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Livorno: d’estate San Diego, d’inverno Chernobyl

È l'unica città toscana ad essere subdolamente anti-turistica per preservare la libertà di andare in giro in infradito e tenere gli altri fuori dal proprio piccolo paradiso. Livorno, dove l'importante è che non cambi mai nulla

Foto: Ray Banhoff

Ecco l’estate ed ecco Livorno, con la gente che va a giro in costume, i runners che corrono all’Accademia smostrati dal sudore in abiti tecnici a tutte le ore del giorno e della notte, le sagre perenni ai Tre Ponti, i bambini che si chiamano sempre Kevin e/o Maicol e la labronicità espressa in abbronzature color caramello bruciato, tatuaggi assurdi e un’attitudine molesta.

Livorno è l’unica città della Toscana a non essere turistica. Anzi è di più: è anti-turistica. Ogni tanto qualche politichetto prova a rilanciare l’idea dell’ospitalità a Livorno, ma nessuno ci crede. Il pretesto è che ogni giorno centinaia di passeggeri sbarcano col traghetto dalla Sardegna, dalla Corsica, dall’Elba, ma non prendono nemmeno un caffè in città. Non fanno in tempo, scendono dalla nave e vengono subito stipati negli autobus e mandati a Pisa e Firenze, i lager turistici per eccellenza. I primi tempi credevo fosse un gran peccato, poi ci ho vissuto e ho capito la genialità livornese. Mica è un caso: non li vogliono i turisti! Specie ora che in Italia impera il turismo “mordi e fuggi”. Tanto di vaini (quattrini) ne portano pochi, vengono e un mangiano per un caa (si capisce). Non vogliono i fiorentini ma quello c’hanno ragione, ma forse non vogliono nessuno che sia fuori dalla loro cerchia ristretta. Devono difendere i loro scogli, il mare, le strade dove i loro scooter sarebbero intralciati da pullman e odiosi panzoni che scattano foto ai gabbiani, o esseri che prendono un cappuccino con la pizza.

Questo è il vero campanilismo toscano, una difesa a oltranza della propria terra a costo della vita, in cui il vicino è tuo nemico e vuole fotterti il tuo piccolo paradiso. Il livornese vive per la sua città, per i colori amaranto della sua squadra, per la torta e il cinque e cinque (prelibatezze che a Milano sarebbero street food ma qui semplicemente: pane e farina di ceci). I suoi amici sono eternamente “bimbi” e “bimbe” – anche a cinquant’anni – e li conosce da una vita. Può stare in giro quanto gli pare, avere successo, muoversi in qua e in là per il mondo ma niente gli “garberà” mai quanto Livorno. Perché questa città è uno stato mentale.

A Livorno d’inverno pare d’essere a Chernobyl, non c’è niente a parte il vento di maestrale e l’odore del salmastro. Ma da aprile in poi… col primo sole, tutto cambia, sembra Venice Beach. Basta un primo sole tiepido per far scattare l’adunata e la gente è già appollaiata sugli scogli fino a Castiglioncello. Yes, niente sabbia qui, detta con disprezzo “rena”, se vuoi quella vai pure a fanculo a Viareggio (ahahaha) o Tirrenia. La gente non va letteralmente a lavorare per andare al mare. Giuro. Chiudono i negozi, l’ho visto coi miei occhi. Non ci sono storie quando devono fare il bagno fanno il bagno. Qui il sole è tutto, non a caso ci sono i record italiani per contratture di tumori della pelle (ne hanno diagnosticati duemila nello scorso anno, cinque al giorno), spesso mortali. Si fa prevenzione, ogni anno sul Tirreno escono i consigli dei medici e dei dermatologi su come difendersi dal sole, ma è lui che non sa più come abbeverare i livornesi. Idem per le precauzioni per chi guida lo scooter (manco in India ce ne sono così tanti) con le ciabatte. Un dato che ci dice tantissimo dello stile di vita qui sulla costa. Si rischia l’amputazione del piede e la perdita delle dita anche con un banale incidente, ma vuoi mettere la comodità? Qui si frena con le suole! Non solo ciabatte, sullo scooter deve esserci spazio per il cane (tra le gambe), un figliolo (Maicol, col suo casco a padellino) e l’ombrellone.

Questo caos ronzante di smaniosi della libertà rende la città gagliarda, un po’ una San Diego del Mediterraneo ma senza tutti quei tipi cool. Ed è pieno di surfisti, ma surfisti veri, cazzuti, scontrosi. Gente che se arriva uno da fuori e gli ruba l’onda è capace di dovergli dare due manate. Non robe tipo il kite surf, ma veri tipi stile Point Break. Un film che non è una citazione a caso visto che nella classifica annuale sul crimine de Il sole 24 ore, Livorno è l’ottava città italiana per reati commessi tra furti, estorsioni, rapine e spaccio. Quest’anno i dati dicono che i reati sono scesi dell’11% ma in tante zone della città si vedono ancora dei veri brutti ceffi. Idem per l’inquinamento. La gente pensa che ci sia solo Taranto messa male, ma Livorno con il polo industriale di Stagno non se la cava benissimo.

Livorno non te la raccontano mai abbastanza le canzoni di Ciampi o di Bobo Rondelli, troppo romantiche e malinconiche, quanto l’esperienza di venirci a fare un giro. Incontri la sorpresa di uno humor molesto, stile Roma o New York, di gente che scherza subito, a volte troppo. Il livornese si sente intoccabile dal mondo, protetto nel suo regno che tutti gli invidiano. La sua ruvidità ti distrae dalla Storia, che invece respiri bene ovunque. Da tutta la città si vede la base di quello che avrebbe dovuto essere il monumento a Galeazzo Ciano e che oggi è lì appollaiato su Montenero e dicono tutti sembri il deposito di Paperone. Un paio di anni fa ci hanno girato un porno… È in disuso purtroppo come le Terme del Corallo, un gioiello architettonico lasciato a se stesso. Uno scheletro sacro. Fa parte delle contraddizioni che ci sono qui. Vai a Montenero a guardarla dall’alto e Livorno pare Cannes, poi scendi in piazzetta tra la gente che fa i suoi voti a una Madonna tra le più importanti d’Italia (Brosio dicono venga spesso) e ti senti bene. Ti trovi a camminare in una città che è stata pesantemente bombardata in guerra e poi ricostruita, che ha una delle comunità ebraiche più antiche e importanti d’Europa, una storia di accoglienza ed emancipazione radicata nei secoli, nelle Leggi Livornine di fine ‘500 che hanno ispirato costituzioni liberali come quella americana.

Dov’è questa roba oggi? Non negli stereotipi, nel ponce, nel Livorno, nella melanconica nostalgia di un passato rosso o di chissà quale altra gloria. È nella ruvidità di questa città descritta interamente da un’espressione che senti dalla mattina alla sera e che vuol dire tutto e niente: . Ettore Borzacchini, ha scritto pagine memorabili di linguistica comica a riguardo. Dal: “Dé, pallino, e’ ti sfò di ‘azzotti nella ghigna…!” (minaccioso) al: “Dé bimbo, e’ ti levi da’ ‘oglioni…!” (ammonitorio) e al: “Dé, nooo guarda ‘mpo’ ‘hi c’è…!” (festoso) oppure al: “Dé, ma ti vedi in che stato sei…!” (commiserativo o derisorio).

La Livorno del PCI non esiste più, anzi è stata una delle città più eclatanti a darsi al M5S per poi rimandare a casa il sindaco Nogarin con una bella batosta e un’indagine per gli otto morti nella tremenda alluvione di tre anni fa. L’ultima cosa di sinistra che c’è a Livorno è il grattacielo della Cigna, ex agenzia dell’Entrate all’asta senza acquirenti da un sacco di tempo, che è diventato la casa di una sessantina di famiglie che altrimenti vivrebbero in strada. Perché tra i record di Livorno ce n’è un altro triste: quello degli sfratti. Pare sia tra le prime in Italia, se non la prima.

Insomma, Livorno è il posto più bello del mondo e quando non ci sei ti manca da morire. Poi arrivi, guardi le solite tre facce e ti sei già stancato, ti affoga, ce l’hai con lei. È di quegli amori che ci fai a cazzotti tutta la vita, quelli indimenticabili.

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