelow e The Undertaker. Chi erano questi energumeni? Perché eravamo attratti da questa violenza fittizia? Mio cugino grande aveva ragione: mettendoci davanti al wrestling, smettevamo di rompergli. Era davvero una gran mossa, a pensarci. Col passare del tempo si passò da Hulk Hogan a Ray Mysterio, Eddie Guerrero, John Cena. Dalle vhs a Stream – Italia 1 – Sky. Più si cresceva, più ci si vergognava a parlarne. Lo si continuava a vedere, certo, ma nella solitudine del guilty pleasure. Un vizio legato all’infanzia, nulla di male, no?

Jinder Mahal

In una sala conferenze poco distante dalla Unipol Arena di Bologna, Jinder Mahal, una superstar canadese, di origine indiane, della WWE (la federazione americana di wrestling), mi stringe la mano cercando di non ridurmela in poltiglia. Dalle sue spalle si erge una costellazione di muscoli di cui non so il nome. Non ho mai intervistato, o meglio, non ho mai parlato con qualcuno così grosso. Sembra che la sua maglietta possa strapparsi in ogni istante. La sua voce è alta, profonda, roca. Arriva da una grotta nascosta dentro quell’ammasso iper-definito di muscolatura. «Quando sono in tour, appena sveglio bevo acqua, faccio venti minuti di cardio a stomaco vuoto, una colazione salutare con uova e frutta, un’ora di pausa, workout con il coach, sauna, pranzo e vado a lavorare per lo show. Se davvero trovo del tempo libero, mi rilasso su Netflix, sempre però attenendomi a quella routine, non esco a bere o a far serata, non voglio perdere questa occasione, è un sogno diventato realtà».

Sasha Banks

Nella nostra breve chiacchiera, a colpirmi, dopo lo shock fisico iniziale, è quest’etica del lavoro assoluta, in cui l’american dream sposa l’efficienza schiavista di Amazon. Anche parlando con Sasha Banks, uno dei volti più importanti della rivoluzione femminile che negli ultimi due anni ha completamente cambiato la storia della WWE (ad Ottobre c’è stato il primo pay-per-view esclusivamente femminile, Evolution), percepisco quella inconfondibile dedicazione. Anche perché, un paio di ore dopo, vedendola volare dalla terza corda per colpire con entrambe le ginocchia la sua rivale Ruby Riott, mi sembra chiaro il concetto di sacrificio fisico. I’m living my dream, mi ripete, raccontandomi di quando a 10 anni pensò per la prima volta a questa carriera rapita dalle gesta di Eddie Guerrero. Il wrestling è finto, lo sappiamo tutti, non cadiamo più dalle nuvole come La Repubblica che, nel 1992, lo definì lo sport cialtrone dove vince il falso. Ciò non toglie che siamo di fronte a veri e propri atleti dalla forza e abilità fuori dal comune. Sia Sasha che Jinder arrivano da anni di lavoro in palestra, tra sudore e sacrifici fisici, compiendo la trafila che da NXT (territorio di sviluppo della WWE) li ha condotti ai massimi livelli di questo sport d’intrattenimento. Perché alla fine di tutto parliamo di questo concetto: intrattenimento.

Davanti a me siede una coppia di ventenni, dietro una famiglia con tre bimbi. A lato un non giovanissimo youtubber che, per tutto l’evento, commenterà urlando davanti alla sua piccola telecamera. Nell’arena che ospita la data bolognese della WWE, il pubblico è straordinariamente eterogeneo; ne rimango stupito. C’è il gruppetto di amici che inneggia cori, il metallaro tardivo, il bimbino saputello. Anche tante ragazze. Da musicista, mi concentro prima di tutto sulle entrance, le entrate in scena dei wrestlers, momento di massimo entusiasmo della folla. Prima di tutto: quanto cazzo di rock brutto c’è? E quanto metal? Incredibile. Gli atleti entrano su schitarrate sboronissime, doppie casse da festa del liceo, archi pacchiani. C’è chi osa brani pop, come la nostra Sasha, ma sono episodi rari e spesso legati a personaggi minori, quelli che hanno il ruolo di alleggerire il tono della giornata come, ad esempio, il B-Team. A quanto pare, al gruppetto di amici, al metallaro tardivo e al bambino saputello frega ben poco della qualità della musica. Urlano, intonano i riff, si esaltano. Le grafiche che accompagnano le entrate sono ancora più terribili della musica, tra scritte in word art e video montati con iMovie. I look sono altrettanto al limite: boots, mutandoni, qualche gadget kitsch come giacchette luccicose e occhiali da tamarrone a Ibiza. Tutto è bruttissimo, ferocemente abrasivo e lo-fi, ma per i fans della WWE funziona.

Sasha Banks & Charlotte Flair

Ogni wrestler ha la sua backstory, i suoi claim, i suoi cori (e non potete immaginare quanti e quanto sono conosciuti dagli spettatori, davvero partecipi). E ogni wrestler ha una storia che continua di settimana in settimana, che si evolve, creando attesa come una serie a episodi settimanali. Siamo a metà tra i personaggi tipici del teatro e la soap opera. Si unisce il grande atletismo alla gag comica, i muscoli alla battuta. È tutto sempre talmente al limite del ridicolo da funzionare. I match sono divertenti, come fossimo al circo. Arlecchino trapezista, Johnny Knoxville coi muscoli. Per ogni sedia spaccata sulla schiena, una presa in giro. E per questo sia gruppo di amici che il metallaro che il saputello sono in visibilio quando viene messa in scena la faida tra i due grandi amici Seth Rollins e Dean Ambrose. È la narrativa a tenere tutto questo barocco in linea. Una narrativa che rende avvincente gran parte degli incontri. E se è prevedibile che il gigantesco Braun Strowman vincerà un handicap match 2 contro 1, è meno prevedibile immaginare l’assalto che subirà da Baron Corbin a fine incontro. In tre ore di spettacolo accade davvero di tutto, in una centrifuga di cazzotti, suplex, sbeffeggiamenti. Elias suona Seven Nation Army, un energumeno, Bobby Lashley, fa vedere il suo culone alla folla in segno di sfida, venendo ricoperto di fischi, Dean Amrbose viene squalificato per un colpo basso afflitto a Seth Rollins.

A colpirmi è però il crescente interesse attorno alla scena femminile. Anche in Italia, il pubblico esplode per la nuova eroina, the baddest woman on the planet, Ronda Rousey, vincitrice della medaglia di bronzo nel judo alle olimpiadi di Pechino 2008 e pluripremiata atleta di MMA (arti marziali miste) nella UFC, pronta a difendere il titolo contro Nikki Bella, tornata sulle scene dopo la fine della sua lunga relazione con John Cena. Il livello del wrestling femminile mi sorprende. Finiti i tempi dei bikini match (termine che Sasha usa per spiegarmi il periodo in cui alle wrestlers venivano richieste altre skills, essendo chiamate divas e non superstar), anche la WWE sta cercando di raggiungere una insperata, fino a poco tempo fa, parità grazie a sempre maggiori spazi a disposizione per le donne del roster e un miglior posizionamento nell’arco nel timing degli show. La narrativa sembra essersi fatta più attenta, avendo oramai archiviato completamente i tempi in cui il wrestling femminile era ridotto a bellissime donne in costumini. Per intenderci, non siamo dentro Glow, per un cazzo. Qui le ragazze hanno ritmo, colpiscono forte, volano fuori dal ring.

Uscendo dal palazzetto continuo a domandarmi: perché il wrestling piace? Perché, nonostante tutto, continua a piacermi? Ad un interessante uso della narrativa viene contrapposta un’estetica retrò da negozio di fotocopie, alle gesta sportive la finzione di base, al dramma la comicità. Forse la chiave in cui comprenderlo è proprio questa: un equilibrio impossibile. Quell’impossibilità tutta americana che si chiama entertainment, come ci ricorda la E della sigla WWE, World Wrestling Entertainament. Non devi chiederti il perché, ma goderti lo spettacolo. Finché lo spettacolo funziona. E, con gli americani, nel bene e nel male, funziona fottutamente sempre. Perché niente incarna lo spirito degli Stati Uniti come fa la WWE.

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