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Al Primavera Sound c’era il Gabibbo, la famiglia del Mulino Bianco e il duo Rixi & Siri

Che cosa succede se uno spettatore con gusti non á la page si fa tre giorni al festival di Barcellona? Cronaca gonzo tra russe assetate di weed, oscuri cori bulgari e contapassi

Lo show di J Balvin sul palco del Primavera

Foto di Eric Pamies

Non avevo la più pallida idea di chi fosse oltre l’80% degli artisti. I top della line up sono Nathy Peluso, J Balvin, Rosalía, Solange, Miley Cyrus, Robyn… Ok, Rosalía ha vinto il Grammy Latino e per di più è di Barcellona. Fin lì ci arrivo. Leggo i giornali. Ma gli altri chi cazzo sono? O mi sto facendo vecchio o sono completamente fuori dal giro. Forse mi hanno ibernato per dieci o vent’anni e mi hanno scongelato di colpo all’ingresso del Primavera Sound. È possibile.

Giorno Uno. Giovedì. C’è il sole, un po’ di vento. Si sta bene. Sarà la tonica di tutto il weekend. Ottimo per andare in spiaggia. Qui è tutto pulitissimo e organizzatissimo. Sembra di essere nel centro di Stoccolma. Non c’è un bicchiere di plastica per terra. Anche perché da quest’anno il bicchiere te lo devi comprare. Costo: 1 euro. Chiusa l’epoca degli usa e getta. Effetto Greta Thunberg. Bene. Ci sono invece una marea di controlli. Tre per l’esattezza. Peggio che in aeroporto. Dico al man in black della Seguridad che sono giornalista, sperando di avere un trattamento di favore. O qualcosa di simile. Succede esattamente l’opposto. Mi squadra, sorride e mi controlla anche le mutande. È pieno di gente. Diranno poi che quest’edizione è stato un enorme successo. In quanto ai numeri è palese. Tanti bo-bo, barbe ben curate, stile ricercatamente casual, un po’ eighties, tutto molto pop. Tante Reebok ai piedi, quelle bianche, classic o revenge. Ci sono anche mamme col passeggino, bambinetti che zampettano con enormi cuffie sulle orecchie. Tutto molto cool. Pochissimi i puretas, i matusa per dirla in milanese. I metallari qui sembrano una specie in via di estinzione. O meglio, sembra che siano già estinti: non ce n’è manco uno. Non li ho mai sopportati, ma ora ne sento la mancanza. È tutto molto, troppo hipster. Fintamente hipster a dire il vero. Jack Kerouac sta piangendo sommessamente nella tomba, ne sono sicuro.

Sembra un aeroporto, dicevo. L’idea è rafforzata dallo stand, in realtà un vero e proprio negozio, di Pull & Bear, uno degli sponsor ufficiali del festival. Lo si trova a sinistra appena entrati dove fino all’anno scorso vendevano dischi, magliette e chincaglierie musicali, ora confinate in un posto un po’ del cazzo. Se non li cerchi espressamente, non li trovi. I dischi intendo. Ci ho messo due giorni per capire dove fossero. Per di più sono troppo cari. Molto meglio al Wah Wah in Carrer Riera Baixa. Anche associazioni e ONG, a cui il Primavera Sound offre visibilità, come Open Arms o Greenpeace sono giù sul lungo mare: bel posto, ma non ci va nessuno. Me lo dice anche uno di Open Arms.

Non so chi andare a vedere. Ascolto due brani dei Las Odio, band pop-punk spagnola. Mi stufo in fretta. Passo più in là dove suona Elena Setién. Niente di che. Nel Parc del Forum, questo enorme spazio sul lungomare barcellonese creato una quindicina d’anni fa e utilizzato per grandi eventi, gli sponsor sono ovunque. I nomi dei palchi, ovviamente: Ray-ban, Pull & Bear, Adidas, Seat, Heineken… Ma non solo. È pieno di stand di grandi marche che sganciano un po’ di grana. C’è pure quello dell’acqua Bezoya. E quello di Idealista, l’impresa che ti affitta case. Sarà un messaggio subliminale vista la bolla degli affitti che c’è a Barcellona? Chi lo sa.

Mi sdraio sull’erba al sole e aspetto che suoni Alice Phoebe Lou. Passa un tipo che mi guarda negli occhi, ammicca e dice “Weeeed”, aprendo un pacchetto pieno di maria. C’è un gruppetto di italiani davanti a me. Uno gli dice “no grazie”, poi spiega all’altro che il tipo vendeva erba. “E tu gli hai detto di no, mannaia la madonna?” “E che cazzo dovevo fare?” “Dirgli di sì, cazzo! Dov’è andato? Beccalo subito!” Alice Phoebe Lou è brava davvero. Molta energia. È un piccolo diavoletto che balla e si diverte. Sudafricana, 25 anni, artista di strada e ballerina del fuoco. Me la risento un’ora dopo in un formato più intimo in un altro stage patrocinato dalle cartine OCB. Confermo il giudizio. Paper Castles è il suo ultimo album, merita più di un ascolto. Per di più, ha rifiutato le offerte delle grandi major e si autoproduce lei i dischi. Chapeau. Suonano anche i Malihini, band romana dal sound che richiama gli anni Ottanta. Mi piacciono. Lui ha un che di Ian Curtis. Lei una gran voce, molto soul. Vedo Niccolò Vecchia di Radio Popolare. Parliamo di slow food. C’è anche Gianluca Giusti, colonna portante di Trovarobato. Mi dice che la migliore cantautrice italiana è Simona Norato. Me lo segno perché Gianluca vede sempre giusto. Nomen omen. Cerco da mangiare: hamburger ecologico, così dicono. 8 euro. Passabile. Ho bisogno di punk. Vado dai Stiff Little Fingers. I nordirlandesi spaccano ancora. C’è pure qualche cresta che poga sotto il palco. Qui mi sento un po’ a casa. Il mio iPhone dice che ho camminato ben 15 km. Finisco la birra e mi ritiro verso la maison.

Janelle Monáe, Foto: Sergio Albert

Giorno due. Venerdì. Coda più lunga per entrare. Arrivo in tempo per il new flamenco di María José Llergo. Anche lei giovanissima, 24 anni. Parentesi: quest’anno il Primavera Sound ha deciso per la parità di genere tra gli artisti. È una scommessa coraggiosa. Chapeau anche a loro. Chiusa parentesi. María José è di Córdoba. Ha imparato il cante dal nonno quando era bambina. Non ha ancora una pagina su Wikipedia. È positivo? È negativo? Boh. L’auditori Rockdelux è comunque pieno. Incanta con la sua voce. Il pubblico è in visibilio. La sua Niña de las dunas è un viaggio nel profondo della penisola iberica. Corro a vedere i Birkins. Qui è tutto un correre da un palco a un altro se si vuole vedere qualcosa. I Birkins sono un gruppo di Gran Canaria che propone un omaggio a David Bowie. Queste cose che vanno di moda ora: rifare un disco del passato dall’inizio alla fine. A volte è divertente, altre volte fa venir voglia di impiccarsi. Le tribute band vanno bene per una festa di paese, non per un festival che si vuole all’avanguardia. I Birkins per di più giocano forte scegliendo The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. Confrontarsi con il Duca Bianco è un po’ come giocare a scacchi con la morte. L’inizio lascia molto a desiderare. Poi entra in scena Ken Stringfellow che inizia a sputare sul palco mentre intona Soul Love. Ci sta.

Cammino fino a uno dei grandi palchi. Invece della ghiaia quest’anno hanno messo erba sintetica. Fa un po’ Mulino Bianco, ma è comodo. Incrocio Jorge, un amico argentino che lavora a montare e smontare palchi. “Chi suona adesso?” “Un tipo con tante chitarre”, mi fa. “Ti fermi?”. “No, vado a casa, mi hanno tutti rotto i coglioni”. Come non capirlo, il compadre Jorge. Mi stravacco con una birra e l’ennesima sigaretta e ascolto le molte chitarre di Kurt Veil & The Violators. Mi ricorda un po’ Lou Reed, almeno per la voce. E c’è qualcosa di Neil Young nelle armonie. L’unico neo è un gruppo di giovani figli-di-papà-hipster che si siede davanti: è tutto abbracci e selfies. Vogliono mostrare al mondo che sono felici. A me l’unica cosa che provocano è nausea. Il meglio della giornata sono però i Derby Motoreta’s Burrito Kachimba, kinkidelia andalusa dal sapore fortemente seventies. Il cantante sembra uno dei Cugini di Campagna. Sono fantasticamente arroganti. Schitarrano davvero bene. E non gli frega una mazza di quello che pensiamo. Il loro pusher dev’essere uno che sa il fatto suo.

Il programma mi dice che più tardi suoneranno Jawbreaker, Low, Tame Impala e Kate Tempest, ma alla fine non vado a vedere nessuno. Incrocio invece Ada Colau, la sindaca di Barcellona, che è venuta per vedere Janelle Monáe. Mi perdo tra le birre con Javier, un amico che insegna storia contemporanea in università. Mi fa notare che non ci sono laccetti gialli al Primavera. Parentesi due: i laccetti gialli sono il pin/coccarda che usano gli indipendentisti catalani per protestare contro quella che considerano la repressione dello Stato spagnolo. Parentesi due chiusa. È vero: di laccetti gialli non ne ho visto manco uno. Cosa è meglio? Il mondo Mulino Bianco/aeroporto del Primavera con i suoi hipster bo-bo o la Repubblica catalana immaginaria dei laccetti gialli che vorrebbe che la UE dicesse che qui c’è l’apartheid come fossimo in Palestina? Non c’è una Terza Via? Aiuto. Javier mi spiega anche che Miley Cyrus è Hannah Montana, quella della Disney. Si imparano sempre un sacco di cose parlando con la gente. Cerco da mangiare. Ci sono file incredibili ovunque. Scarto la pizza, l’hamburguer ecologico, il cibo asiatico, quello peruviano e quello messicano. Poi vedo un baracchino su cui campeggia la scritta “The Best Hot Dog in Town”. Dice che si tratta di autentici “perritos calientes”. Me lo conferma anche la ragazza che li prepara. Iniziamo una larga discussione sulla parola “autentico”. Cazzo vuol dire? Alla fine gliene prendo due, anche se non mi ha convinto. 8 euri. Il mio iPhone dice 13,5 km. Mi ritiro.

Le Mystere des Voix Bulgares, Foto: Eric Pamies

Giorno tre. Sabato. Entro carichissimo. Voglio vedere tutto. Saluto quello della Seguridad che mi ricontrolla da capo a piedi giusto per. Inizio con Alondra Bentley. Una palla. Passo da Ama Lou. Altra palla. Approfitto per leggere il giornale al sole. Tocca poi a Daymé Arocena. Lei è fantastica. Cubana, 27 anni, canta in yoruba e ama la santería. Balla e fa ballare. La accompagnano tre musicisti che mischiano sapientemente il jazz con i ritmi caraibici. Vicino a me ci sono due stangone bellissime: sono russe, di origine armene. Pelle ambrata, lunghi capelli neri, occhi dal taglio caucasico. Sono sorelle, come le Kardashian. Mi sono fatto ripetere il nome tre volte, ma non lo ricordo. Facciamo finta che si chiamino Sevin e Anush per facilitare le cose. Sono in vacanza da tutta la vita, da quel che capisco: due mesi fa stavano alle Mauritius, ora girano l’Europa. Il babbo dev’essere uno che sta bene. Della musica non gliene frega nulla: vogliono solo fumare weed. A Mosca mi dicono che è difficile e pericoloso. Può essere. Con loro c’è anche un giovane yankee. Non capisco il nome, indi per cui lo chiamo Johnny. Alto, biondo, muscoloso, faccia da bravo ragazzo. Viene da una little town dell’Arkansas. È il classico quiet american di Graham Greene. Lavora per il governo americano a Vicenza, ma gli piace Barcellona. E soprattutto la più giovane delle sorelle, Sevin. Propongo al simpatico trio di andare a vedere una cosa really peculiar, The Mystery of The Bulgarian Voices featuring Lisa Gerrard, quella dei Dead Can Dance. Preferiscono bersi un’altra sangría e fumare weed. Io vado dalle bulgare. Sono venti, tutte vestite con gli abiti tradizionali, accompagnate da quattro musicisti e un rumorista. Mi ricordano il Coro Femminile di Stato della Radio e Televisione bulgara del Pippero (in realtà sono proprio loro. Il vero nome è il primo, ma sono note anche con il secondo perché nate come coro della radio e della tv di stato bulgara negli anni ’50, ndr). È bellissimo. Mi sembra di essere stato catapultato di colpo nel 1985. Cuba, le russe, ora il coro bulgaro. C’è anche il giovane gringo che lavora per il governo yankee in Italia. Manca solo Gorbachov.

Ribecco il simpatico trio, ancor più fumato di prima. Le russe mi raccontano che sono state ad Alassio. “Vi è piaciuto?” “È bello, sì, ma è difficile trovare weed”. Può essere. Sevin mi domanda chi governa in Italia. Cerco di spiegarle. “Insomma, è buono o cattivo?”, mi domanda. “Worst”, le dico. Non credo abbia capito. “Vogliono indurire anche le politiche sulla vendita di droghe leggere”, aggiungo. “Davvero? Allora sono cattivissimi”, mi fa. Anush vuole vedere Nathy Peluso e Solange. Le dico che non ho idea di chi siano. Mi fa vedere un video su Youtube, mentre si rolla l’ennesimo joint. Sua sorella ordina altra sangría.

Nathy Peluso è qualcosa di orribile. Attorno a me frotte di adolescenti cantano le sue canzoni. La Peluso balla indiscriminatamente sul palco con un vestitino rosso da scolaretta sexy. Mi addormento sull’erba sintetica. Saranno stati i fumi dell’erba delle Kardashian. Mi risveglio poco dopo e su un palco c’è Salvini che bacia il rosario e invoca la Vergine Maria mentre intona un canto flamenco. Su un altro palco c’è il duo super-pop Rixi & Siri, accompagnato da DJ Claude “No Euro” Borghi: nelle loro canzoni inneggiano ai porti chiusi. Il pubblico gli fa il coro. Non c’è più lo stand di Open Arms. Al suo posto ce n’è uno degli identitari di estrema destra di Defend Europe. Le russe indossano una maglietta con Putin a petto nudo mentre fa esercizi ginnici. Johnny indossa il cappellino rosso di Trump. “Dove cazzo sono finito?”

Poi mi sveglio per davvero. Era stato solo un incubo, sì. Tutto continuava come lo avevo lasciato. Le Kardashian e Johnny sono sempre intenti a bere sangría e a fumare weed. Non era Salvini quello di prima ma Rosalía che cantava a cappella la bellissima Catalina. Frastornato, mi alzo e raggiungo Francesca, un’amica italiana che vive a Barcellona. “Che palla sta Rosalía”, mi fa. “Dai, mettiti questo braccialetto.” Mi porta nella zona Vip, un palco da cui si vedono gli stage più grandi del festival. Chiedo immediatamente un gin-tonic. Inizia J Balvin. È un colombiano che fa reggeaton. Un’amica che incontro poi all’uscita mi spiega che J Balvin è il top e che il suo reggeaton è il meno machista. “Come fai a non conoscerlo? Sei un vecchio!” La gente giù sotto balla come se non ci fosse un domani. È un onda di culi che si muovono al ritmo della musica. Sul palco appaiono dei grandi pupazzi. Uno sembra il Gabibbo. Ordino un altro gin-tonic. Nessuno ascolta J Balvin, in realtà. Conosco uno di Torino che organizza un festival di musica in Italia. Un tipo ganzo. Mi spiega che la scommessa del Primavera è stata vincente: questi artisti hanno portato un pubblico nuovo, tantissimi giovani, soprattutto ragazze, che al Primavera non ci venivano. Ha ragione. Però per me è una palla colossale. Il Gabibbo poi non l’ho mai sopportato, nemmeno da bambino.

Stiamo a parlare un bel po’. Mi perdo Jarvis Cocker, Neneh Cherry e i Primal Scream. “E Puigdemont?”, mi domanda un altro. “Sta a Waterloo”, gli rispondo. “E ora? Sarà europarlamentare?”, rilancia. “No, dai, per favore. Ho appena avuto un incubo con Salvini, Rixi e Siri. Il reggeaton mi sta sul cazzo. Puigdemont no, ti prego.” Mi tranquillizzo solo quando mi mettono in mano un altro gin-tonic. Vedo l’ora. È l’una e mezzo: in dieci minuti ci sono i Bush Tetras. Quelli non me li voglio perdere. Suonano in un tendone-pub sponsorizzato dalla Heineken. Un tipo mi dice che la struttura ha un secolo di vita e che la portano in giro per i festival. Se lo dice lui, sarà così. I Bush Tetras sono fantastici. Altro che reggeaton. Altro che pop commerciale. Cynthia Sley ha la rabbia nelle vene e, negli occhi, la gioia di dire quello che pensa. Non siamo in tanti dentro il tendone, ma chi è qui sa il perché. Non si tratta di muovere l’ass. Qui è un’altra storia. Chiudono con Can’t Be Funky e Too Many Creeps. Applausi, fischi, grida. Dee Pop si alza dalla batteria e lancia alcuni CD come fossero fresbee. A un tipo lo prende in piena faccia. A un altro sul collo. Un CD finisce sotto le mie scarpe. È il Very Very Happy del 2007. Me lo metto in tasca. Il mio iPhone dice 18 km. Il mio stomaco dice che i gin-tonic sono abbastanza. Me ne vado verso casa per ascoltarmi il disco dei Bush Tetras in tutta tranquillità. Senza bo-bo, senza le famiglie felici del Mulino Bianco, senza Gabibbo. Punk is not dead.

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