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A Los Angeles si gasano per i quartieri messicani, a Prato per i cinesi

Ci siamo immersi, come in un viaggio iniziatico, nella seconda comunità cinese in Italia, tra camion pieni di roba, gente in ciabatte che si pulisce i denti con lo stecchino, tipi super stilosi e bambini prodigio

Prato: l'incrocio tra via Pistoiese e via Rota

Foto: Getty Images

Io adoro i cinesi.
Frequento la China Town di Prato e mi ci perdo come in un sogno rarefatto. È un posto mezzo Blade Runner contemporaneo, mezzo bazar di cavi scoperti. Qui non hai bisogno di cercare la China Town, il quartiere ha strabordato, qui è tutto China ed è l’antitesi di via Paolo Sarpi a Milano. È Cina Rude! Zero coolness e posti come Otto ma: Money Transfer, negozi di cellulari, empori, pescherie e gergo urlato dappertutto. Certo, se lo vedi come fenomeno di globalizzazione fa impressione, ma i pratesi lo sanno: senza i cinesi avrebbero fatto la fine di Detroit. Il tessile qui ha una storia, ma mentre il mercato globale lo stava per lasciare indietro, sono stati i contanti de cinesi a rilevare le attività e a far girare un po’ di liquidi. Il risultato è che ora a Prato i cinesi camminano a testa alta, proprietari di mezza città. Hanno comprato tutto e lo hanno cinesizzato a dovere. Per cinesizzato intendo che hanno imposto la loro linea estetica che è tutta casino visivo, camion pieni di roba, gente in ciabatte che si pulisce i denti con lo stecchino, macchinoni e tipi super stilosi, negozi di parrucchiere e piccoli bazar superforniti. Sono così, zero menate.

I pratesi sono combattuti, un po’ ci convivono un po’ fanno i risentiti, forse li invidiano, in qualche modo si somigliano. Mi ha detto bene un’ufficio stampa: i pratesi e i cinesi sono uguali. Si fanno un mazzo così e magari vivono in una catapecchia ma appena hanno soldi si comprano il macchinone. Come loro. Quando parlo con la gente dei cinesi, mi rendo conto che sono un fenomeno esotico. Tutti vogliono saperne di più. Cosa fanno i cinesi nel tempo libero? Come si divertono? Ma è vero che non ne muore mai uno (no, io ho visto pure un loro funerale ed è bellissimo: sfilano col fazzoletto rosso legato al braccio e la foto del defunto stampata gigante in testa alla processione)? Per lo più sono balle urbane come i coccodrilli nei water di NY, ma loro alimentano quest’alone di mistero grazie a una particolare ermeticità verso il mondo esterno, che apprezzo. Si aiutano tra di loro, hanno un senso sacrale della famiglia e del sacrificio. Spesso per lavoro ho a che fare coi loro bambini. Tantissima roba… Quando ci parlo non uso mezzi termini: gli faccio il verso. VOLELEEE MANGIALEEEE? e loro non si arrabbiano mai. Ridono, ridono come dei matti, sfoggiano un senso dell’umorismo molto spiccato. Anche perché parlano tutti tipo: ANDARE BAGNOOOO, POSSOOOO? e lo sanno. Mica perché non sono in grado eh, a loro non serve. Imparano le parole fondamentali e le applicano. I più piccoli, in particolare, sono poco abituati all’emotività e nelle scuole elementari, dove il personale è affettuoso al limite del rincoglionimento, si straniscono quando le maestre-mamme se li sbaciucchiano e abbracciano. Rimangano freezati come gechi, col sudore sulla fronte.

Osservare i piccoli, ci dice tutto dei grandi. Quei bimbi, confrontati coi nostri, sono una civiltà superiore, non c’è paragone. Hai voglia che fare accordi sulla via della seta, se questa sarà la loro classe dirigente, Pechino ci farà il mazzo. Pechino ci sta già facendo il mazzo. Il mio avvocato Luchino (zero montessoriano, ci scriverò su) sostiene che è perché li menano, mentre i nostri sono viziati e piagnoni. La maggior parte non parla l’italiano e ostenta un idioma strascicato e super urlato. Puoi chiederlo mille volte, ma non abbasseranno mai il volume. Urlano e si scaccolano di continuo e si muovono come delle piccole gang affascinanti, sfoggiando un cameratismo che prima che essere patriottico è comunitario, dovuto al battesimo del fuoco che hanno avuto con la vita. Sono come gli spartani, i più forti sopravvivono. Ma a differenza degli spartani, sono tutti forti. Il primo scoglio lo superano a due anNi, col primo sacrificio. Nascono qui per avere i documenti italiani e poi, dopo lo svezzamento e i primi passi, molti di loro vengono spediti in Cina dai nonni per imparare la Cultura. Altro che menarsela per il crocifisso in classe o il grembiule si o grembiule no, li mandano dall’altra parte del mondo. Soli. Il tutto mentre i genitori sono qui a lavorare. Poi a otto anni vengono richiamati indietro e portati a Prato, uno dei posti più di merda del globo e vengono inseriti nelle scuole. Così: bum bum. Questi non fanno una piega: fanno scuola a tempo pieno e una volta usciti dalla nostra vanno pure a scuola cinese fino alle otto di sera, sabato e domeniche compresi (ma solo dalle 10 alle 15). Sono schegge in matematica ed arte. Dell’italiano non gliene frega molto. Idem dell’Italia, a loro piace la Cina, sono tutti patrioti. Stiamo a mezz’ora dal mare e questi passano agosto nei capannoni, a cucire, giocare col muletto o alla play. Non piangono. Non rompono. Lo sport lo snobbano, così come ogni cosa italiana in se. A mensa arriva la pasta in bianco e quelli la schifano, idem per la rinomata pizza. A loro piacciono le lingue di oca essiccate e altri cibi alieni che arrivano importati direttamente dalla Cina, sottovuoto, come quei lotti di merce che vengono sequestrati dai Nas e si vedono in tv. Una volta uno ha sboccato in classe, una pozza violacea che sembrava avesse ingerito uranio.

I cinesi sono il volto di Prato. L’unica città dove la manovalanza pakistana sciopera contro i datori di lavoro di Pechino e con l’aiuto dei sindacati ottiene un minimo di diritti. Ci sarebbe da studiarci! Da farci le tesi di Scienze Politiche. Bambini e adulti riempiono la verticale stradale di via Filzi, piena zeppa di pescherie e mercatini organizzati nei parcheggi. Un luogo in cui capita di vedere la vecchia che sbuccia i carciofi accanto al gas di scarico del camion, il tizio in BMW da 50k e sandali da un euro che contratta all’ultimo sangue. Entri da un macellaio e ti accorgi che fumano anche dietro al banco o senti odori così forti che non sai nemmeno riconoscere. Ti senti in Thailandia, in una puntata di Bourdain, solo che il cibo non è altrettanto invitante. Un’amica mi ha dato una guida dei ristoranti che piacciono a chi legge le riviste e volevo vedere di che si trattava. Il primo non son riuscito a capire cosa vendesse. Parevano dolci, ma imbustati. Il secondo era famosissimo. Entrata sbarrata, passo dal retro che è lo scarico merci di una lavanderia e trovo l’ingresso. Accanto alla porta quattro mocho usati e neri che mi dicono chiaramente: torna a casa. Eppure quando vengo qui mi sento in un parco giochi. Mi viene voglia di provare a socializzare, chiedo indicazioni, chiedo informazioni sui prodotti. Mi sento un turista a casa mia ed è molto divertente. Penso a quanti pregiudizi sta combattendo questa gente e li ammiro. Non sono santi, spesso fanno casino coi diritti sindacali o le norme asl, ma tutti sbagliamo no? A volte penso che molti pratesi non lasceranno mai la loro città, alcuni non varcheranno mai i confini dell’Europa. Eppure qui, hanno la possibilità di fare un viaggio quotidiano. Se li vedessimo in quest’ottica, invece che come dei perfidi colonizzatori, magari avremmo qualcosa da guadagnarci. In fondo sono una cultura millenaria, hanno dato al mondo la medicina, la carta, la stampa e la polvere da sparo. Oggi ci copiano le borse di Gucci, ma santo dio, i tempi cambiano.

A Los Angeles ci gasiamo nei quartieri messicani, a Berlino con i turchi. A Prato coi cinesi. Perché no?

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