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Le Frecce dovevano volare in provincia, non su quei viziati di Firenze


Solo il rombo della flotta di volo più numerosa al mondo potrebbe squarciare il silenzio che c’è in provincia. In quei posti dove non accade mai niente, le Frecce sarebbero un momento felliniano di cui si ricorderebbero tutti per anni

Le Frecce Tricolori a Firenze

Foto: Carlo Bressan/Anadolu Agency via Getty Images

In questi giorni hanno sfrecciato nel cielo di Firenze le Frecce Tricolori e io avrei tanto voluto vederle. Ma nisba, perché per andarci sarei dovuto salire sul treno, ovvero il regionale Viareggio-Firenze, che è l’inferno in terra. Si stava in pensiero per i germi prima del Covid, figuriamoci ora.

Quel treno l’ho preso per tutta la vita, percorrendo l’arteria pendolare più importante della Toscana. Quelle carrozze tutti i giorni ospitano il via vai dei pendolari che si spostano per raggiungere le città più importanti, fino al capoluogo del Granducato. Ci ho passato decine di ore e visto di tutto: gente che scopa, gente che spaccia, gente al limite della sommossa contro i controllori, gente che si picchia, gente con ascelle killer, gente che si taglia le unghie dei piedi, gente che fuma. Più che FS sembra un trabiccolo sperduto in India sulle montagne. Quindi niente, questo secondo momento di patriottismo (l’altro era aver avuto la tentazione mai provata prima di comprare il tricolore per appenderlo nella ringhiera del terrazzo) mi è sceso.

Mi piace il tour italiano delle Frecce. Non mi piace la scelta delle città. Ci sono solo quelle fighe (c’è anche Codogno eh, ma per lo più quelle grosse). Ma alla fine mi chiedo: ma che ci vanno a fare le Frecce a Firenze? Firenze ha già tutto. Hanno la storia, la Fiorentina (squadra), la fiorentina (taglio della carne), i fiorentini… gli importa una sega a loro delle Frecce. Per loro è ganzo solo il gesto di fare una foto al cielo e metterla su Instagram. Sono come dei bambini viziati che hanno tutto a cui regali l’ennesimo gioco che snobberanno.

Oltretutto sul web la gente si lamenta per le Frecce (guai ad applaudire qualcosa che riguarda l’Esercito) e critica Sala perché povera bestia ha fatto una foto sul Duomo. Cristo ragazzi, mai una gioia. Sono belle le Frecce! Guardatevi le foto delle Frecce a Bari che The Rainbow is Understimated ha messo su Instagram e vedrete la poesia. Anche Tom Hardy, eroe del cinema, posta la flotta tricolore commosso e noi italiani come al solito ci sputiamo sopra.

Il problema non sono le frecce. Il Problema è Firenze. Firenze non è più cool da cinquecento anni, ma campa di luce riflessa come tutto in questo paese vecchio, stantio, energeticamente incatenato nel passato. Certo troverete mille sostenitori di Firenze, di quanto è bella Firenze, di come ci si sta bene a Firenze. Sono tutte stronzate. È una città in mano ai bottegai, con un dialetto insostenibile e una comicità che ha rovinato la fama dei toscani nel mondo. La celebre battuta di Boris in cui l’attore è contento che non ci sia nemmeno un fiorentino nella serie che dice “la ‘arne o la ‘arta” è tutta colpa dei fiorentini.

In Toscana vige un campanilismo sfrenato con un unico filo rosso: essere contro Firenze. Da Pisa a Lucca, da Siena a Massa troverete la scritta “Pisa Merda”, ma sappiate che è goliardica. I toscani non reggono Firenze. Una città per ricchi, spocchiosissima, in cui è impossibile girare in auto e trovare parcheggio, piena di degrado, risse, criminalità, tossici di notte. Una città di cui si parla più su Welcome To Favelas che nei salotti bene. E poi…

Avete presente la metafora che New York non è l’America? Ecco, Firenze non è la Toscana. La Toscana è la Maremma, Livorno, il circolino, il paesino, la zona industriale merdosa accanto al paesino, la costa, la collina, l’interno, il pane e olio, la salsiccia, i baretti scassati, la briscola, i luoghi ameni come Santa Croce sull’Arno o Piombino. Li ci vorrebbero le Frecce. Dovrebbero organizzare un tour parallelo in provincia: Ponte Buggianese, Montemurlo, Empoli, Monsummano Terme. Altro che Frecce, lì non ci passa mai niente.

A Pescia, dove sto io, qualche volta è passato il Giro d’Italia e un anno un raduno d’auto d’epoca con Renato Pozzetto alla guida di non so cosa. Il Giro era una volata di calabroni umani urlanti che dovevano evitare di essere abbattuti dal pubblico in delirio (non si capisce perché il pubblico del ciclismo si debba lanciare sugli atleti). Passato il giro rimanevano le scritte a terra nei giorni dopo la corsa, finché le sgommate di camion e le strisciate dei gatti morti e la pioggia non le hanno cancellate. Eppure è bastato così poco per essere felici.

A Pescia c’è ancora il segno di quel passaggio. Per un mondiale di ciclismo è stata posizionata a Collodi una grossa opera d’arte di fili intrecciati con Pinocchio in bicicletta. “Esso” troneggia su una delle innumerevoli rotonde che hanno spodestato i vecchi semafori e che rendono ogni incrocio in provincia una roulette russa. Passi te? Passo io? Non si sa. Il vecchietto ti fissa ma non scala la marcia e anche se hai la precedenza tira dritto come un fuso ed entra. Come in India (è la seconda volta che lo dico). A Pescia c’è lo spettro di qualcosa che è stato e che adesso non ha identità. Ecco l’essenza di ciò che chiamiamo provincia.

In provincia vige una certa noia. Si tratta di una noia atavica e italica, quella che Ferretti rende bene quando bela: Tedio Domenicale. E ci vorrebbe il rombo dei dieci Aermacchi MB-339, la flotta di volo più numerosa al mondo (nove sono il team e uno fa da solista) a squarciare il suono del silenzio che c’è qui. Leggetevi le prime pagine di Pilone di Faulkner per capire che emozione è uno show aereo in provincia. Questo ci vorrebbe a Pescia. Invece non c’è niente. E nel niente germoglia la noia.

L’altro giorno dei vandali hanno segato le gambe a una delle tante statue di Pinocchio che ci sono in giro. Non è la prima volta. Povere statuine! Tutte di una bruttezza quasi commovente, non ce n’è una decente. Ogni tanto ne mando alcune su WhatsApp a uno dei più noti critici d’arte italiani e ce la ridiamo di brutto. Gli dico sempre che dovrebbe farci un libro. Il surplus si raggiunge col Parco di Pinocchio che sfoggia un mega Pinocchione alto sei metri. Ci sono Pinocchietti ovunque, è un delirio. Entri in un bar te lo trovi sotto la tazzina. Nei quadretti, nelle scuole, nelle bancarelle, dipinto sui muri. Pinocchio è ovunque. Pinocchio è un simbolo. Giudicante, massonico, kafkiano. La sua aura morale di rettitudine e punizione aleggia su di noi sin da quando nasciamo, con quella favola cupa che forse solo gli americani della Disney hanno reso simpatica. Segargli le gambe è un’allegoria, è cercare una ribalta, una vendetta, anche semplicemente sfoggiare la rabbia. I vandali sono dei coglioni ovviamente, ma fa ridere il gesto. Genera il solito cordoglio mediatico, le solite parole di condanna delle autorità, la solita promessa di vendetta per lo sfregio. La statua verrà magari pure rimpiazzata con una peggio di quella che c’era prima. Ma nella realtà? Qualche vecchietto ci sarà passato avanti e avrà scosso la testa. Poi avrà tirato dritto pensando se al bar potrà giocare a carte con un suo amico nonostante la distanza di sicurezza. Quelli sono i problemi veri.

Pescia è la città dei fiori. Ci s’ha la scorza dura quaggiù. Se succedeva a Firenze immaginate il casino, se uno segava una statua del Rinascimento. Invece con ste croste al massimo piange un po’ il sindaco. Però ecco, se passassero le Frecce sarebbe un momento felliniano, di cui tutti si ricorderebbero. E forse la provincia si sentirebbe di essere per una volta veramente celebrata.