Solomun, Human After All | Rolling Stone Italia
Cover Story

Solomun
Human After All

Gli anni in cantiere insieme al padre, gli esordi underground ad Amburgo, le maratone di 27 ore al Pacha. In una scena dove «tutto ruota intorno al business», il DJ simbolo di Ibiza vuole riportare l’umano dietro la consolle

Foto: Sara Scaderebech. Tracker jacket Lacoste. Blazer Patrizia Pepe

Il set di Solomun del 2015 al Papaya Playa Project di Tulum è ancora il più visto nella storia di Boiler Room. Ad oggi, oltre 74 milioni di persone hanno guardato il DJ cresciuto in Germania Mladen Solomun (nato da una famiglia d’origine croata bosniaca) fare la sua magia dietro la consolle – due ore di masterclass di mixaggio impeccabile, con una selezione musicale capace di costruire un climax crescente, tra tech-house e deep house, passando per un mash-up di Lovesong dei Cure. Con gli occhiali da sole scuri e l’immancabile t-shirt nera, Solomun muove i fianchi a tempo, mentre sorseggia un bicchiere di vino bianco e dimostra a tutti come si fa. Senza sforzo.

Undici anni dopo, i capelli di Solomun sono decisamente più lunghi – oggi gli cadono oltre le spalle, in onde morbide e spettinate – ma il suo aplomb rimane quello di sempre. Anche se, come racconta in videochiamata dalla stanza di un hotel newyorkese, dietro la consolle gli capita ancora di commuoversi quando un pezzo particolarmente potente riesce ad arrivargli dritto al petto.

È esattamente questa intensità nel rapporto con la musica a rendere Solomun così magnetico e, di conseguenza, a farne il candidato ideale per analizzare lo stato attuale della musica dance. Solomun è stato invitato come special advisor di Roster, il nuovo progetto di Rolling Stone Italia dedicato alla club culture e alla musica elettronica, a cui porterà tutta la sua autenticità e una visione a 360 gradi da DJ, produttore, remixer e boss di una label. Ci troviamo davanti a un colosso della musica dance, capace di muoversi con la stessa disinvoltura sia nelle acque commerciali che circondano Ibiza che negli strati più profondi dell’ecosistema underground. E, soprattutto, un uomo per cui la musica è ossigeno. «La musica ha un effetto sulle persone per cui non abbiamo ancora trovato le parole giuste», scrive nel suo editoriale per Roster.

Con alle spalle una carriera di oltre 25 anni, Solomun ha vissuto in prima persona una serie di cambiamenti epocali per il settore in cui lavora: dalla democratizzazione della produzione grazie ai DAW (Digital Audio Workstation, nda) fino all’arrivo del primo “hyperclub” di Ibiza, UNVRS. Ha visto la musica dance trasformarsi da una rete sotterranea di sottoculture in un colosso economico dal fatturato da capogiro. Per avere un’idea di ciò di cui stiamo parlando, lo scorso anno il mercato globale della musica elettronica è cresciuto del 7%, toccando il record di 15,1 miliardi di dollari, stando a quanto diffuso nell’ultimo IMS Electronic Music Business Report; nel frattempo, il New York Times titolava di come la musica dance stia vivendo una nuova età dell’oro. Eppure, mentre l’industria macina profitti e la popolarità dell’elettronica dilaga – nel 2024, il 18% delle lineup dei 100 festival più importanti del pianeta era composto da artisti di musica elettronica – i club di mezzo mondo arrancano. Per molti, oggi la musica dance sta venendo appiattita e svuotata di senso dal grande capitale e dagli investitori privati.

Nel suo editoriale per Roster, Solomun riflette su «una cultura cambiata in ogni suo aspetto visibile», ma anche sul fatto che il nostro bisogno tutto umano di ritrovarsi e muoversi insieme al ritmo di un tamburo persiste da millenni. In quanto artista cresciuto nell’era del vinile, la ricerca e la scoperta dei dischi avevano un aspetto molto diverso rispetto al diluvio algoritmico di oggi. È Solomun stesso a sottolineare che oggigiorno basta chiedere a un bot o a un assistente AI di fare crate digging e tirare fuori le «20 migliori tracce dance». Ma al di là dell’AI, quali sono i cambiamenti più profondi a cui Solomun ha assistito da quando ha iniziato?

«Il mio approccio, quando ho cominciato, era semplice: volevo solo fare musica, non c’era dietro un grande piano», ricorda parlando dei suoi esordi. Per Solomun, il contrasto più netto sta nel modo in cui gli interessi finanziari hanno preso il sopravvento. «Quello che vedo oggi è che tutto ruota intorno al business. I social media, certo, sono un moltiplicatore enorme… Però è un altro gioco, un’altra dinamica. Alla fine è tutto intrattenimento, tutto è guidato dall’intrattenimento. Da un punto di vista romantico, un tempo era più una questione di arte rispetto ad oggi».

Tuttavia, nonostante i record infranti e un pubblico che cresce a macchia d’olio, Solomun continua a percepire la musica dance come una forma d’arte. Nel 2018 è diventato il primo DJ reale a essere integrato in un videogioco, con il suo alter ego virtuale piazzato alla consolle di Grand Theft Auto Online come dj resident per l’aggiornamento After Hours. Ma la sua fama passa anche, e soprattutto, dalle sue leggendarie maratone in consolle, ormai diventate virali: set da 27 ore filate di puro sudore, sempre con la stessa energia, portate avanti notte dopo notte durante la sua residency Solomun+1 al Pacha di Ibiza, inaugurata nel 2013, l’anno dopo essere stato incoronato “DJ dell’anno” da Mixmag. Di recente si è portato a casa il premio “highest climber” della Top 100 DJs di DJ Mag, da molti considerata il termometro per eccellenza del djing mondiale. Come se non bastasse, l’anno scorso si è anche aggiudicato il premio “DJ internazionale dell’anno” di DJ Mag.

Eppure, nonostante la sua immagine pubblica come parte del jet set mondiale della musica dance – le performance davanti a migliaia di persone in mega-club, eventi e festival in tutto il mondo, da Berlino a New York, da Tulum ad Atene, da Buenos Aires al Libano, condividendo il palco con nomi come Skrillex, Idris Elba e Jamie xx – potreste rimanere sorpresi di quanto Solomun, in realtà, detesti i riflettori. L’anno scorso ha volutamente trascorso il suo cinquantesimo compleanno su un volo intercontinentale, per non dover festeggiare con nessuno. «Se posso, preferisco stare dietro la telecamera e provare a restare sullo sfondo», dice. Solomun è anche una persona molto attenta ai dettagli: sullo scaffale della stanza d’hotel, alle sue spalle, campeggia una Bialetti verde brillante – la sua personale, che dice di portare spesso in tour. Non viaggia mai senza i propri cuscini e si assicura sempre che il frigorifero dell’hotel sia rifornito di latte senza lattosio.

Foto: Sara Scaderebech. Outfit: cappotto over Domenico Orefice

Per un artista che trascorre buona parte dell’anno in viaggio, queste «ottimizzazioni» non solo aiutano a restare con i piedi per terra ma, soprattutto, fanno risparmiare tempo ed energie per la musica. Il 2025 è stato un anno particolarmente intenso per Solomun, che a settembre ha celebrato il decimo compleanno del suo evento annuale gratuito all’aperto al Porto di Ibiza, ha curato i palchi della sua etichetta Diynamic al venticinquesimo anniversario dell’Ultra di Miami e all’EXIT Festival. Come se non bastasse, ha debuttato a Glastonbury con un set B2B insieme a Michael Bibi sul nuovo palco Arcadia Dragonfly, per poi stabilirsi da maggio a ottobre a Ibiza per la sua residency Pacha+1. Divertente, ma senza dubbio estenuante.

Solomun ha costruito la sua fanbase grazie a set lunghissimi («Più lungo è il set, più grande è la possibilità di creare un’atmosfera speciale», ha dichiarato a Rolling Stone UK) e after party nati in modo spontaneo, dove le ore si fondono l’una con l’altra e la notte sfuma nel giorno. La resistenza, per uno come lui, è probabilmente un dono di natura. Da DJ macina date qual è, sa bene che gli orari di chiusura raramente sono scolpiti nella pietra. «Magari a volte chiedi: “Ma chiudete davvero alle 5 di mattina?”. E ti rispondono: “Sì, assicurato, coprifuoco tassativo alle 5”. E poi, alla fine: “Vabbè, in realtà possiamo andare avanti fino alle 8 o alle 9”. A quel punto fanculo, si va avanti».

Oggi, però, fa molta più attenzione al sonno. Apprezza sempre di più gli eventi che finiscono verso le 2 di notte, o anche prima, e con il fenomeno dei day party che continua a prendere piede in tutto il mondo, aspettatevi di vedere un Solomun più riposato living his best life. Dall’esterno magari non si nota, ma da un po’ ha iniziato a rallentare il ritmo. «Credo che per un artista sia fondamentale imparare a prendersi cura di sé stessi, a trovare spazio per il riposo, a dire di no, anche quando le proposte sono allettanti», racconta, rivelando che ogni anno si prende almeno tre mesi di stacco. «Hai anche il diritto di fermarti, non devi per forza essere in tour tutto l’anno».

Foto: Sara Scaderebech. Outfit: cappotto over Domenico Orefice

Solomun è nato a Travnik, nell’ex Jugoslavia (oggi Bosnia-Erzegovina), da padre operaio edile e madre sarta. È cresciuto ad Amburgo, dove la sua famiglia si era trasferita poco dopo la sua nascita, e inizialmente ha lavorato per brevi periodi nei cantieri edili di suo padre, il che gli ha instillato la forte etica del lavoro che lo contraddistingue ancora oggi. È stato contagiato dalla passione per la musica quando un cugino più grande, frequentatore di locali notturni, gli ha fatto conoscere i mixtape funk e disco e, dopo aver imparato i fondamentali dietro la consolle del circolo giovanile del suo quartiere, ha mosso i primi passi come DJ professionista nella scena underground di Amburgo nei primi anni 2000. Man mano che si integrava sempre di più nella scena, ha deciso di fondare un’etichetta discografica e ha iniziato a incanalare la sua sensibilità DIY, radicata da tempo, in una label il cui nome stesso riflette la sua filosofia di duro lavoro: Diynamic Music.

Solomun aveva da poco iniziato a dedicarsi alla produzione quando ha fondato l’etichetta, inaugurata nel 2006 con il proprio EP omonimo; tre odissee techno profonde come l’oceano, tutte oltre gli otto minuti, realizzate insieme a Gebrüder Ton e Adriano. Pochi mesi dopo è arrivato l’EP Do It Yourself, ancora una volta in collaborazione con Gebrüder Ton e Adriano; da quel momento in poi le uscite della Diynamic si sono susseguite a un ritmo impressionante. La prima compilation dell’etichetta, Saturday, I’m in Love, è uscita nel 2008: un doppio disco con tracce di Solomun e dei fedelissimi Stimming e H.O.S.H., più un mix retrospettivo curato dallo stesso Solomun sul lato B.

Buttarsi a capofitto nella produzione ha dato presto i suoi frutti. Tre anni dopo arriva il brano che lo lancia a livello mondiale, il remix di Around di Noir & Haze, una delle tracce deep house più amate di quegli anni, eletto Remix of the Year da Resident Advisor nel 2011. Non era di certo il suo primo remix, ma da quel momento il suo nome comincia a girare sul serio, e le sue rivisitazioni attirano sempre più attenzione. La sua versione di Late Night dei Foals nel 2013, quella di West Coast di Lana Del Rey nel 2014, la rilettura del classico trance The Age of Love degli Age of Love nel 2017: brani che sono diventati tra i suoi remix più amati, capaci di costruire un ponte tra indie e dance. Sempre nel 2017 arriva il remix ufficiale di Going Backwards dei Depeche Mode (dall’album Spirit). A febbraio di quest’anno ha firmato un remix di Take Care of Business di Nina Simone, pubblicato nell’ambito delle celebrazioni per il 70° anniversario della Verve Records.

Quest’anno segna anche il ventesimo anniversario della Diynamic, che nel tempo si è evoluta da «concetto di famiglia rigido» a una piattaforma a sostegno di una rosa più ampia di artisti emergenti. Arrivare a due decenni è un traguardo di cui Solomun si dice molto orgoglioso. «Vent’anni sono tanti per restare in qualche modo rilevanti, perché la gente continui a guardarti come un riferimento, anche per riuscire a connetterti con la generazione successiva». Non festeggerà però l’anniversario con un’uscita, una decisione che attribuisce scherzosamente alla sua avversione per i compleanni.

Per certi versi, la capacità di Solomun di fondere pop, rock e musica elettronica lo rende un candidato ideale per la digital cover di Rolling Stone Italia. Sebbene la rivista sia stata tradizionalmente associata alle chitarre, la storia ha da tempo cambiato le carte in tavola: l’icona pop svedese Robyn è comparsa di recente sulla copertina di Rolling Stone Italia, e chi può dimenticare i Daft Punk sulla cover di Rolling Stone US per il lancio di Random Access Memories? Lo scorso giugno, il DJ e produttore australiano Dom Dolla era il protagonista della copertina di Rolling Stone AU/NZ.

Foto: Sara Scaderebech. Outfit: giacca di pelle di Laboratorioriciclopelle L.R.P.

L’ascesa del DJ come popstar, tuttavia, non è una novità; Solomun fa notare che David Guetta (descritto come il «simbolo del movimento») ha iniziato a lavorare con artisti pop mainstream oltre un decennio fa, mentre l’esplosione dell’EDM negli anni ’10 ha portato all’affermazione del DJ trattato come una divinità, come successo ad esempio con Tiësto. Ibiza è ormai diventata il loro habitat naturale, con le residency dei nomi più importanti al mondo durante tutta la stagione estiva, Solomun incluso. Ha messo piede per la prima volta sull’Isola Bianca nel 2012 per una residency targata Diynamic e da allora è una presenza fissa. Sebbene nel frattempo si sia stabilito a Lisbona, Solomun si sente «molto a casa» a Ibiza, anche dopo tutti questi anni. «Non sono il tipo che parla di energia, ma a Ibiza c’è una sorta di energia positiva, al di là dei club, soprattutto d’inverno, è bellissimo». Quando non è dietro la consolle, gioca a tennis o si gode la natura.

Cos’è cambiato sull’isola dal 2012? «La cosa principale che non è cambiata è che la gente continua a venire a Ibiza», dice con un sorriso, «e questa è una buona notizia». La conversazione si sposta poi sul movimento no-phone dell’isola, in costante crescita, tra gli argomenti più discussi negli ultimi tempi. Da otto anni Solomun si batte perché le persone sul dancefloor usino il telefono in modo più consapevole, con il movimento che si è guadagnato una popolarità notevole a Ibiza. Il suo impegno personale è partito con dei volantini distribuiti all’ingresso del Pacha, in cui si chiedeva ai clubber di pensare all’effetto che il flash ha sugli altri. Oggi, accanto alla consolle del Pacha, è facile trovare un cartello “no phone”. Solomun non vuole giudicare i raver più giovani, che con il telefono ci sono cresciuti, ma chiede più sensibilizzazione e un minimo di regolamentazione sull’uso dei telefoni in pista.

Foto: Sara Scaderebech. Outfit: giacca di pelle di Laboratorioriciclopelle L.R.P.

Naturalmente, l’industria della musica dance è definita, guidata e tenuta in piedi tanto dalla sua eredità e dai pionieri che ne hanno aperto la strada, quanto da questi nuovi clubber che comprano biglietti e ascoltano musica in streaming, e che oggi impediscono al clubbing di crollare. Come rilevato dal già citato rapporto IMS, i giovani tra i 18 e i 34 anni sono la fascia più attiva del settore. Solomun ne è consapevole e crede nel potere di questa nuova generazione di appassionati di musica dance, più giovane ed entusiasta. Per esempio, vorrebbe vedere più artisti emergenti nelle line-up di Ibiza. «Dopo la pandemia, ho detto a un sacco di gente: “Questa è un’ottima occasione per lanciare nuovi brand o dare una chance agli artisti più giovani, perché la gente ha fame, quindi a Ibiza viene comunque, e allora puoi costruire qualcosa da zero”. Ma credo che tanti si siano lasciati sfuggire quell’occasione».

Tra l’ascesa dell’AI e altri cambiamenti culturali e tecnologici di proporzioni enormi, l’industria della musica dance è diventata in gran parte irriconoscibile nei tre anni da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la fine della pandemia di Covid-19. I social restano un’arma a doppio taglio, che artisti e rispettivi team devono maneggiare con cautela. Farne a meno è possibile, ma sicuramente non facile. «Abbiamo visto tutti il fantastico documentario The Social Dilemma; è stato bello capire finalmente cosa succede dietro i social media… È stato come con le sigarette quando ero un ragazzino, sapevamo tutti che facevano male ma, cazzo, era figo fumare», riflette Solomun.

Paragona lo stile di vita tipico dei DJ di una volta – quando molti dovevano imparare a proprie spese a evitare i burnout e a prendersi cura di sé – alla generazione più recente di raver, più attenta alla sobrietà, per cui uno stile di vita sano è spesso una priorità. «A volte, come in tutto nella vita, è solo quando ti si spezza il cuore che riesci ad apprezzare cos’è l’amore… A volte devi addentrarti un po’ nel buio, ma anche saper tornare indietro al momento giusto. Come in tutto nella vita, devi trovare un equilibrio».

Dalle sue selezioni musicali calde e melodiche, fino alle sue riflessioni sui DJ, come persone normali, con problemi veri e una vita vera – e non divinità da venerare – si potrebbe dire che Solomun stia rimettendo la componente umana al centro del djing. I giorni in cantiere sono ormai lontani, ma quell’entusiasmo giovanile per la musica è ancora vivo e vegeto dentro di lui. «Forse il complimento più grande che ricevo a volte dalle persone è che resto semplicemente quello che sono, con i piedi per terra e umile; questa è forse la cosa più importante, perché se la gente mi vede così, allora ho fatto tutto giusto». Solamente, non chiamatelo rockstar.

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Credits:

Photographer: Sara Scanderebech
Art director: Marco Giacobbe
Producer: Maria Rosaria Cautilli
Editorial coordinator: Eric Fiorentino
Fashion editor: Francesca Piovano
Social media manager: Alessandro Zaghi
Business development manager: Matteo Berciga
Editorial marketing manager: Matteo Zampollo
Digital graphic designer: Stefania Magli
Talent PR agency: The Media Nanny
Make up & hair styling: Smack Ibiza
Photographer assistant – light: Margherita Ferrari
Photographer assistant – digital: Adrien Crasnault
Director – video maker: Alex Caballero
Ibiza local service: Jaja service