Quasi 25mila persone, nel 2025, hanno attraversato la Grande Halle de la Villette per un salone di whisky. Siamo a Parigi, dove qualcosa capita sempre, e che tendenzialmente riporta al passato sterzando generosamente verso il futuro. Qualcosa a cui, dalle nostre parti, non siamo esattamente abituati. Il capitolo più recente di esplorazioni senza fine attraverso la capitale francese è avvenuto in occasione di Whisky Live 2026, suddetto salone di whisky & much more. Uno spaccato di settore, ma anche l’occasione per raccogliere direzioni e raccontare storie. Cominciamo da qui, allora: per capire come si arriva ai numeri della fiera, e come crearci disegnarci attorno un cerchio che, tra ospitalità e tavole imbandite, completi la visione. Come da promessa e da premessa, bisogna però innanzitutto tornare indietro di settant’anni. E spostarsi a Casablanca, dove nel Dopoguerra i tre fratelli Bénitah assaggiano per la prima volta il whisky.

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Nel 1956 il trio fonda a Parigi una società, la SNPA, che diventerà La Maison du Whisky. Nel 1961 aprono il primo negozio, in rue Saint-Didier, nel XVI arrondissement; l’anno dopo mettono a scaffale il primo single malt, un Glen Grant. Negli anni Settanta arrivano Lagavulin, Springbank, Caol Ila, Highland Park. Poi, nel 1995, entra in azienda Thierry Bénitah, e il ritmo cambia: nel 1997 nasce whisky.fr, il primo negozio online francese del settore, e nel 2004 due mosse insieme: una rivista, Whisky Magazine France, e il primo Whisky Live Paris, nel palazzo della vecchia Borsa, il Palais Brongniart. La leggenda si stava formando da sé.

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La svolta successiva arriva dall’Italia. Nel 2007 la Maison stringe l’alleanza con Velier, e il rum entra in catalogo con le sue grandi storie: Caroni, i Demerara, poi Neisson, i clairin di Haiti. Dieci anni dopo, nel 2017, le due case si uniscono in una joint venture, La Maison & Velier, guidata da Gargano e da Bénitah. Oggi si presenta con oltre trenta marchi, tra rum di ogni origine, whisky e altri distillati, ma soprattutto un programma annuale di edizioni limitate, con tanto di packaging su misura.

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È questo il mondo che si dà appuntamento a Whisky Live Paris, dal 26 al 28 settembre, per la ventiduesima edizione. La fiera, dal 2021, vive alla Grande Halle de la Villette. E ci sono compleanni da festeggiare: i settant’anni della Maison, i dieci della Cocktail Street (4500 metri quadri a ingresso gratuito, dove Nikka, highlight dell’edizione, ricostruisce il Martiny’s di New York) e i duecento di Old Pulteney, direttamente dalle Highland scozzesi.

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Ma il filo che tiene tutto insieme passa da un altro posto, in rue Tiquetonne, nel II arrondissement. Qui, nel 2017, lo stesso anno di La Maison & Velier, apre il Golden Promise, il primo bar del gruppo, nominato d’après una varietà scozzese di orzo. All’epoca fuori c’era solo una targa piccola e lucida, e per arrivarci bisognava entrare in un negozio di sakè e imboccare una scala discreta sulla destra. In fondo c’era un bancone con highball e cocktail, ma era solo metà del percorso: oltre una porta d’acciaio, a cui bisognava bussare per farsi aprire, un corridoio a volta con bottiglie rare portava alla stanza dei collezionisti, con armadietti e poltrone di velluto. Chi comprava una bottiglia da 1300 euro in su poteva lasciarla lì, e, secondo voci di corridoio, il principe Alberto di Monaco vi avrebbe tenuto un Glen Grant del 1958 nell’armadietto numero 58, il suo anno di nascita. Più in là c’erano il lounge con un lungo tavolo comune e una carta di quaranta pagine, e una stanza rosa dedicata soltanto ai whisky giapponesi. Al giradischi, Serge Gainsbourg.
Poi arriva il Covid, e il bar si ferma. Il 26 ottobre 2020 riapre come negozio temporaneo, e oggi è tornato alla sua piena forza. Che significa un archivio di vecchi blended scozzesi, ed è proprio da lì che nasce Anthology, un metablend firmato da John Glaser, il fondatore di Compass Box: ne ha scelti 46, tra gli anni Cinquanta e Novanta, per 196 bottiglie a 42,1%.
Fuori dalla festa di Whisky Live, però, il clima è un altro. Per il whisky, o almeno per una parte rappresentativa della sua categoria , non sono tempi d’oro. Nel 2025 le esportazioni di scotch sono scese del 4,3% in volume, secondo la Scotch Whisky Association. Dall’aprile 2025 sugli Stati Uniti grava un dazio del 10%: nell’anno il volume è calato del 9,2%, e tra maggio e dicembre del 15%. In Francia, la casa della fiera, il calo è del 14%. Per la società di ristrutturazioni BTG una distilleria scozzese su cinque ha problemi finanziari. Qualche impianto ha rallentato o fermato i lotti, e per il 2026 il settore mette in conto altre chiusure.
Eppure è in questo clima che Whisky Live ha tirato fuori le sue carte migliori, e quasi tutte puntano su ciò che non si può replicare. Les Anthologistes, la collezione annuale delle bottiglie pensate apposta per la Maison du Whisky, comprende un Old Pulteney single cask (proprio per i duecento anni) e una serie di Chichibu, la distilleria di Ichiro Akuto, con l’edizione parigina dedicata a Monet, scomparso nel 1926. Nikka presenta la sedicesima serie Artist, otto botti singole divise tra Miyagikyo e Yoichi. Dalla Scozia ci sono il Glenfarclas per i 190 anni e un Laphroaig di 35 anni, in 5500 esemplari. La Francia gioca in casa con un whisky “de pays” che mette insieme grano, orzo e segale di più distillerie nazionali, in un Paese, ben diverso dall’Italia per rapporto con il whisky, che oggi conta circa 150 distillerie. E il rum, dove la Maison & Velier è di casa, porta i single cask di Hampden affinati in botti di cognac, la serie Artist di Neisson e una masterclass in cui è stato Luca Gargano in persona a ripercorrere la storia dello stock di Caroni.

Foto cortesia Velier

Foto cortesia Velier
Una novità, però, sposta il discorso altrove. Hampden è una distilleria del Trelawny, in Giamaica, famosa per i rum ad alto contenuto di esteri, quelli che finora servivano soprattutto ai blender. Dal 2010 ha cominciato a invecchiare parte della produzione, e quest’anno è giunta una release capace di cambiare seriamente la partita al bancone del bar.
È un bianco da pot still, non invecchiato, a 42%: assemblaggio di quattro rum di Hampden, scelti tra le ricette più leggere. L’idea è di Luca Gargano e di Daniele Biondi, e il nome è quello che in distilleria si dà al distillato appena uscito dall’alambicco, prima del legno: Fresh. Il rum vuole diventare ora protagonista del drink, insomma, non soddisfatto di esserne semplicemente la base.
C’è da farsi venire il mal di testa, certamente per l’alcol, ma pure per la densità di nozioni. Per farsi un giro a Parigi e riprendere fiato, nei giorni del prossimo Whisky Live ma pure tutto l’anno, scorrete per numerosi consigli in ordine sparso.

La biblioteca di Maison Proust, a Parigi. Foto press

Se avessimo due cent da scommettere...
Eskal 47 Rue des MathurinsDietro Eskal c’è una storia di famiglia. Il primo ristorante dei Nanaumi, il franco-nipponico Akabeko, è aperto dal 2022 sulla Rive Gauche, e la K del nome richiama quell’indirizzo. Ken, cofondatore di Ginko Groupe, è figlio di Yasuo, cuoco giapponese formatosi in Francia tra Lucas Carton e Troisgros. Ha scelto la sala e l’ha imparata girando il mondo per un anno e vivendo cinque anni in Giappone. Nel 2025 al progetto si è aggiunto Alexandre Chambat, savoiardo, che da ragazzo pescava all’alba il salmerino da cucinare per la madre. Dopo Ferrandi è passato da Ledoyen con Yannick Alléno e dall’Astrance con Pascal Barbot, poi dall’Oiseau Blanc e dalla Monnaie de Paris con Guy Savoy, con in mezzo un giro del mondo nel 2017. Eskal è la sua prima cucina da chef.
Il posto migliore in sala è il bancone, una decina di sgabelli davanti alla cucina a vista, omaggio dichiarato all’omakase. Sopra, un soffitto di lame di specchio bronzeo spezza riflessi e prospettive. È la firma dell’architetto d’interni Régis Botta, che per il resto è andato sul sottotono, ispirandosi ai paesaggi selvatici giapponesi cari ai Nanaumi: pietra grigia, moquette con motivi da lichene, intonaci verde-grigio, sedute basse in legno che citano i futon. Fuori c’è la Cappella Espiatoria con il suo giardino, in un quartiere, i Mathurins, che di solito fa pensare a uffici più che a tavole. Con questo curriculum (e con la molto bella cucina di Chambat, contrappunto piatto su piatto capace di creare ottime memorie a svariati assaggi, dote non di molti), non sorprenderebbe se la prima stella arrivasse presto.

La più giovane di Francia
Baieta 5 Rue de PontoiseJulia Sedefdjian viene da Nizza, dove a 16 anni ha vinto la finale regionale di Meilleur Apprenti de France mentre imparava il mestiere da David Faure, all’Aphrodite. A 17 è già a Parigi, ai Fables de la Fontaine, nel 7° arrondissement. In pochi anni sale tutti i gradini della brigata: commis, demi-chef de partie, sous-chef e, a 20 anni, chef. Nel 2016, a 21, guida un ristorante stellato, più giovane chef di Francia a farli. Nel 2018 apre il suo primo locale, Baieta, al 5 di rue de Pontoise, nel Quartiere Latino, a pochi metri dalla Senna e da Notre-Dame, insieme ai soci Grégory Anelka e Sébastien Jean-Joseph. La stella arriva l’anno dopo, e c’è ancora.
Baieta, in nizzardo, è il bacetto. La cucina è una Costa Azzurra portata sulla Rive Gauche, stagionale, con la precisione dell’alta cucina e i sapori dell’infanzia. Il pasto si apre con le cagades, le “piccole gaffe” in dialetto: tre bocconi tra panisse, tartelletta di stagione e una pissaladière che si scopre aprendo una scatola di legno. Poi vengono i classici di Nizza e della Provenza, riletti. La Bouillabaieta arriva in tre tempi (il pesce con un fondo denso di bouillabaisse, una melba sottilissima con la rouille, l’insalata di polpo alla persillade). L’aïoli vuole essere autentico ma creativo, e prima del dolce c’è il trou niçois con verjus, genepì e levistico. Una cucina per i gourmand e per gli apprendisti, che non pretendono di sapere già tutto.

Egitto-Francia e ritorno, con uno stop in Tunisia
Elbi 54 Rue de ParadisIn rue de Paradis, nel decimo, celebre set cinematografico, Omar Dhiab ha aperto Elbi, “cuore” in arabo, in un edificio dai tratti industriali che lo studio Mur Mur ha sgombrato di tutto tranne i materiali grezzi e la luce delle grandi vetrate. Dentro, 140 metri quadrati e 40 coperti, con la cucina a vista al centro e un bancone da 21 posti. Gli arredi in inox su misura dell’Atelier Héphaïstos fanno da contrappunto al parquet e ai muri sabbia e crema. I paraventi tra i tavoli, visti dalla strada, deformano la scena in un’anamorfosi che strizza l’occhio alla street art di Vitry-sur-Seine, la città d’origine di Omar. Il risultato ha un’aria vagamente retrofuturista. In fondo, dietro una tenda, c’è una stanza circolare con un tavolo da sette. I cuochi lavorano con una maglia con il numero 10, e in sala il servizio è guidato da Charlie, che da solo vale il tavolo.
Dhiab ha imparato la cucina dal padre, cuoco di origini egiziane, e dai piatti di famiglia. Si è formato al Train Bleu, poi da Ledoyen e all’Hôtel Raphaël, quindi con Christophe Moret da Lasserre e all’Abeille dello Shangri-La. Dal 2019 è alla guida di Loiseau Rive Gauche, già stellato, e dal 2022 è chef-proprietario del ristorante che porta il suo nome, gemello più formale di Elbi, dove ha avuto la prima stella nel marzo 2023, sei mesi dopo l’apertura. Qui abbassa il tono e non la precisione: cinque cotture, dai 37,5° ai 400°, piatti da dividere e da bistrot, con l’Egitto filtrato dai ricordi di casa. C’è lo Scotch egg con ripieno di tameya, il falafel di fave, e l’uovo cocotte con ragù di merguez, un omaggio alla madre di origini tunisine. Poi l’hawawshi, il pane da street food egiziano, schiacciato alla piastra, e il mezzo piccione laccato con condimento di albicocca e peperoncino. Dalle domeniche del padre arrivano il mezzo pollo disossato con salsa molokheya e la cocotte di lingue d’uccello. Un bel viaggio.

Un drago a tavola, anzi due
Double Dragon 52 Rue Saint-MaurSe Le Servan è il bistrot francese di Tatiana e Katia Levha, Double Dragon è la loro casa. Ha aperto nel 2018 in rue Saint-Maur, a poca distanza dal primo locale, ed è nato dal desiderio di un posto più personale, più vicino a come mangiano a casa e ai piatti della loro infanzia. Le due sorelle sono per metà filippine e per metà francesi, sono cresciute in vari paesi dell’Asia, e il menu lo racconta: piatti da dividere ma pure da ordinarsi “personalmente”, riso, peperoncino, vini naturali e qualche richiamo alla Francia, come nel tofu ripieno di Comté con salsa XO. Dietro ci sono due percorsi che si incrociano. Tatiana è la cuoca, formata a L’Arpège e poi all’Astrance. Katia è la sommelier, passata dalla scuola alberghiera di Glion e dal Mandarin Oriental ai bistrot di vino naturale della capitale. Le Servan, aperto nel 2014 e diventato presto difficile da prenotare, raccontava la parte francese della loro storia; Double Dragon racconta il resto. Dal 2021 ha il Bib Gourmand.

Harissa, panissa e trippa
19 Saint Roch 19 Rue de Saint-RochQuesta la composizione, piuttosto singolare, del piatto che fa salivare le bocche degli avventori del locale al 19 di Rue Saint-Roch, nel 1° arrondissement, aperto da Pierre Touitou alla fine di marzo 2024. È un bistrot, e qui non si scappa, al modo di un qualcosa di perduto come sentivamo a Le Baratin, chissà. Qui punta sulla sottrazione. La carta è corta e cambia con le stagioni. Nei piatti non ci sono mai più di tre elementi, spesso accompagnati da un piccolo contorno servito a parte, e condimenti e salse hanno un ruolo centrale. Tra le cose passate in carta ci sono la tartare di vitello con maionese al pepe verde, una salsa di foglie di malva che richiama la mulukhiya tunisina e l’isola galleggiante con crema al peperoncino affumicato. Quello che non cambia mai è l montagna di patatine a fiammifero, golosissime. Valgono davvero sia la foto, che la (spesso difficoltosa) prenotazione. Touitou è parigino e si è formato tra Ferrandi e il Plaza Athénée. Il suo curriculum comprende lo Sketch di Pierre Gagnaire a Londra, il Mostrador Santa Teresita in Uruguay, il Drum Café di Arles e, a Parigi, Vivant e Déviant, dove i clienti più alla moda lo hanno notato. In sala ci sono la cucina a vista, il legno scuro, un bancone d’acciaio con il passe che fa parte letteralmente dell’arredamento, e un pavimento in bianco e nero, con vini naturali in carta. Potrebbe polarizzare: al massimo, se non farà per voi, lo racconterete agli amici.

Ci sono uno spagnolo, un francese e un italiano, e dormono tutti al Castille
33-37 Rue CastilleParigi nell’indirizzo, Spagna nel nome, Piemonte a tavola: il Castille si capisce partendo dalla storia. Al 33-37 di Rue Cambon, tra Place de la Concorde e Place Vendôme, sono tre palazzi d’epoca del Settecento riuniti in un unico hotel. A battezzarlo, a inizio Novecento, fu il proprietario dei tre edifici, erede di una nobile casata spagnola riparata in Francia, che scelse «Castille» per ricordare da dove veniva la sua famiglia. Nel 2005 lo ha rilevato Starhotels, che qui ha aperto il suo primo albergo francese. Rue Cambon, poi, è la “via di Coco Chanel”: l’hotel sta a fianco del civico 31, dove la stilista aprì nel 1918 la sua boutique parigina e dove ha ancora oggi sede il marchio, mentre il suo primo negozio, una modisteria, era nato otto anni prima al civico 21. Anche tra i frequentatori dell’hotel c’era chi le era vicino: Jean Cocteau, amico personale di Chanel, si fermava spesso al Castille. Oggi a colpire sono la colazione e la cortesia del personale. L’altro filo è L’Assaggio, il ristorante affacciato su un patio con una fontana monumentale e un affresco, tra azulejos e maioliche: un omaggio alle radici dei vecchi proprietari. Dal 2016 il menu è firmato da Ugo Alciati, chef stellato del Guido Ristorante di Serralunga d’Alba, con piatti come il vitello tonnato e gli agnolotti di Lidia, dalla ricetta di sua madre. In cucina c’è l’executive chef Marco Terenghi, già al fianco di Alciati.

A far la madeleine comincia tu
Maison Proust 26 Rue de PicardieMaison Proust è il terzo indirizzo della Collection Maisons Particulières di Sylviane Sanz e Yoni Aïdan. Dopo Maison Souquet, l’ex casa di piacere del 1905 trasformata in piccolo palazzo a cinque stelle, e Maison Athénée, la formula è chiara: alberghi concepiti come dimore private, confidenziali e intime, dove l’arredo preferisce il sensazionale all’ostentato e il servizio unisce discrezione e discernimento. Al 26 di Rue de Picardie, nel Marais, davanti al Carreau du Temple (e ahinoi a pochi passi dal fu Marché Des Enfants Rouges, la scommessa è più letteraria. Jacques Garcia ha ricreato, il più vicino possibile alla Recherche, il fasto dei salotti parigini della Belle Époque. L’hotel ha aperto il 18 novembre 2022, nel centenario della morte di Marcel Proust. Oggi ha una Chiave Michelin, e le 23 camere e suite sono un indice dei frequentatori dello scrittore: i primi tre piani ospitano i personaggi della vita parigina, dalla contessa Greffulhe a Sarah Bernhardt, al quarto ci sono gli impressionisti, da Manet a Renoir, al quinto gli scrittori, da Baudelaire a Cocteau, e al sesto gli “appartamenti di Proust”. Ogni chiave ha la sua decorazione, e tra i segreti della casa ci sono una lettera originale di Proust alla principessa Soutzo e una copia autografa dell’edizione del 1913 di Du côté de chez Swann. Nella spa La Mer, ispirata all’orientalismo del salotto di zia Léonie, un Salon d’Eau con la piscina da dieci metri e un hammam, privatizzabili per un’ora. Il bar è uno dei tre salotti, con la biblioteca e il giardino d’inverno, e serve cocktail letterari e piccoli piatti.

Parigi, come la pensi tu
Hotel Chouchou Rue du Helder 11Chouchou, il vezzeggiativo che in Francia si dà al cocco di casa, è il nome di un quattro stelle da 63 camere in Rue du Helder 11, a due passi dall’Opéra. L’idea è una Francia da cultura pop più che da cartolina. Al piano terra c’è una guinguette con un mercatino di prodotti solo francesi, un palco con concerti dal giovedì alla domenica e una lista di cocktail che rispolvera i bicchieri di una volta. Per arrivarci si passa da un corridoio di specchi e lampadine in cui ci si riflette all’infinito, e la reception è volutamente informale. Il concept è di Elegancia, società specializzata in hotel parigini, di Artefak di Vincent Bastie e dell’interior designer Michael Malapert.
Le camere giocano con l’appartamento parigino da manuale: modanature, parquet a spina di pesce, velluti, cabochon e piastrelle a scacchi in bagno. Sotto il tetto ci sono tre suite con vista sull’Opéra Garnier, ispirate a Édith Piaf, Boris Vian e Serge Gainsbourg, con giradischi e una selezione di vinili. In cantina, tre piscine privatizzabili a ore hanno arredi anni Settanta e un’aria da salotto con un tocco irriverente. Più che un albergo, un juke-box con le camere.

Sempre un motivo per ritornare
Hoy 68 Rue des MartyrsAi margini di Pigalle, Hoy ha l’aria di un albergo ma non si esaurisce in quello. Ci sono sei piani e 22 camere in toni morbidi e materiali naturali, con sbarre per lo stretching al posto della televisione e cosmetici biologici made in France. La fondatrice, Charlotte Gomez de Orozco, dice di aver costruito l’albergo che cercava da una vita, un rifugio etico e accessibile pensato tanto per i viaggiatori quanto per i parigini. Il resto è in verticale. Lo studio YUJ propone yoga al buio, in sale riscaldate o sotto lampade a infrarossi. Ci sono stanze per trattamenti olistici, dal reiki al rebozo, dai bagni sonori alla medicina ayurvedica e cinese. C’è La Florería, l’angolo fiorito dell’artista e fiorista giapponese Chiaki Kokami, che nel weekend tiene workshop di composizione floreale. Aggiungici lo shop e ottieni un indirizzo in cui si può dormire, sudare, farsi massaggiare e portarsi a casa un mazzo di fiori senza uscire dal portone.
Il tavolo è quello di Mesa, ristorante vegano al 100% aperto dalla colazione alla cena. Niente di animale, ingredienti per lo più biologici e locali, ispirazione dalle tradizioni latinoamericane e mediterranee. Sul menu, che cambia con le stagioni, ci sono tacos di tofu affumicato, carpaccio di barbabietola con crema di noci, ramen di verdure e un banana bread con caramello al miso. Qualsiasi cosa per tornare, qui.

La storia, versione tattile
Mandarin Oriental Lutetia 45 Bd RaspailIl Lutetia, leggenda contemporanea dell’ospitalità, nasce il 28 dicembre 1910 a Saint-Germain-des-Prés, proprio di fronte al Bon Marché. A volerlo è la famiglia Boucicaut, che del grande magazzino era proprietaria: doveva essere un rifugio di lusso per i clienti più distinti del negozio e per i suoi fornitori. Da allora ha visto passare buona parte del Novecento parigino, ed è l’unico palace della Rive Gauche, ovvero unico albergo di così alta fascia da superare le cinque stelle lusso, seconda la denominazione francese.
La facciata ondulata è Art Nouveau, ma colonne a spigoli vivi e balaustre geometriche guardano già all’Art Déco. Negli anni Venti ci vanno quasi ogni giorno André Gide e Antoine de Saint-Exupéry, poi arrivano gli americani della Lost Generation. Nel 1921 Charles e Yvonne de Gaulle ci passano la prima notte di nozze. Durante la Seconda Guerra Mondiale l’hotel viene requisito dal controspionaggio tedesco e, a conflitto finito, accoglie i deportati e le loro famiglie, come ricorda una targa sulla facciata. Negli anni Cinquanta è il ritrovo di Gréco, Boris Vian, Jean Cocteau, Samuel Beckett e Jean-Paul Sartre, e poi vi alloggiano per esempio Joséphine Baker, Pierre Bergé, David Lynch e Catherine Deneuve.
Chiuso nel 2014 e restaurato fino al 2018 da Jean-Michel Wilmotte, il Lutetia (il cui nome deriva dal nome romano di Parigi, Lutetia appunto, e che ha ottenuto la licenza dalla città di Parigi per usare il suo stesso stemma, la nave sulle onde) nulla ha perso della sua memoria, e oggi la racconta soprattutto nelle suite a tema, che sono piccoli musei personali.
Nell’appartamento Saint-Germain, disegnato con Francis Ford Coppola, ci sono opere della collezione privata del regista e la cinepresa con cui è stato girato Apocalypse Now. La Haute Couture Suite di Isabelle Huppert, al sesto piano, nel salone espone l’abito Balenciaga di Demna indossato a Cannes 2025, un completo di denim riciclato con gonna lunga e giacca strutturata. Sparsi nelle stanze ci sono i libri scelti da lei, da Sylvia Plath a Simone de Beauvoir, da Thomas Mann a Beaumarchais.
Poi c’è da mangiare e da bere, e il Lutetia lo fa per i parigini quanto per gli ospiti. La Brasserie Lutetia è un’istituzione di quartiere dal 1910, con lo chef Patrick Charvet tra classici da brasserie e riletture contemporanee, un banco di crostacei e ostriche e la colazione con la pasticceria dei maestri pasticceri della casa. Il Salon Saint-Germain ha un soffitto di vetro dipinto su disegni di Fabrice Hyber, sculture di Philippe Hiquily, una grande libreria e, nel weekend, l’afternoon tea di Nicolas Guercio. Il cuore dell’hotel è però il Bar Joséphine, sotto un affresco storico, con la mixology contemporanea di Angelo Forte e le serate jazz dal giovedì al sabato. La lista dei cocktail si ispira ai fumetti di Lucas Harari, e per vivere la serata in pieno stile Lutetia, immancabile l’ordine del club sandwich, conosciuto in tutta la città. Più nascosto, il Bar Aristide è uno speakeasy con musica jazz-elettronica e due fumoir con opere d’arte. In cantina c’è la cuvée Taittinger Lutetia, creata per l’hotel dal 2010: la maison è stata proprietaria dell’hotel per oltre cinquant’anni nel Novecento.
Tutta Parigi da qui
Meliá Paris La Défense 3, Boulevard de Neuilly, CourbevoieIl Meliá Paris La Défense segna l’ingresso del gruppo spagnolo in una zona di Parigi che i turisti raramente mettono in agenda, il quartiere d’affari che si presenta come il principale d’Europa. Aperto nel febbraio 2015 sul bordo dell’Esplanade, fu presentato come il più grande quattro stelle inaugurato in città in dieci anni e come il primo hotel costruito a La Défense da quindici anni. Ha 369 camere da almeno 32 metri quadri, in una torre a forma di vela progettata dallo studio Vasconi, con interni di Jean-Philippe Nuel che richiamano Parigi attraverso stampe e riferimenti topografici. La posizione è la sua carta migliore: la metropolitana è ai piedi dell’edificio, il centro di Parigi è a circa tre chilometri e le camere guardano l’Ovest della capitale, con la Tour Eiffel in lontananza e la Fondation Louis Vuitton più vicina. Al 19° piano lo Skyline Paris Lounge & Bar, con terrazza, è aperto anche ai non ospiti.















