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Aspettando Young Signorino

Al primo concerto vero del signorino, ha fatto quello che tutti in cuor loro si aspettavano: non presentarsi

Tutti i rapper sono fighi allo stesso modo. Ogni trapper è scoppiato a modo suo. Questo è particolarmente vero per Paolo Caputo, ovvero colui che, vuoi su YouTube, vuoi da qualche parte sulla scala Shulgin, decine di milioni di italiani visualizzano sottoforma di Young Signorino. Il quale, lungi dall’essere il nostro trapper più fuso in assoluto, è molto probabilmente quello che lo è nel modo più originale. Young Signorino è qualcosa di più dell’angelo dannato della trap e anche più del demone-scimmia della musica: è un Anti-Messia dello show-business. La sera del 25 maggio al Monk Club di Roma, dove il Signorino era atteso per il suo primo concerto in grande stile, ce lo ha dimostrato una volta per tutte, e nel modo più eloquente possibile: [spoiler alert] non presentandosi sul palco, per vedere di nascosto l’effetto psicotropo che fa.

Nonostante questo, la serata di ieri non è trascorsa invano. L’ora e mezza di attesa che ha preceduto l’annuncio della disfatta ci ha permesso di conoscere meglio uno dei tratti più interessanti delle cose che, come il Signorino, piacciono alla Generazione Z: la Generazione Z. Osservare per 90 minuti il pubblico del Signorino ci ha mostrato da una nuova prospettiva quello che sta accadendo alla musica e, più in generale, alle cose che piacciono ai giovanissimi e che capiamo talmente poco che finiamo per pensare che se le facciano piacere per ingannarci o comunque per trollarci, mentre poi gli piacciono veramente. Un po’ come Snapchat prima della crisi, o la scena Musica.ly italiana dopo la salita al potere di Jenny De Nucci.

La prima scoperta che facciamo è che il grosso del pubblico del Signorino non è scoppiato né in modo canonico né in modo particolarmente innovativo. Semplicemente, non è affatto scoppiato. Solo un millennial molto superficiale, infatti, potrebbe porsi il problema di chi ieri fosse venuto a prendere in giro chi, se l’artista il pubblico, il pubblico l’artista.  Ieri al Monk la maggior parte dei convenuti era lì sotto lo stesso dosaggio di autoironia con cui ci si va a tatuare un cartiglio cinese a Sulmona: sì, ci si espone al rischio di infezioni o refusi anche gravi; si sa di farsi del male, se non a livello fisico o psicosomatico, almeno esistenziale; ma lo si fa comunque, e sempre col sorriso dietro al piercing.


 
Il pubblico è abbigliato in un range piuttosto vasto di dress code, dal tipo preciso accompagnato dal padre, entrambi con camicia azzurra dentro i pantaloni khaki; a nerd già maggiorenni recanti merchandising di “Sesso droga e pastorizia”, fino ai fan più ortodossi, e per ortodossi qui si intenda una Dark Lolita con calze a rete e maglietta “Gothic Signorina”. Cosa tiene unita questa piccola folla? La gloria di sapere e volere accettare il mondo come viene loro dato, anche se questo mondo gli viene consegnato battendone il tempo per mezzo di rutti (come in effetti avviene nel più famoso video del Signorino). La loro più grande qualità è la capacità di dire sì al presente, qualunque esso sia, anche se ha il volto e la cartella clinica di Young Signorino, canticchiando e sorridendo, sorridendo e canticchiando, anche se il suddetto presente non va quasi mai a tempo col loro labiale.
 
L’attenzione di questo pubblico verso Young Signorino è di fatto ironica. Sono giovani che fanno qualcosa di deliberatamente tremendo dal punto vista socioculturale, ridendo di sé e, certamente, anche dell’idea stessa che possa esistere una parola come “socioculturale”. Perfino nei momenti più bui della lunga attesa, mentre i buttafuori cominciano a distribuire bottigliette d’acqua naturale, resta sempre sottinteso qualcosa che non tutti, a quell’ora, col caldo che comincia a farsi sentire nel salone chiuso, sarebbero capaci di esplicitare, ma che non per questo è meno vero. Ed è la seconda verità della serata: questi ragazzi – insieme agli algoritmi di YouTube e ai moderatori di Facebook – sono i soli che possono giudicare Young Signorino. Il quale, anche se ha chiaramente autocertificato di essere figlio di Satana, non ha per questo meno colpe di un vero figlio d’arte, fosse anche un figlio dei Pooh, rispetto alle regole dello star system e alla vita stessa. Questo perché Young Signorino, agli occhi del suo pubblico, non è meno falso e costruito del cantante pop o rap normotatuato che magari piace a noi, che ci sentiamo per questo tanto più “giusti” di loro.

Solo un millennial molto superficiale, infatti, potrebbe porsi il problema di chi ieri fosse venuto a prendere in giro chi, se l’artista il pubblico, il pubblico l’artista

 
Tra la seconda e la terza scoperta, il ritardo comincia a diventare davvero pesantino. Cominciano a girare le solite leggende metropolitane. La più verosimile tra tutte riporta che il Signorino ha fatto un giro nel pubblico e ha visto che c’erano troppe Lacoste e “se n’è ito” (effettivamente non erano poche). Altri dicono di averlo visto a una finestra di un piano alto del Monk nella penombra: raperonzolo irraggiungibile e shakespeariano, purtroppo privo, tra le cose da calare, di trecce.
 
Ma, insieme all’annuncio che non ci sarà alcun concerto di Young Signorino, ci viene addosso la terza e più importante delle verità. Vale a dire che solo non presentandosi sul palco il Signorino avrebbe potuto realizzare, per un giorno ancora, la sua missione di messia capovolto, di messaggero al contrario. Il vero arcangelo caduto infatti annuncia di venire, ma poi col cavolo che si presenta. Questo concerto di Roma, il primo di una serie di eventi estivi in tutto il Paese, avrebbe dovuto essere il primo di una nuova fase per Signorino: quella della svolta istituzionale, del compromesso storico con concetti che fino ad ora sono stato estranei alla sua visione del mondo, come orari, agibilità, applausi, ringraziamenti. Anche se questi ragazzi sono venuti qui da ogni quartiere di Roma, hanno fatto la fila e hanno pagato il biglietto, e sebbene una certa delusione non manchi dai dialoghi che riesci a cogliere mentre tutti insieme lasciano il Monk (“Sto infame. Ma cento vorte più ‘mbecilli noi che semo venuti”), da qualche parte nel loro animo, rinfrescato dalle birre e rimborsato al botteghino, una vocina dall’accento di Cesena biascica che forse è meglio così, che il giorno in cui il Signorino si normalizzerà è rimandato alla prossima data utile, che in fondo è stata una bellissima serata lo stesso.

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