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Il paradiso è uno yacht club nel deserto


A due ore da Los Angeles, sul confine del Joshua Tree National Park, c’è un luogo segreto con barche arenate nella sabbia e roulotte di lusso: è il “Desert Yacht Club”, rifugio di artisti e cercatori di UFO

Il Desert Yacht Club

Foto (in tutto l'articolo): Ray Banhoff

L’espressione “Realizzare un sogno” suona inflazionata, ricorda una frase motivazionale di quelle che troviamo in tanta narrativa paccottiglia che affolla gli scaffali dei centri commerciali. Sognare lo sappiamo fare tutti. Realizzare lo facciamo in pochi.

In realtà si tratta di un percorso estremamente pratico, fatto di lavoro, dedizione, perseveranza. Storie come quella del Desert Yacht Club ne sono la prova. Stiamo parlando letteralmente di uno yacht club nel deserto, in cui gli ospiti alloggiano in trailer e caravan ristrutturati o in una delle tre barche (vere) arenate come giganti dormienti sulle colline. Una è lunga 20 metri. I più avventurosi possono anche scegliere di dormire all’aperto, in dei grandi letti king size da cui si vede nitidamente la Via Lattea. È sicuro, nessun animale viene a dare fastidio.

Siamo nella Yucca Valley, a due ore di macchina a est di Los Angeles, sul confine del Joshua Tree National Park (uno dei tre grandi deserti dello Stato) e tutto questo è stato pensato e creato da un italiano. Alessandro Giuliano, napoletano, 45 anni, ex assistente di volo Alitalia, fotografo, artista, da dieci anni ormai negli USA.

Alto, forte, serio, voce baritonale, uno di quegli uomini che con le mani sa fare tutto, uno che può chiacchierare con un capo di stato e con un idraulico con la stessa confidenza. Ci ho parlato tre giorni di fila mentre alloggiavo con la mia compagna al Desert Yacht Club, svegliandomi all’alba rossa con il gatto che ci aveva portato un topino come benvenuto, passando le giornate tra mille avventure fatte di niente. Di giorno ci riparavamo dal caldo in una piccola piscina e la sera dopo aver cenato assieme ad Alessandro e al suo aiutate andavamo nel locale più vicino, a Pioneer Town, un piccolo saloon frequentato da gente del posto, cowboys e redneck, e scelto da star come Gaga o McCartney per dei concerti a sorpresa per un pubblico di appena 200 persone.

Alessandro, l’inventore del club

Credevo che nel deserto non ci fosse niente, solo rocce e sterpaglie, invece ho scoperto che è la meta di artisti, pellegrini, cercatori di UFO, cercatori di silenzio, avventurieri moderni che scelgono di staccarsi dal caos delle metropoli. Il Joshua Tree sta diventando La Mecca dei curiosi di ogni tipo e il Desert Yacht Club si inserisce esattamente nel genere di meraviglie che questo luogo offre.

L’energia che si avverte in questo posto è talmente contagiosa che ho paura a parlarne, perché temo venga invaso dal turismo di massa che lo distruggerebbe.

Tuttavia lo Yacht Club sta già diventando famoso: ci ambientano film, videoclip, shooting fotografici, lo affittano per dei mini Burning Man privati. Gli interni restaurati delle roulotte sono talmente belli che potrebbero finire in un film di Wes Anderson. Guardo Alessandro negli occhi e gli chiedo se non ha paura di ritrovarsi sulla Lonely Planet. Si mette a ridere. Nemmeno mi risponde. Sa che non sarà mai così. Questo non è un luogo turistico. Ci viene solo chi cerca qualcosa.

In Italia non siamo più abituati a rapportarci con storie del genere. Da noi Alessandro, uno che vive vive off grid (letteralmente: staccato dalla rete elettrica), sarebbe considerato uno strambo. «All’inizio dormivo in macchina. Di giorno lavoravo in un’officina. Ho imparato tantissimo. Il mio vicino mi ha insegnato tutto quello che so sui motori. Mai avuto problemi, anzi mi aiutavano tutti. Questo è un popolo di gente che fa ciò che deve essere fatto, è nella loro cultura farlo al meglio. Una cosa molto americana». Già. Eccola spiegata l’America.
«Io voglio far passare alla gente il messaggio che non siamo obbligati a fare una vita che non ci piace» mi dice mentre beviamo succo di cocomero. Sono parole semplici che mi colpiscono perché pronunciate da un uomo che nella vita ha fatto di tutto, ha persino aperto un chiringuito sulla spiaggia in Brasile giusto per vedere che gusto aveva vivere un clichè.

Alessandro non viene da una famiglia facoltosa, non ha avuto spinte o aiuti. Ha vissuto in macchina per due anni senza battere ciglio solo perché era quello che gli piaceva fare. Questa totale libertà gli brilla negli occhi e gli da un che di epico. Questa libertà si respira in ogni angolo del Desert Yacht Club, per questo la gente che passa di qui si innamora del posto.

La prima volta che ha visitato questo terreno era un disastro, eppure lui vedeva già la sua creatura finale. Ci ha creduto da subito, nonostante gli amici gli dicessero che era fuori di testa e che avrebbe buttato via i soldi. Cercava soci, compagni di avventura, ma da subito ha capito che sarebbe stato un percorso in solitaria. «L’agente che mi ha venduto il lotto non mi ci voleva nemmeno portare, era un casino, non c’erano nemmeno le strade… le ho costruite io. Così come la corrente o l’acqua. Tutto quello che c’è qui ce l’ho messo io». Questa è perseveranza. Questo vuol dire realizzare un sogno. Vedere strade dove gli altri non ne vedono e costruirle, letteralmente.

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