Foto di Gabriele Micalizzi

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Dittatore del rap

Chi cerca di abbattere la statua di Gué Pequeno? Le nuove leve della trap? I moralisti? Lui continua a rappare in libertà, pubblica l’album kolossal ‘Mr. Fini’, deride le scaramucce fra trapper, le pose delle influencer, i rapper vestiti da donna e gioca sparando giudizi sui colleghi. «Il bello di fare hip hop è che non cresci mai»

Quando ci siamo trovati a pensare a un’idea per la cover a Gué Pequeno immediatamente lo abbiamo visto come la figura imponente – anche fisicamente – che è all’interno del rap italiano. Nessuno è come lui, da 20 anni sulla cresta, costantemente outspoken, senza pudori né paure di rappresentare immaginari che per alcuni possono essere riduttivi ma che rappresentano la realtà di quello che si viveva allora e si vive ancora adesso. Oggi i tempi sono cambiati, c’è un’incomprensibile ondata moralizzatrice che soffoca menti e azioni, tutti – anche nella musica – si muovono come ballerini di danza classica attenti a non urtare la cristalleria delle sensibilità altrui senza distinzione di causa. Il risultato è che tutto è potenzialmente offensivo, e quindi tutto è passibile di riscrittura.

In un contesto del genere, dove anche un movimento sacrosanto come quello del Black Lives Matter nelle mani sbagliate può diventare una sorta di neo-puritanesimo secolare, c’è bisogno di un riferimento a cui non tremi il polso. Gué è questo tipo di personaggio – larger than life si direbbe nel mondo anglosassone – qualcuno che sappia dare il nome alle cose anche se le cose continuano a mutare forma. Per questo abbiamo deciso di rappresentarlo come il boss, il capo, ma ancora di più come il dittatore del rap. Quindi lo abbiamo dipinto d’oro – il bronzo nel rap non vale nulla – e lo abbiamo messo su un piedistallo. Ovviamente siamo figli del nostro tempo, e questo è il tempo in cui le statue vengono abbattute in una furia che ambirebbe all’iconoclastia ma che spesso e volentieri si ferma all’articolo del codice civile che descrive gli atti vandalici.

Gué Pequeno dittatore del rap rolling stone cover

Gué Pequeno sulla digital cover di Rolling Stone, foto di Gabriele Micalizzi

Ecco quindi che il Gué statuario della cover di Rolling Stone è un Gué incordato che qualcuno sta cercando di tirare giù. Non sappiamo se si tratti dei “sentinelli” bacchettoni di questi mesi stralunati o delle nuove leve del rap e della trap che vogliono farsi strada abbattendo il mostro sacro. In ogni caso la scelta del fotografo, il solito grande Gabriele Micalizzi, è stata in qualche modo obbligata: nella sua “prima” occupazione, che sarebbe quella di fotoreporter di guerra, Micalizzi ha testimoniato diversi momenti di regime-change, e il riferimento di questa copertina è l’abbattimento della statua del dittatore tunisino Ben Ali, che Gabriele ha fotografato a Tunisi nel 2011.

Ed ecco anche spiegato il senso del contesto di riot e disordine che vedete negli scatti del servizio interno, nell’esatto momento in cui Gué Pequeno, il dittatore del rap italiano, accetta non senza ironia di farsi statua mentre dà alle stampe quello che è da considerarsi a pieno titolo il suo kolossal: Mr. Fini, un album monstre da 17 tracce, 12 featuring e la solita audacia verbale caratteristica di tutta la produzione del rapper milanese. A questo Mr. Fini, da vero autocrate, ha aggiunto il carico di un’intervista priva di titubanze e colma di giudizi, talvolta anche sommari, che però vogliono essere espressione di libertà e delle possibilità salvifiche della stessa e mai gratuiti attacchi personali. Insomma, leggete, state al gioco e chi si offende sappia che è parte del problema.

Gué Pequeno sulla digital cover di Rolling Stone - Servizio di Gabriele Micalizzi

Gué Pequeno sulla digital cover di Rolling Stone - Servizio di Gabriele Micalizzi

Cominciamo obbligatoriamente dal disco.
Il disco è lungo ed è un po’ in controtendenza: oggi vanno dischi brevi con pezzi brevi. Io mi sono rifatto ai dischi che mi piacevano da ragazzino: The Game, Lil Wayne. Però oggi anche gente come Post Malone fa dischi corposi. È molto denso, lo volevo meno fast food possibile. Tanti pezzi, tanti sound, tanta roba.

Quanto ci hai lavorato?
Un anno e mezzo, con il solito metodo. Solitamente finita l’estate faccio un giro di club e festival, poi d’inverno vado in Sudamerica e comincio a lavorare all’album. Lì ho due case: una a Cuba, a L’Avana, e l’altra in Repubblica Dominicana.

È il disco della maturità?
Guarda, il bello di fare hip hop è anche un po’ quello di non crescere mai fino in fondo. Il disco della maturità è una roba da cantautori. Per come lo intendo io l’hip hop deve rimanere esplosivo, fresco. Mr. Fini è un disco importante, la maturità lasciamola agli altri.

Hai accettato di farti rappresentare come il dittatore del rap con la folla che tenta di abbatterti. Avrai seguito le polemiche sulla riscrittura della storia e l’abbattimento delle statue-simbolo: da Montanelli a Churchill, da Cristoforo Colombo ai confederati. Tu senti che la tua posizione nel rap sia metaforicamente minacciata?
Nella musica, come in tutti gli altri campi della vita, non è facile rimanere. È oggettivo che pochi rimangono. Io ho avuto la fortuna di aver lavorato tanto, di aver anticipato un po’ di cose a livello di stili e di aver ispirato le nuove generazioni. Di sicuro questa è una bella chiave di longevità. Tutti questi nuovi trapper mi dimostrano il loro rispetto, mi chiedono di fare i pezzi, questo genera un flusso continuo. È chiaro che poi uno deve rimanere rilevante nel mercato, allo stesso tempo la famosa ansia da prestazione passa un po’. È chiaro che vuoi fare i numeri ma mano a mano ti concentri più sulla qualità che sulla quantità. Se vogliamo metterla in metafora sessuale sboccata se prima ti volevi scopare cento tipe col tempo ne vuoi solo una e magari vuoi anche sposartela.

Non dirmi che sei arrivato al punto di volerne solo una?
No no, figurati. Parlavo di musica.

Oggi dove si prende la credibilità, su Instagram?
Oggi la credibilità non esiste. L’altro giorno vedevo questi mezzi trapper, mezzi balordi romani che litigano nelle stories. Si minacciano e si insultano online. Poi non danno seguito a nulla, è un gioco. Quindi davanti a questo genere di cose puoi assumere due atteggiamenti: indignarti o ridere. A me fa ridere.

Che cosa pensa il “dittatore del rap” della musica che va per la maggiore adesso?
In Italia oggi c’è varietà ma predomina un genere un po’ kid. Se ci pensi sono artisti giovanissimi, ispirati un po’ troppo letteralmente dall’America, e che hanno un pubblico di ancor più giovanissimi. Ma credo sia normale, alla fine il pop è questo. Peraltro il discorso della deriva trap non è che sia così nuovo. Già quando abbiamo cominciato noi c’erano quelli che copiavano pari dall’America, i tipi “yeah-yeah”, Area Cronica, quella roba lì. Noi non lo facevamo perché era una roba da babbi. Invece adesso traducono mille parole dall’inglese, e quindi spesso mi capita di non capire un cazzo dei testi di questi qui.

Ma ci vedi una poetica che li farà rimanere?
Ci sono dei ragazzini che scrivono testi con un senso, però il momento è questo: è più importante la melodia, come ti vesti e le mosse che fai piuttosto che i testi. Invece per rimanere contano l’attitude e il comportamento. Io ne ho visti tanti finire in cura perché il successo è finito all’improvviso. Per esempio noi abbiamo firmato con una major solo nel 2007, ma già da anni giravamo nei club a fare bottiglie e a stare coi criminali, ci siamo arrivati preparati per così dire. Questi invece magari da ragazzini erano degli sfigati, hanno cominciato emulando quello che vedevano in rete. Poi hanno buttato fuori due pezzi su YouTube, li hanno riempiti di soldi e non ci capiscono più un cazzo. Voglio dire, io ho avuto parecchi problemi psicologici, di addiction, familiari eccetera, ma nulla a che vedere con il mio lavoro perché fin da piccolo ero preparato a questo, io volevo diventare e vivere quello che sono diventato e ho vissuto.

Gué Pequeno sulla digital cover di Rolling Stone - Servizio di Gabriele Micalizzi

Gué Pequeno

Hai dichiarato che non avremo mai un rapper nero in Italia.
Era un discorso che partiva da una considerazione sul côté italico del movimento Black Lives Matter. È un po’ la stessa roba delle influencer che fanno i bocchini e poi vanno su Instagram a commentare i tramonti tutte prese dalla trascendenza del momento. No cazzo, non sei credibile. Stessa cosa con il BLM: pubblicano le schermate in black e i messaggi di solidarietà e poi nella vita sono dei bastardi razzisti e quant’altro. Gente che non sa niente di cultura nera e finge commozione per avere in cambio un repost. L’Italia è razzista, da sempre e per sempre. Io li conosco i rapper neri, e sono anche bravi, ma non sfondano. Il mercato italiano non è fatto da una base sociale coerente come in Francia o in Germania. Qui il mercato è una moda. È mainstream ma è una moda. I ragazzini ripetono le parole senza capire un cazzo di quello che dicono. Culturalmente non siamo pronti, può darsi che succederà, ma è più facile con un arabo, con un nero è difficile. Qui il grande pubblico è razzista, non ho fiducia.

Hai detto che Ghali è un fake al Corriere della Sera.
Lascia stare guarda, per averlo detto ho ricevuto attacchi da bambine di otto anni su Instagram: “Non ti azzardare a dire che è un fake”. Bambine di otto anni, capisci? È incredibile. Va beh, questi non hanno Hannah Montana, non c’è più nemmeno la techno per i truzzi. Oggi nei quartieri c’è il neomelodico oppure c’è il trap che è comunque melodico, perché la melodia è nel nostro Dna. Quindi il mio giudizio su Ghali era riferito a questo: un artista che va in giro vestito da confetto può andare bene per una sfilata ma non ha grande credibilità di strada. Cioè non è Stormzy: il tipo in Inghilterra non va in giro vestito da ananas. Io non sono razzista né omofobo ma vedere un rapper che va in giro vestito da donna con la borsetta mi fa ridere, che poi almeno fosse gay. Boh, sono robe assurde.

Vedi, tu ora hai detto un paio di cose che ti attireranno delle critiche per retrogrado, omofobo o chissà cos’altro. Che cosa pensi della vera dittatura odierna, quella del politicamente corretto?
È pazzesca, sai che io sono davvero spaventato? Il punto secondo me è non farsi intrappolare in quel circuito lì in cui tu sei una sorta di personaggio pubblico e devi per forza dire la cosa giusta. Non è così! Io che sono venuto su ascoltando B-Real e i Cypress Hill ti dico che non è così perché faccio un tipo di musica che è storicamente provocatorio e non devo sapere per forza tutto quello che pensa la maggioranza su ogni cosa. Il bello è questo: la mia musica mi permette di dire quello che voglio e continuerò a farlo senza dover dare una spiegazione. Mi ricordo all’ultimo festival di Sanremo quando ho visto tutta la polemica sui testi di Junior Cally ho pensato “poveraccio, ancora con ‘ste robe”. Comunque c’è da stare molto attenti ai moralisti. È un misto tra uno Stato di polizia e la censura del cosiddetto “buon senso”, ma alla fine ripeto dipende molto da come tu ti poni davanti a questi tentativi di sterilizzazione del pensiero.

Quindi si è meno liberi oggi di una volta?
Mah, la vicenda è abbastanza surreale perché da un lato c’è senza dubbio meno libertà e dall’altro i trapper, che sono quelli che parlano direttamente ai ragazzini, hanno testi pieni di riferimenti espliciti a droghe e delinquenza. Cioè tutte le cose per cui hanno rotto il cazzo a me adesso vanno bene. Per cui alla fine io ero un deficiente mentre questi ci stanno dentro. Pensa alla roba di Sfera. È successa la tragedia a Corinaldo e improvvisamente è diventato il pericolo pubblico numero uno solo perché si sono degnati di leggere i suoi testi. E io pensavo: “Cazzo, pensa se leggono i miei”. E pensa che in quel momento stavo andando in Rai a The Voice con Gigi D’Alessio che ha cantato un mio pezzo che dice “Nella mia tuta di felpa una bella panetta, e una punta perfetta e la coca in pipetta”. In Rai! Secondo me non hanno capito un cazzo. Intendiamoci: a me interessa fare dei passi nel mainstream, mi fa piacere che i pezzi girino eccetera, ma non mi interessa dover andare a parlare, a spiegare, a fare la bestia ammaestrata. Io non ho da opinare in pubblico, se vuoi usciamo a berci una birra e ti dico come la penso.

Ma non temi che per squalificare in qualche modo questa libertà cominceranno a dire: “Ecco qui il solito Gué, che parla di donne, soldi e droghe”?
Ma non ha senso. Perché Gomorra tu non lo guardi? Se tu sei un artista che oltre a beat e testi si appoggia su Instagram, in realtà sei un mezzo influencer costretto a opinare su tutto. Io no. Quindi esce la storia dei biglietti di Paul McCartney ed ecco che intervieni pure su quello. Ma fatti i cazzi tuoi!

Gué Pequeno sulla digital cover di Rolling Stone - Servizio di Gabriele Micalizzi

Gué Pequeno

Gué Pequeno sulla digital cover di Rolling Stone - Servizio di Gabriele Micalizzi

Gué Pequeno

Passiamo al farcela. Se rappi per fare soldi, una volta che li hai fatti che cosa rappi a fare?
Io continuo a rappare proprio per dire quello che voglio. Per libertà. Se mi è concesso dire una roba forte, anche per l’arte. Per questo quello che dico ha sempre più livelli di lettura. Poi ci sono quelli che si fermano al primo stadio, magari al turpiloquio, ma non è un problema mio. Io un pezzo senza salti metaforici alla maniera appunto di questi nuovi della trap non lo pubblicherei mai. Io non devo vincere il premio Strega ma nemmeno sono un malato di notorietà.

Parliamo delle donne nel rap in Italia.
Guarda, io ho mollato l’idea della produzione quando è decollata la mia carriera solista perché se produci devi concentrarti su quello. E mi sarebbe piaciuto lanciare una donna. Il problema anche qui è il contesto. In Francia e in Germania ci sono rapper donne credibili, qui no. Ti ricordi che qualche anno fa tutte le tipe volevano fare le dj? Ecco, adesso vogliono fare la trap. Solo che questo non è un mestiere che impari da grande, e quindi c’è poca roba buona in giro. Un’artista veramente valida, anche se non è esattamente una rapper, è Madame. È molto estrosa e non dovendo rispettare certi canoni è davvero forte.

Gué Pequeno sulla digital cover di Rolling Stone - Servizio di Gabriele Micalizzi

Gué Pequeno

Gué Pequeno sulla digital cover di Rolling Stone - Servizio di Gabriele Micalizzi

Gué Pequeno

Ora ti faccio un po’ di nomi e tu mi dici che cosa ne pensi.
Vai.

tha Supreme.
Not my cup of tea. Però se ha avuto tutto questo successo ci deve per forza essere un motivo. Deve essere una specie di genio della musica, mi dicono che disegni i suoni. Qualche tempo fa in Svizzera sono andato un sabato pomeriggio in una piscina immersa nel verde ed era pieno di bambini e tutti, ma intendo letteralmente tutti, stavano ascoltando tha Supreme. Il che mi ha fatto pensare che era ora di andare a ritirarsi a Saint-Tropez. È un po’ come con i nuovi videogame che hanno troppi comandi e non ci sai più giocare, stessa cosa.

Speranza.
È uno dei miei favoriti. Io quando sono in festa a un certo punto verso le 3 / 4 di notte metto sempre Speranza e torturo chi sta con me, specialmente le tipe straniere. “Hai fatto tutti i nomi, pentito!” è una grande entrata. Lui è sia entertainment sia real. È ignorante ma non è fake.

Massimo Pericolo.
Non frequento. Quello swag tra la curva dello stadio e la stagnola nella roulotte non è la mia roba.

Lazza.
Multi-talented. Lui è molto bravo nelle rime, fa i beat, suona il piano. Ed è già famoso. Deve dimostrare di poter diventare più universale. È bravissimo ma non ha completato il percorso.

Dark Polo Gang.
Quando è uscito era una cosa così trash che era una figata. Poi l’errore, che è un errore umano perché anche Club Dogo è un po’ andata così, è stato quello di poppizzarsi troppo, vedi il terribile passo falso del disco con Fedez. Ora stanno tornando indietro ma sono stati scavallati dagli FSK secondo me. Però Toni Effe è bravo. E comunque hanno dei guizzi dai. Spero che riescano ad avere una seconda vita.

Salmo.
Riconosco il mega-talento ma non è quello che ascolto io. A me la deriva crossover non interessa molto ma uno che è riuscito a fare i palazzetti è sicuramente rispettabile.

Sfera.
Quando arrivi a cambiare il genere qualcosa vuol dire. Fare combo con artisti importanti che addirittura lo cercano è qualcosa che gli devi riconoscere. I primi mixtape e il primo album erano bellissimi poi è diventato – giustamente perché quello era il suo destino – un’icona pop e anche lì non sono più a target, cioè per me ora è troppo pop.

Marracash.
È uno dei top 3 di tutti i tempi, dagli anni 90 fino al 2100.

Club Dogo.
Guarda, ti dico: c’è voglia di vintage, c’è voglia di reunion, solo che non sempre c’hai voglia tu. Magari mi identificano come il cattivo del gruppo però in realtà siamo tre persone e ognuno ha da fare le sue robe ma insomma non lo escludo.

Vista la tua passione per i film non hai mai pensato di scrivere un soggetto su Milano e quegli anni?
In realtà ho un paio di soggetti in scrittura. Peraltro ho visto che c’è una serie Sky che uscirà ambientata nelle periferie di Milano (Blocco 181, ndr) e c’è Salmo. Che è di Olbia. Quindi boh, mi sono detto: “ma o’vero fai?”. Però trasferire tutto quello che dico nei miei testi sullo schermo è una cosa che mi piacerebbe molto. Devo finire di scrivere e poi vediamo.

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Fotografo: Gabriele Micalizzi
Stylist: Ylenia Puglia
Video backstage: Omar Cristalli/Terratrema Film

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