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L’unico vero avvocato Conte

Non ce n’è un altro come Paolo Conte. Mentre i coetanei fanno di tutto per dissimulare la loro età, lui veste comodamente i panni dell’uomo d’altri tempi che indaga i misteri delle donne e non spreca tempo a raccontare il presente. Perché, come spiega in questa intervista, per parlare di attualità bisogna aspettare che passi
Paolo Conte sulla cover di Rolling Stone

Paolo Conte sulla cover di Rolling Stone

Paolo Conte ha il privilegio di vivere isolato in campagna: «Così mi è stato più facile sopportare la pandemia», ci ha spiegato qualche giorno fa.

Per l’intervista che leggerete abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo e di poter passare un intero pomeriggio insieme a lui, ad Asti, nel suo studio di avvocato. Fuori, una targa di marmo anonima ma di questi tempi ancor più evocativa: “Avvocato Conte”. Dentro, al piano rialzato, una fredda luce pomeridiana scivola attraverso le tende chiare.

Abbiamo aspettato il Maestro per una mezz’ora circa, cercando di memorizzare ogni particolare di quel posto un po’ spoglio, ma affascinante. Tre stanze e un disimpegno semivuoto, dove il parquet è interrotto da un mosaico antico. Le locandine dei suoi dischi qua e là come cornice per scaffali zeppi di manuali di diritto. Su un lungo tavolo rettangolare, molti dei premi vinti durante la lunga carriera.

Finché lui è arrivato.

Piumino nero e occhiali scuri a coprire gli occhi belli un po’ affaticati. Azzurri. È meno burbero di come te lo aspetti, Paolo Conte. Sorride sornione con la faccia da buono, i soliti baffi e quel naso importante che, reso ancora più vistoso dai segni dell’età, tutto sommato gli dona.

Paolo Conte sulla cover di Rolling Stone

Si accomoda, ci offre il caffè prima della nostra chiacchierata, ne beve uno e si fuma una Marlboro rossa che sfodera dal suo pacchetto morbido.

Lo osservo con instancabile curiosità. Un po’ rapita. Accanto a lui – sempre – Rita, la sua manager. «Ci conosciamo dal 1971», ci ha confidato poco prima che il Maestro arrivasse a catalizzare l’attenzione.

«Paolo, dobbiamo ricordarci di chiamare Nino D’Angelo. Ha telefonato per ringraziarti di quello che hai detto», gli suggerisce.

«Mi piace Nino D’Angelo perché ha mantenuto quell’aria da posteggiatore napoletano che lo rende autentico. Una dote che ormai è difficile trovare nei cantanti nuovi», ci confida. Ha ragione.

Ci accomodiamo attorno a una scrivania per iniziare la nostra chiacchierata. La luce tenue del pomeriggio, intanto, ha lasciato spazio al crepuscolo. Osservo il Maestro attraverso il bagliore caldo di una lampada da tavolo, appoggiata sulla scrivania che ci separa.

Partiamo per forza dalla musica. Fu causa di una sua bocciatura, la lasciò per un paio d’anni per fare l’avvocato e si rifiutò di fare dischi suoi per molto tempo. Si può dire che abbia un rapporto di odio e amore con lei, dunque?
Non proprio: da parte mia nei suoi confronti c’era soltanto amore. Però, in effetti, io vengo da una famiglia borghese e di provincia il cui motto era più che altro “impara l’arte e mettila da parte”. Io l’arte la imparavo e quindi sì, in effetti, mi bocciarono in terza liceo: presi sei materie a ottobre e poi sono caduto per il greco.

Come mai ha scelto giurisprudenza?
Ho seguito le orme paterne fin da giovanissimo. I miei tutti notai, uomini di legge, io che avrei scelto di fare medicina alla fine scelsi legge proprio per ragioni di famiglia, quindi. Ho fatto l’avvocato per qualche anno, ma già scrivevo canzoni, avevo suonato spesso con bande jazz. Per diverso tempo ho mantenuto i piedi in due staffe: la mattina a Palazzo di giustizia e il pomeriggio mi fiondavo a Milano dagli editori, insieme a mio fratello facevamo delle tirate con delle nebbie pazzesche per sentirci dire «non posso, sono in riunione».

E…?
Niente, tornavamo a casa. Sono stato per diversi anni autore per altri cantanti, finché alla Rca, a Roma, Lilli Greco mi forzò a pubblicare dei provini che io facevo piano e voce per farli sentire agli altri artisti. Mi diceva: guarda che sei bravo, funzioni, c’è della verità.

Ma lei non ci credeva?
Io non so cantare. Glielo ripetevo. Alla fine ha vinto lui.

Cosa l’ha convinta a cedere?
Mi ero accorto che il mondo giovane aveva un po’ superato la barriera dei grandi interpreti fatti e finiti, voleva piuttosto avere una testimonianza da chi scriveva qualcosa, una testimonianza autentica, un metterci la faccia. Per questo ho accettato le proposte e piano piano…

Ma lei continuava a non crederci, vero?
Per niente.

Perché?
Perché io non amo la mia immagine…

È l’unico…
Forse sono l’unico. Comunque no, non ho mai fatto niente per il successo, ho fatto tutto solo per dare vita alle mie canzoni. Tenevo solo alle mie composizioni.

Lei ha sempre scritto la musica prima dei testi, riservandole dunque un’importanza primaria. L’ultimo suo disco Amazing Game è strumentale. È stato un traguardo per lei?
Non un vero e proprio traguardo. Non ho mai fatto troppa distinzione fra lo strumentale e il vocale, a dire il vero. Amazing Game era materiale che avevo scritto per il teatro e lo avevo in un cassetto. Semplicemente mi piaceva: è tutta roba improvvisata, una mescola affettuosa tra me e i miei musicisti. Abbiamo avuto un momento di grazia ed è nato il disco da questo dialogo intimo fra di noi. Bello.

Tra le parole più usate nella sua discografia c’è “donna”. Il suo modo di raccontare l’universo femminile è unico, coraggioso, crudo. Sensuale. Che cosa rappresentano le donne per lei?
Io vengo da un mondo in cui non c’era il dialogo tra il mondo maschile e quello femminile. Noi le amavamo le donne, cercavamo di conquistarle ma eravamo due universi separati, non eravamo alla pari, c’erano tabù, tanti muri a dividerci. Quindi, è rimasto sempre un misto di mistero e di spirito cavalleresco che poi è sparito, si è perso con la parità.

È un bene o un male, secondo lei?
Un male perché un po’ di bel teatro tra i due mondi non guasta.

Il suo pubblico dell’inizio era composto di soli uomini…
Sì, all’inizio avevo un pubblico più prettamente maschile, ragazzi un po’ sfigati in amore che vedevano in me il complice che li capiva. Le donne sono arrivate dopo, è stato un passaggio di consegne.

D’altronde, lei lo spiegava anche in una sua canzone che “Le donne odiavano il jazz, non si capisce il motivo”.
Io sono un grande enigmista. E qui c’è un doppio senso riferito al fatto che non si capisce la ragione per la quale le donne non apprezzassero il jazz, ma anche al fatto che non lo apprezzassero perché non si capisce il motivo di una musica al più improvvisata. Mi spiego meglio: davanti a un’automobile, gli uomini ne guardano i dettagli, il motore, come funziona, tutte le cose meccaniche. La smontano l’automobile.

 
 

La donna, invece?
La vuole bella, comoda, con una bella carrozzeria. Il jazz è una musica che ti godi smontandola, ascolti questi solisti e cerchi di capire quale sia lo scheletro musicale su cui si sono divertiti con le loro movenze e quindi è un discorso più da uomini. Le donne, generalmente, cercano di più una bella melodia morbida.

È un discorso di morbidezza, dunque?
Sì. Il jazz è più duro. E, infatti, quando ho iniziato, notavo che le donne facevano molta fatica ad avvicinarsi. C’era qualche eroina che ogni tanto ci provava, ma sa qual è la verità?

Mi dica.
Le donne non amano l’improvvisazione.

Può essere. A proposito di donne, lei ne è sempre stato un efficace descrittore, a tratti lo ha fatto in modo così realista e crudo da risultare spiazzante persino per una donna, in effetti. Come ci è riuscito?
Io le donne le ho amate. E le ho osservate, anche molto da vicino (sorride, ndr).

Ne La donna d’inverno azzarda persino che le donne durante la stagione invernale siano “meglio”. Dice: «la donna è tutta più segreta e sola tutta più morbida e pelosa».
La interrompo.

Prego.
Per me pelosa è un complimento, ci tengo a puntualizzare.

Da vero estimatore di una volta. Ma sua moglie Egle non è mai stata gelosa?
Guardi, non lo so. Probabilmente sì, ha un temperamento molto forte mia moglie per cui indubbiamente la gelosia ce l’ha. Però è anche sicura di sé, dunque non mi ha mai impedito nulla, non mi ha mai limitato, ha sempre saputo restare al suo posto.

Non deve essere stato facile stare accanto a un uomo così amato dalle altre donne.
Io però non ho mai vissuto da star, sono sempre stato molto riservato. Ho sempre abitato qui, da anni ormai ho lasciato Asti e abito in campagna, sono sempre stato un orso: vita sociale zero.

Non ha mai avuto la tentazione di abbandonare la provincia?
Ho sentito che nelle grandi città c’era di tutto a disposizione, ma poi per una forma di pigrizia non me ne sono mai andato. Ho sempre avvertito una certa voglia di solitudine, di non mettermi in mezzo a troppe persone, anche perché quando giro per suonare ne vedo così tante che poi sento il bisogno di isolarmi.

Perché le piace tanto la solitudine?
Non so se è perché mi piace stare con me stesso o perché non mi piace stare con gli altri. Non ho tanta voglia di misurarmi con altri. Me ne sto nel mio recinto e mi arrangio, anche perché mi son sempre divertito a fare musica e a disegnare. Sono un pensionato nato, insomma.

Lei ama dipingere, da sempre. Cosa sceglierebbe fra il disegno e la musica?
La musica ti tiene eccitato, quando scrivi qualcosa che ti piace per due o tre giorni rimani in uno stato di piacevolissima agitazione, la musica è sensuale. Dipingere è molto più rilassante. Sceglierei entrambe, come ho sempre fatto.

Dipinge da sempre lei, vero?
Sì, da prima di iniziare a fare musica. Disegnavo con passione fin da bambino. 

Nota è la sua idiosincrasia per l’attualità. Meno noto il motivo per il quale non la ami. Ce lo spiega?
Perché per parlare di attualità bisogna aspettare che passi, che si sia caricata di quei profumi, quei colori, quegli odori, quelle particolarità che solo quando è già passata possono risultare chiare. Solo allora si può scriverne. Mentre accade è difficile comprenderla fino in fondo, quindi non si può parlarne, discuterne.

Quindi lei non guarda la tv?
Invece sì. Ma mi guardo soltanto partite di calcio, di tennis e la musica classica.

A proposito di calcio. Come mai un astigiano tifa Milan?
Guardi, io sono sempre stato un traditore in fatto di calcio. Non sono un vero tifoso, il tifoso anzi io lo aborro. Io sono un intenditore di calcio. Da bambino, come tanti qui della zona, tenevo per il grande Torino. Poi, c’è stata la tragedia di Superga e siamo quasi tutti passati alla Juve. La mia famiglia ci portava al mare a Sestri Levante, e vicino d’ombrellone avevamo una famiglia milanese di una simpatia unica. Il padre, un bell’omone coi baffoni, era un grosso dirigente del Milan e un giorno mi prese da parte e mi disse: Paolino, ti ho visto giocare sulla spiaggia, ma lo sai che palleggi proprio bene? Ma ti piace tanto il calcio, allora? Sì, annuii. E per chi tieni? Per la Juve, risposi. Ma no Paolino, ma devi tifare Milan – mi disse. Nulla, io restai fedele alla Signora.

E poi, cosa ruppe la sua fede bianconera?
Nell’inverno di quello stesso anno, andai con mio zio a Torino a vedere Juventus-Milan. Primo gol della Juve, poi il Milan cominciò una sarabanda e gliene ficcò sette.  Finì 7 a 1! C’era il famoso trio Gre-No-Li dei tre svedesi che era strepitoso. Bene, sembra una realtà romanzesca ma usciamo dallo stadio, e tra 50 mila persone chi incontro in mezzo alla nebbia? Il commendatore dirigente del Milan coi suoi bei baffoni che mi dice: Paolino, hai visto il Milan? Son rimasto talmente male che ho lasciato la Signora, e ancora adesso tifo per il Milan.

Che anno era?
Sarà stato fine anni ’50. Poi, sono sempre rimasto milanista, anche se a dire il vero mi piacciono tutti. Mi piace tanto l’Atalanta, e il Napoli anche (In realtà il tutto è avvenuto in meno di un anno: la tragedia di Superga è del 4 maggio 1949 mentre il Milan-Juventus di cui parla Conte è del 5 febbraio 1950. Ne conseguono due cose: che l’estate dell’incontro a Sestri Levante sia forzatamente l’estate del 1949 e che il Maestro sia stato juventino per un periodo massimo di nove mesi, ndr).

Ora, non mi dica che guarda anche Sanremo…
Quello proprio no, in effetti.

Però, nel ’71 ha partecipato al Festival come autore con Santo Antonio, Santo Francisco interpretata da Piero Focaccia…
Vero.

E non le è mai venuta la tentazione di partecipare direttamente?
No, no. Davvero no, mi creda. Chiamano tutti gli anni, ma non è una cosa che mi interessa, a partire dal senso della gara che proprio non mi appartiene.

E il Tenco lo segue ancora, invece?
Ci sono andato per tantissimi anni e mi hanno dato molti premi, ma sinceramente è un po’ che non ci vado.

Molti fra i suoi più illustri colleghi, penso a Fossati come a Guccini per esempio, hanno annunciato ad un certo punto che si sarebbero ritirati per poi ritrattare in qualche modo. A lei è mai venuta la tentazione di dire basta e salutare tutti?
Onestamente?

Certo.
Onestamente, sì.

E cosa la spinge ancora a salire sul palco?
La mia manager (ride, ndr).

Non le credo…
Sul palco mi diverto ancora perché mi piace passare una serata facendo musica coi miei musicisti che sono ormai cari amici, ma la voglia di scrivere mi è proprio passata.

Quindi non sta più scrivendo nulla?
No, assolutamente no. Ma vedremo, poi magari improvviso qualcosa.

C’è qualcosa che non rifarebbe?
Potrei mettere in discussione qualche testo dei tanti che ho scritto.

Tipo?
Non mi viene in mente nulla di preciso ora, ma certamente qualche passaggio. Quando si fanno i dischi si è sempre un po’ presi dalla fretta, purtroppo. Avrei certamente qualche ritocco da fare, ma per le parole, non per la musica.

Molti la definiscono un poeta. Ma lei ci si sente un poeta?
Io sì. Lo dico apertamente.

In Gelato al limon, una delle sue canzoni più belle e conosciute, parla della sensualità delle vite disperate. Cos’ha di sensuale la disperazione?
È una domanda da disperati, questa.

Lo prendo come un complimento…
Io credo che la sensualità sia più accesa nelle persone che hanno una vita difficile, forse. Poi sa, quando scrivi acchiappi da un nirvana. Certamente questo non è uno dei passaggi che correggerei.

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