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Loud Pipes Save Lives: tre giornate andaluse a provare le nuove Harley Davidson

Street Bob, Fat Bob, Sport Glide, Heritage, l'elettrica LiveWire: all'evento ”Triple S 2020” in zingarata nel Sud della Spagna abbiamo capito che il futuro della casa di Milwaukee è una passeggiata di salute

Qualche giorno fa il direttore mi chiama e mi fa: “Ti va di andare a fare una cosa con Harley Davidson? Si tratta di provare le nuove moto. Se non ricordo male tu ne avevi una e andavi in giro a fare un gran casino. Allora, vai tu?”.

POSITIVE.

Noi Over 30 (nel mio caso più over che 30) siamo figli delle stelle e pronipoti di sua maestà il denaro, certo, ma, che piaccia o no, anche un po’ figliocci di zia America. Siamo stati tutti, almeno per un periodo, un po’ affascinati da quelle cose lì. Chi, adolescente negli anni ’90, non si è soffermato nemmeno una volta a guardare una moto Harley Davidson vedendone sfrecciare una per strada, probabilmente era a casa a guardare Bim Bum Bam. Che fosse Holly e Benji o Candy Candy non ci è dato sapere.

Io credo di aver cominciato la mia opera di fine diplomazia nel tentativo di convincere mia mamma a comprarmene una attorno ai 17 anni. Lasciavo dei post-it nei posti più disparati: sullo specchio in bagno, sul cartone del latte in frigorifero, dentro il barattolo del caffè: “Comprami l’Harley o smetto di studiare”; “Se non mi compri l’Harley non alzo più la tavoletta del water quando faccio la pipì. Di notte. Ubriaco.”; “Comprami la moto o l’anno prossimo mi iscrivo ad una facoltà inutile come Scienze della Comunicazione”.

Ebbene, dopo essermi laureato in Scienze della Comunicazione, finalmente, l’Harley me la sono comprata. Un bel Softail “Night Train” nuovo di pacca. Nel tempo ho speso ancora più soldi per farla sembrare molto più vecchia di quanto fosse ma questa è un’altra storia.

Il mondo dei motociclisti, per certi versi, fino a qualche tempo fa, si divideva anche tra chi amava e chi odiava le Harley. Questo poiché quando si parla della casa motociclistica di Milwaukee si fa riferimento a un immaginario e a un universo di significati particolari: non si parla più di prestazioni, o cilindri, accelerazione e velocità finale. “Libertà”, “Avventura”, “Fratellanza”. Questi sono i valori universalmente riconosciuti su cui la filosofia (e poi il marketing) di H-D si fondano da decenni. Direi dai tempi in cui uscì quel manifesto del movimento controculturale che è stato il film Easy Rider, anche se tutte le sfumature “hyppie” di quel periodo associate al fenomeno ora si sono perse del tutto o quasi.

Personalmente, come altri Harleyisti, non mi ritengo un motociclista nel senso classico del termine. A me non dà piacere solo l’andare in moto in sé. Anzi. A me piace andare in moto in un certo modo, in certi luoghi, in certi scenari, godendomi certe cose. E non è possibile farlo mentre pieghi a tutta velocità. Il paesaggio è più importante del passaggio. Di base, per me, la moto non è una fucina di adrenalina ed endorfine su cui andare a 200 all’ora. La moto per me è un po’ un “cavallo con le ruote”.

Quel tamarro di Bon Jovi cantava “I’m a cowboy, on a steel horse I ride…”. Si potrebbe dire, forse un po’ esagerando, che tra chi ama e chi “odia” le moto custom intercorra la stessa differenza che c’è tra chi ama gli yacht a motore e chi le barche a vela. Ad alcuni piace sfrecciare sul mare su velocissime barche a forma di ferro da stiro, ad altri piace accarezzare il mare tra una cazzatura di randa e l’altra. E non arrivare mai.

Con queste premesse, potevo io esimermi dall’andare tre giorni in Andalusia a provare le nuove Harley Davidson? Non scherziamo. L’evento è il “Triple S 2020”, dove “S” sta per “Softail, Scrambler & Sportser”. Ad alcuni giornalisti è data la possibilità di testare e guidare alcune delle nuove creazioni di mamma Harley nella splendida cornice andalusa. All’interno del gruppo di giornalisti italiani con cui parto sono l’unico che non scrive per un magazine specificatamente dedicato alle motociclette. Proprio per questo quello che leggerete non sarà tanto un resoconto puramente tecnico di come è andato il test, piuttosto un riassunto di quelle che sono state le mie impressioni in quanto “Harleyista e appassionato di lunga data”. La curiosità, infatti, era tanta vista l’introduzione di significative novità riassumibili nel fatto che Harley Davidson già da tempo ha deciso di rompere un po’ col passato e dar vita a delle moto che uniscano tradizione custom e innovazione tecnologica. Per cui, dopo l’introduzione del sistema di alimentazione ad iniezione che ha sostituito il carburatore ormai tanti anni orsono, ecco la presenza di tachimetri e contachilometri analogici con indicatore di marcia digitale, ABS, freni a doppio disco su alcuni modelli (udite udite ora le Harley frenano!) e così via.

Il programma del primo giorno prevede la prova di alcune moto della gamma “softail” al mattino, sulle quali ci dirigeremo verso una località dove è stato allestito per noi un mini-circuito su cui cimentarsi in una gara di hill climb su sterrato in sella a dei modelli “Street 750” appositamente modificati per l’occasione.

Per quanto riguarda la gamma softail, bisogna aprire una parentesi. Si tratta di uno dei marchi di fabbrica H-D, che oggi riveste ancor più importanza poiché all’interno di questa linea di moto è stata inglobata un’altra storica gamma, vale a dire la Dyna. Il softail è infatti un tipo di telaio molto particolare, dove le sospensioni sono appunto incorporate al telaio stesso grazie alla presenza di un braccio oscillante. In parole povere, gli ammortizzatori sono “nascosti” sotto la sella, così da ottenere un look più pulito e “aggressivo”, tipico delle vecchie moto a telaio rigido (“hardtail”), le custom più “radicali”. La moto risulta così più “essenziale” come i vecchi chopper e bobber. Per chopper, infatti, non si intende necessariamente una moto con una forcella lunga come l’Autostrada del Sole e il manubrio alto come Kareem Abdul Jabbar (il termine tecnico è Ape Hanger, io sulla mia ce l’ho e sì, è una delle cose più ignoranti, inutili e quindi imprescindibili che ci possano essere al mondo). La parola chopper deriva infatti dal verbo in lingua anglosassone “to chop” (tagliare, estirpare), poiché si trattava di moto senza fronzoli, alleggerite e prive di ogni inutile orpello.

Torniamo al nostro test. Dopo un’abbondante colazione è ora di partire e poso gli occhi e poi le mie mani sul modello che esteticamente sembra appagarmi di più: lo Street Bob. Soffietti sulla forcella anteriore, Mini Ape Hanger, ruote a raggi, parafanghi accorciati: ha proprio lo stile di cui parlavamo sopra ed è la cosa più simile alla mia idea di moto. Si parte e dopo circa 5 minuti risulta evidente quello che già sapevo benissimo: gli altri guidano la moto decisamente meglio di me. Anche con mezzi dal peso importante piegano in curva e smanettano come se guidassero moto sportive. Potrei dire “non si godono il viaggio come si dovrebbe con moto di questo tipo”. La verità è che semplicemente sono molto più bravi e così, dopo aver fatto una bella derapata in curva dove quasi mi vado a spalmare contro un ulivo, fingo un sorriso divertito e decido di andare ai miei ritmi. La motocicletta è molto bella, di certo mi manca il rombo del motore a cui sono abituato (abbiamo moto omologate e quindi non quegli spaccatimpani che a noi minchioni riempiono tanto l’ego) ma forse il vero appunto che mi sento di fare è che su una moto del genere sarebbe stato più opportuno mettere i comandi avanzati, per una posizione di guida più “aggressiva”. Altra cosa che non mi fa impazzire è il tipo di materiale o meglio di finitura utilizzata per il manubrio.

Poi provo il Fat Bob, una moto a dir poco particolare. È davvero rappresentativa della volontà di unire tradizione e innovazione perché ha un look custom e moderno al contempo. Forcella a steli rovesciati, scarico 2-1-2, pneumatici imponenti, illuminazione a led e il nuovo motore Milwaukee-Eight 114 potenziato. È davvero una Harley di nuova generazione e va che è una meraviglia. Spinge, è reattiva e ha un look “muscolare”: è come se fossi su una versione a due ruote di una moderna muscle car americana. Personalmente apprezzo tanto. Mi dicono che alla sua uscita i “duri e puri” hanno storto il naso ma che poi, nel corso dell’ultimo anno, è stato uno dei best-seller con risultati di vendita stupefacenti rispetto alle previsioni. Non stento a crederlo. Del resto, spesso, i duri e puri lo sono solo di facciata e per partito preso. Non è solo cosa, ma il come. Conosco tanti harleyisti della prima ora che si dichiarano acerrimi nemici di tutto ciò che non è un motore 1340 a carburatore i quali nella loro vita motociclistica possono però annoverare solo partecipazioni al glorioso “Rally del Paese”. Tragitto più lungo: casa-panettiere-casa-ortopedico per lombalgia il giorno dopo. Andiamo avanti.

La terza softail che provo è la Low Rider S. Che cannonata. Dal punto di vista delle emozioni è forse la moto che mi ha dato di più. Ci salgo e sento subito di essere su una moto moderna, prestante, volendo anche “sportiva”, ma “mi sento a casa” come se fossi su una vecchia Harley. Di base si tratta di un modello che raccoglie l’eredità delle vecchie Dyna Sport, le Harley veloci e “da sparo” tipiche dei Motorcycle Club. È bellissima e un piacere da guidare.

Arriviamo al circuito dove si svolgerà la gara di hill climb fuoristrada. Si tratta di fare un piccolo pezzo in salita su sterrato in sella a delle Street 750, come detto modificate. Ruote tassellate e scarichi aperti: finalmente il casino che tanto mi piace. Mi basta uno sguardo alla pista per capire e declino l’invito. Alla gara non partecipo. Conosco i miei limiti: preferisco altri modi di farmi male e andare in ospedale per motivazioni che mi piacciono di più. Del resto, ad ognuno il suo… masochismo. Gli altri giornalisti, con cui mi son fatto delle gran risate, sorridono tra loro ma in realtà si ingarellano eccome e ci danno dentro riuscendo a non farsi male. Vince Stefano, bravo Stefano! Finita la gara torniamo in hotel in sella alle stesse softail.

Giorno due: mattina dedicata alle softail “touring oriented” (diciamo quelle da viaggio) e, attenzione, nel pomeriggio prova della LiveWire, la prima moto elettrica targata Harley Davidson (e mentre scrivo saranno svenuti almeno un paio di duri e puri, chissà se per il dispiacere o il mal di schiena post panettiere).

La prima motocicletta che provo è la Sport Glide. È molto simile ad un altro modello, la Softail Slim, ma ha le borse laterali rigide e un batwing (un cupolino più grande). La particolarità di questo modello è che sia le borse che il batwing sono facilmente rimovibili tramite un sistema di sgancio rapido. In due minuti passi da una touring ad una softail dal look più aggressivo. Trovo la posizione di guida molto comoda, piacevole. Certo, le borse forse sono un po’ “plasticose” e la fattura non delle più pregiate, ma proprio per questo più leggere e facili da smontare. Inoltre il tutto giustifica un prezzo che è molto vantaggioso per il tipo di moto che è. Ecco, se la Low Rider S è tra tutte la moto che preferisco e che più mi ha scaldato il cuore, questa è la moto che oggi, se dovessi scegliere, comprerei, anche per l’uso della moto che oggi farei non essendo più “di primo pelo”. Unisce il piacere del viaggio ad un certo tipo di estetica. E l’estetica, per moto di questo tipo, è molto importante.

Poi provo la Heritage Classic 114, quella che riprende le vecchie Heritage Softail Classic: borse laterali, pedane, parabrezza. Ha anch’essa il motore 114 ma non è una moto che amo. È un modello davvero classico e personalmente, forse per dei miei limiti o preconcetti, non mi ha mai fatto impazzire. Forse anche per questo non subisco il fascino di questo modello nella sua versione più moderna.

Ed eccoci alla prova della LiveWire, la motocicletta elettrica. Questa moto è una sorta di statement da parte di Harley Davidson: il futuro è qui e noi ci siamo. E ci sono eccome: 120 cavalli, controllo di trazione, possibilità di scegliere tra diverse modalità e regolare vari parametri tramite pochi click sullo schermo touchscreen, da 0 a 100 in 3 secondi. La linea è sportiva, futuristica, accattivante. Ovviamente non ci sono le marce. Apri l’acceleratore e boom, sei a 100 km/h.

Ora, io non sono un gran pilota di moto, figuriamoci quelle sportive, quindi inizialmente, anche vista l’assenza delle marce e quindi del freno motore, sono molto cauto, per usare un eufemismo. Diciamo che dopo 5 minuti vedo sfrecciare accanto a me e superarmi Suor Paola che va su una ruota mentre fa il gesto delle corna. Poi prendo confidenza e beh, non posso negarlo, mi diverto. Facciamo una strada panoramica che si addentra nella splendida riserva naturale di El Torcal. Giudicare questo mezzo con gli stessi parametri con cui si giudica una moto tradizionale sarebbe un errore, perché è proprio un’altra cosa, un altro sport. Sembra di stare su un mezzo di locomozione di Star Wars, nessun rumore: bzzzz bzzzz. Al di là di ogni giudizio fare un tornante immersi nella natura e sentire il cinguettio degli uccelli è surreale. Questa è la classica moto che si ama o si odia e di certo dividerà in due il pubblico. Se sarà capace di attirare nuovi estimatori o di convertire vecchi fan ce lo potrà dire solo il futuro, un futuro che sembra appartenere a mezzi di questo tipo.

Tirando le somme, cosa dire di queste Harley Davidson “new generation”? Io mi sono divertito, e non poco. Sono uguali alle vecchie motociclette? No. Sono ancora delle motociclette custom? Sì, nel senso moderno del termine, come è giusto che sia.

È vero, guidare una vecchia Harley è diverso. Ha un sapore particolare, forse non replicabile, dà altre emozioni che qui a volte mancano, ma presenta anche altri potenziali “problemi” o limiti in termini di prestazioni non indifferenti per chi si appresta a fare viaggi lunghi. Del resto era ed è impensabile che un’importante casa come H-D non entrasse nella modernità, seppur cercando di mantenere intatto il proprio DNA. E accontentare tutti non è possibile. Se compro una Mustang di nuova generazione non posso di certo pretendere di trovare quello che troverei in una Fastback del ’67.

Comprerei oggi una nuova Harley se non ne avessi già una? Sì.

Le marmitte però poi le apro eccome: LOUD PIPES SAVE LIVES.