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Il TuttoRoma: Capire San Lorenzo, il quartiere che non ha mai smesso di resistere

La settima puntata della nostra serie sui quartieri della capitale, visti con equidistanza. San Lorenzo, un paese diviso in due: la città dei vivi, con lo struscio e gli universitari barcollanti, e quella dei morti, dove un carro funebre mette a palla Francesco Renga

Foto di Jacopo Brogioni

Foto di Jacopo Brogioni

Se vuoi capire la San Lorenzo di oggi, puoi fare un tentativo a piazza dei Sanniti, dove sei perfettamente equidistante dalle due frazioni in cui è diviso questo pittoresco, eccentrico, balordo quartiere-paese. Meglio se la domenica mattina presto, quando la piazza è esausta dalle fatiche della vita notturna, e le sanlorenzine di una volta cominciano a uscire di casa, per smaltire un altro tipo di hangover: quello del dopoguerra. Se riesci a stare in piedi diritto, con le braccia protese tipo alcoltest, ti sembra di poter toccare con una mano le mura aureliane e con l’altra quelle del Verano. La città dei vivi, con i suoi contrasti — lo struscio e il Nuovo Cinema Palazzo, la speculazione immobiliare e la piccola criminalità — confina proprio qui con la città dei morti e le sue analogie — il Verano, i marmisti, la Casa della memoria (che, a dire il vero, avrebbe proprio bisogno di qualche giga in più), i palazzi sventrati dagli americani, gli ex semolifici rimessi a nuovo dalla gentrificazione. Le due città si tengono a braccetto, barcollando, sotto i fumi dell’alcol e il peso dei ricordi, di guerra e di università.

Angelo, prenditi cura di lei”: davanti San Lorenzo fuori le mura, la canzone di Francesco Renga parte a palla dal carro funebre. Pensi che sia una gaffe dell’autista, che ha appena acceso il quadro; invece è evidentemente qualcosa di cercato, perché nessuno dei parenti ride o si innervosisce. Anzi, sono tutti serissimi, e restano perplessi solo i parcheggiatori abusivi di piazzale del Verano. I quali, essendo notoriamente avvezzi a praticare l’estorsione nei confronti di chi è diretto ai funerali dei propri cari, nella piramide dei lavoratori socialmente utili si collocano immediatamente sopra i gabbiani di Malagrotta. Eppure, davanti a scelte musicali che non condividono, cominciano a impugnare, nel loro parlottare a denti stretti, precetti SIAE e buon gusto. È sempre sorprendente e illuminante la dimestichezza con la morte di chi la maneggia ogni giorno.

Un’altra lezione che subito impartisce il Verano è che un cimitero monumentale è la forma di resistenza più strenua che esista al concetto di morte-livella. Questo, per giunta, è il più grande e disuguale d’Italia, e ospita più biodiversità socioculturale che forme e colori di pesci nella barriera corallina. Ad esempio: con la stessa determinazione con cui, dall’altura del Pincetto, le famiglie nobili continuano a dibattere tra loro su quantità di palle sullo stemma e qualità dell’aria nelle cripte, così altri non cessano di procurare al prossimo i piccoli e medi soprusi che sono stati il loro pane quotidiano durante la vita, togliendosi la soddisfazione di un’angheria o due non solo nei confronti di chi gli giace accanto, ma anche di chi gli è sopravvissuto. Infatti, le reti da cantiere non abbandonano i romani neppure nell’aldilà, e li avvolgono con tutte le lapidi nel loro abbraccio di plastica arancione, tanto che qualche parente è costretto a lasciare fiori e invettive proprio lì, tra una maglia e l’altra, non potendo accedere al marmo, neppure dopo aver fatto il giro attorno alla Smart che qualcuno ha parcheggiato con l’avantreno su suo nonno.

Il primo sushi bar, tale Kiko, su via Tiburtina, delimita la frontiera tra la città dei morti e quella dei vivi: è a partire da lì che le botteghe dei marmisti cominciano a fare spazio alle prime manifestazioni di vita, nelle due principali varianti che oggi si contendono l’egemonia a San Lorenzo: la movida e la compravendita di droga. La più grande domanda senza risposta sul bombardamento di San Lorenzo fu posta dal regista Antonello Branca bambino al padre (e riportata in un’intervista con Alessandro Portelli): “Se ci sono venuti a liberare, perché ci ammazzano?” Oggi non resta che chiedersi: “Se ci sono venuti a vendere stupefacenti, perché ci rapinano?”.

La San Lorenzo della movida è nata come un paese dei balocchi per fuorisede della Sapienza: un grande studentodromo, con tanto di scommesse sui piazzamenti dei fuoricorso. Benvenuti a San Lollo. I nuovi locali, da un certo anno accademico in poi, sono stati aperti seguendo regole commisurate alle esigenze degli studenti: mai esporre troppi oggetti rompibili, calmierare i prezzi dei cocktail, risultare respingenti ai luissini. Questa San Lorenzo è tesa su un secondo asse che l’attraversa da parte a parte, nel senso opposto rispetto al primo, che va dal Verano a Porta Tiburtina: questo nasce a piazzale Aldo Moro (l’Università) e va a morire all’Ex Dogana (l’Università della vita, versione Cepu). San Lorenzo alta, una rive droite quasi residenziale, e San Lorenzo bassa, la rive gauche brulicante di bar, di comitati, di spacciatori con l’hobby della rapina e rapinatori pro che arrotondano spacciando. In pochi metri si passa così dalla cioccolata calda a 8 euro di S.A.I.D. ai mojito a 3 di Celestino.

Foto di Jacopo Brogioni

Per essere una zona con un rapporto così intenso con più tipi di mura, San Lorenzo è particolarmente agile a entrare e uscire dai suoi confini. Non c’è un’altra parte di Roma in cui i tipi umani passino dall’ex redskin al coatto, dallo chic al delinquente, con la grazia, l’eleganza e l’efficienza con cui questo avviene a San Lorenzo. Per fortuna, dietro l’angolo non c’è mai in agguato solo il declino, ma anche la bellezza.

“La piazzetta” di Renato o il bar da Celestino sono tra gli ultimi locali di Roma in cui la serata si passa tutti in piedi, come su un Tagadà, dove la sfida è restare in equilibrio al centro della pista, mentre il quartiere, la città, gli esami, le prime esperienze lavorative e le ultime esperienze sentimentali significative, tutto ti gira vorticosamente attorno, e non solo per via dello sforzo — alcolemico e di fantasia — necessario a rendere un Moscow mule da 3 euro un drink che sappia effettivamente di Moscow mule, ma soprattutto grazie al motore metaforico più potente che ci sia al mondo: il tempo quando si ferma per un po’.

Al bar Marani di via dei Volsci, invece, il tempo si è fermato definitivamente. Da quando ha aperto, nel 1928, non ha mai smesso di resistere per un solo giorno. Resisteva alla marcia su Roma, resiste ancora oggi, con discrezione, ai bombardamenti della contemporaneità. Forse il sangue e la polvere del ‘43 sono la monnezza e il fumo del 2018. Qui tutti sembrano sempre reduci di qualcosa di solenne e importante, che sia una serata da Pommidoro o la marcia su Roma. Non è detto che movida e spaccio — alleati, proprio come gli americani di quel tremendo 19 luglio — non stiano rendendo i sanlorenzini di oggi, in due modi tanto diversi, così distanti nel tempo, ma identici nello spazio, altrettanto vittime innocenti del cannone liberatore.

Il bar Marani mentre resiste. Foto Jacopo Brogioni

La sottile recinzione con le piante rampicanti che ne cinge il dehors basta a farne una fortezza morale invalicabile, tanto dalla movida quanto dallo spaccio. Al bar Marani, una volta seduto e ordinata una Peroni, sai di godere di un diritto di asilo politico dal tempo e dallo spazio. Ci lavorano solo donne, forti di un’estensione vocale ampia almeno 4 generazioni, e capisci dal primo momento che non c’è molto da scherzarci. Forse non lo sai, ma per conquistarle basterebbe un sorriso e un grazie. Qualcuno è quasi contento che il quartiere sia così cambiato, solo per poter venire qui e vedere che tutto è uguale a prima.

E ancora: il cinema Tibur, che non segue gli orari dati a Google, per fregare il sistema. I ragazzi dei banchetti contro la droga e il degrado, giovani e forti come in una canzone di Guccini, che pure diventano rossi come le loro bandiere del Partito Comunista quando, avendo intercettato la signora diretta alla Messa dell’Immacolata, lei promette di ripassare per approfondire la questione insieme con le belle nipoti. Uno degli ultimi arrotini resident, con bottega, di tutta la città. La palestra popolare occupata, minuscola e appassionata, che batterà sempre a tavolino il circolo sportivo dei Cavalieri di Colombo, per quanti campetti in erba sintetica possa costruirle accanto.

E infine c’è il lato chic di San Lorenzo, che sembra esserne uno dei futuri possibili, e che vive di poche ma ben avviate sedi extra-territoriali: il complesso dell’ex Cerere, con i suoi atelier di artista e gli appartamenti di lusso; il negozio di moda dell’Anatra all’arancia, praticamente un consolato dei Parioli; il Wishlist, con le sue serate danzanti e la vicinanza al luogo di pellegrinaggio sorto sulla casa di Eros Ramazzotti; le passeggiate fino all’Old Wild West per godere nel vederlo sempre vuoto anche il sabato sera.

Foto di Jacopo Brogioni

Quest’ultima San Lorenzo sembra nata per nostalgici dell’università che ce l’hanno fatta. Anche i professionisti più affermati tornano sempre a San Lollo, come nel luogo del delitto che hanno commesso uccidendo il loro studente interiore; magari per prenderci un loft, magari per una serata low-fi al Pigmalione, dove la musica la scegli tu, da un computer anni ‘90 con le casse e la tower, mentre cerchi il tuo nome nell’albo d’oro dei tornei di scacchi, dove ti piaceva tanto vincere facile pur restando te stesso.

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