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De André è la sinistra che vorrei

Siamo stati a Genova, nel giorno della santificazione che Faber non avrebbe mai voluto, tra l'hangover della sera prima e le scuse di Colapesce per la cover

Dino Fracchia / Alamy / IPA

Penso non ci sia modo migliore di omaggiare Faber, il poeta degli ultimi, se non presentandomi all’appuntamento con mezz’ora di ritardo e il trucco ancora un po’ sbiadito dopo essermi esibito, la sera prima, in un queer cabaret, tra drag queen e trans, tra burlesque e glitter. Penso non ci sia modo migliore di omaggiare Faber, il poeta del popolo, se non facendo accostare il van per vomitare sul ciglio della strada. Sorpresa! So che non ci crederete mai, ma non è successo a me, come la premessa poteva farvi immaginare, ma bensì ad un collega molto sensibile all’autostrada che, da Milano, in un continuo sballottarsi di curve, arriva sul porto di Genova.

Arriviamo così, un piccolo team di giornalisti in gita scolastica. Il nostro cicerone è John Vignola, voce di Radio Rai, pronto a condurci nei vicoli di Genova per raccontarci il suo amore per De André nel giorno del ventesimo anniversario della sua scomparsa. E vent’anni dopo la morte del cantautore, Genova è più che mai una ferita aperta, tra le macerie del ponte Morandi e il ricordo amaro del figliol prodigo perduto troppo presto. Più o meno ovunque, tra il Teatro Felice, l’ultimo luogo dove sì esibì in città, e i negozi di Via del Campo, la sagoma di Faber è uno spettro che ritorna su muri, locandine, schermi. In città la vita procede noncurante.

Più camminiamo, più incrociamo passanti che raccolgono cacche di cane in silenzio, mentre il vento forte sfreccia dentro Porta Soprana. Un’anziana signora continua a ripeterci che Paolo Villaggio è stato dalla Marchesa, non so che voglia dire, specificatamente, ma mi piace. A quest’ora del mattino non troviamo le bocche di rosa nemmeno nei caruggi più stretti e angusti. Avrei dei pareri sul make up da chieder loro. È chiaro però una cosa, del mondo di De André è rimasto molto poco. Via del campo è un vicolo come un altro, ma tra parrucchiere, spaccini e macelleria, spunta un’effige dedicata a De André con scritto dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori. Un filo più sotto, un onesto poeta contemporaneo ha aggiungo il suo ancor più onesto Forza Genoa.

Incontriamo Colapesce mentre gli fanno sbombolettare, a favore di Instagram-visione, un graffito del bel faccione di Faber. E io faccio una story per non essere licenziato. Arrivo giusto in tempo per notare che, sulla copertura utilizzata per non sporcare la strada, aleggia la scritta A.C.A.B. Vi ho dato tutti gli indizi necessari per capire perché ci hanno spedito in Liguria: siamo qui perché il cantautore catanese ha omaggiato il suo maestro genovese con una cover de La canzone dell’amore perduto. Non ci sono però segnali sul perché sia stato mandato io, però fidatevi, fate questo gesto di fede. Tutto bello dunque. No.

Nella musica italiana vige una regola ferrea: non si fanno cover di De André. Lo sanno tutti. E Colapesce, che non è nato ieri, lo sa e lo dichiara già dal comunicato stampa. E allora che ci facciamo qui? Perché siamo in un ristorantino ad aspettare che ce la suoni? Siamo in un corto circuito insensato, eppure glielo perdoniamo perché prima di prendere in mano la chitarra, con umiltà e ironia, chiede ufficialmente scusa a familiari, amici e fan di Fabrizio. Ma anche un po’ a se stesso perché, come ci tiene a precisare, si era imposto il diktat di non cadere nella trappolona della cover di De André. Ok, ma che è successo poi? Perché diamine sei crollato Lorè? Non ci è dato saperlo; è semplicemente successo.

Quindi siamo qui ed è anche giusto così. Perché quando la musica diventa così sacra, ci perdiamo tutti. Lo stesso De André non avrebbe accettato questa santificazione popolare e sociale, trasformatasi in ostracismo verso chiunque abbia l’intento di approcciarsi al suo repertorio. Questo bisogno – tutto italiano – di voler rendere gli artisti degli intoccabili diamanti (e non del letame) è sempre e solo una sconfitta, un disonore verso chi si è schierato, come in questo caso, dalla parte del popolo. Certo, la cover di Colapesce non aggiunge proprio nulla a questa discografia, se non un altro nome all’elenco degli omaggi a Faber. Dal lontano 1966, difatti, questo brano è stato reinterpretato da Franco Battiato, Gino Paoli, Claudio Baglioni, Antonella Ruggiero, Mango. Colapesce si trova ad affrontare il mostro (parole sue), con la presenza di altri mostri più o meno sacri che lo osservano in lontananza.

Chi te l’ha fatta fare Lorè? Questa versione – naturalmente – regge, è godibile, ma, più di tutto, è onesta. E, a volte, per omaggiare qualcuno basta questo. Colapesce finisce per suonarcela mentre ci servono il vino, canta bene, senza ansie. E mentre immagino il gusto della focaccina che ci piazzano davanti, mi sfugge un pensiero, rimane sempre un bravo musicista, ‘sto Colapesce.

So che non sono stato invitato qui perché sono una buona forchetta, anche se è quello che mi riesce meglio. Spazio con disinvoltura dalla frittura alle trofie al pesto, dalla focaccia genovese al tiramisù, mentre viene intavolata una conversazione con Colapesce su arrangiamenti (volevo che il brano perdesse quel ritmo terzinato tipico degli anni ’60), trap (non mi piace, ma rappresenta l’urgenza espressiva di una certa generazione), Sanremo (han dato spazio al nuovo, ma non si dice così ogni anno?). Visto che mi piace scriverlo, comunque, lo riscriverò: COLAPESCE. C-O-L-A-P-E-S-C-E. Ad ogni modo, il cibo mi rende buono e così lascio un promemoria ai posteri: sconsiglio di mettere sei giornalisti (oltre me che son più che altro sempre quello con il trucco sbiadito) nello stesso van. Possiamo commentare, criticare, iper-analizzare (ehm… gossippare) tutta la scena musicale italiana nel breve tratto che da Genova conduce a Milano sud. Perché ne sappiamo e ne capiamo troppo, capite? Lol.

De André è stato un figo; c’era bisogno di tutto questo per ricordarcelo? Forse no, ma in una società che dimentica con questa facilità il fascismo per riproporcelo appena appena spolverato settant’anni dopo, la memoria di un anarchico è sempre ossigeno. Faber era dalla parte degli zingari, dei poveri, dei transessuali. Un po’ come la sinistra che sogno. Al posto di farci cover, forse dovremmo concentrarci su questo suo pensiero socio-politico e trovare un modo di attuarlo. Perché, ok tutto, ma ora basta con ste cover di De André.

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