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Walk on the Wild Side, la Milano maledetta di Fabio Cantelli Anibaldi

Da Piazza Vetra a Sanpa, reportage esclusivo nei dark places del volto-icona della docuserie Netflix

Foto: Chiara Fossati/Cesura


«Alcuni passaggi sono difficili da leggere fino alla fine. Un po’ come quando sei al cinema, e distogli lo sguardo da alcune scene». Lo avevo scritto su WhatsApp a Fabio Cantelli Anibaldi – che d’ora in avanti chiamerò per nome, ché abbiamo rinunciato a certe formalità – una volta arrivata circa a metà del suo libro, Sanpa, madre amorosa e crudele, uscito inizialmente nel 1996 come La quiete sotto la pelle e ora ripubblicato da Giunti. Fabio lo definisce «un libro scritto col sangue», e lo è davvero, lo si sente scorrere in ogni pagina, insieme all’amore, alla tenerezza, alla disperazione, all’estasi e alla sofferenza.

Il memoir, ritrovato per caso, è stato un’inestimabile fonte d’ispirazione per gli autori di SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano, la docuserie di Netflix diventata ormai una specie di “caso mediatico” che ha messo chiunque dinanzi a un capitolo della nostra storia fino a qualche mese fa più o meno volutamente, ma ingiustamente, dimenticato. Sapevo dell’imminente ripubblicazione, Fabio me l’aveva anticipato durante la chiacchierata che avevamo fatto lo scorso gennaio; l’idea di venire a Milano e avventurarci in un «itinerario emotivo» nei «dark places» del passato è stata sua ed è nata così, come se fosse la cosa più naturale del mondo, come se ci conoscessimo da sempre.

Ci diamo appuntamento un mattino, alle Colonne di San Lorenzo, lui arriva da Torino e lo accompagna un timido sole: sembra una rockstar, con gli anfibi neri, il pantalone nero con il profilo di strass, la sciarpa rosa fucsia. È emozionato, siamo entrambi emozionati: la “sua” Milano, d’altronde – la città «con i tram che sferragliavano e mi parevano insetti giganti di metallo» che l’ha accolto a nove anni, nel 1971, in seguito al trasferimento da Pordenone con la madre e la sorella; la Milano violenta degli anni Settanta; la Milano torbida e losca dei primi anni Ottanta – la “sua” Milano, dicevo, è un pezzo inscindibile da San Patrignano, dal rapporto con Vincenzo Muccioli, dalla storia della sua tossicomania.

Fabio ritratto nel parco di piazza Vetra. Foto: Chiara Fossati/Cesura

Che è molto diversa dalla tossicodipendenza, come ribadisce mentre ci incamminiamo verso piazza Vetra: «Per un tossicomane il drogarsi è un’attiva partecipazione nell’invasamento maniacale: il tossicomane è un invasato che non subisce affatto in maniera passiva il vincolo della droga. Non riconoscendo questa fondamentale differenza, affidando il percorso di recupero a persone che non hanno mai avuto a che fare direttamente con la dipendenza, la maggioranza delle terapie è destinata a fallire». Passeggiamo per una piazza Vetra semideserta e “bonificata”, mi indica i cespugli a ridosso della basilica di San Lorenzo «dove m’iniettavo gli speedball, eroina e cocaina mischiate insieme», passiamo sotto i portici dell’Esattoria Civica «dove camminavo per scaricare la botta che mi dava la coca».

È la Milano in cui Renato Vallanzasca, il 17 novembre 1976, maturò la spericolata decisione di svuotare proprio le casse dell’Esattoria Civica, armato di una calibro 38 e di una calibro 9: nello scontro a fuoco sarebbero morti il bandito Mario Carluccio e, dopo un paio di giorni di agonia in ospedale, il brigadiere Giovanni Ripani. «Milano è il luogo in cui mi sono perduto», scrive Fabio in Sanpa, madre amorosa e crudele. «La città dove, in certe zone – Porta Ticinese, la Conca del Naviglio, il Lorenteggio – ogni strada e ogni angolo evocano un passato terribile, ma proprio perché terribile capace di affascinare. Tutte le volte che ci sono tornato affrancato dalla droga, non ho mai resistito alla tentazione di giocare col fuoco, di toccare certe soglie in grado di scatenare, anche se soltanto sfiorate, forze profonde e incontrollabili».

Ci allunghiamo in via Molino delle Armi, nella casa dell’infanzia e dell’adolescenza: un portinaio indulgente ci lascia entrare nel cortile del condominio, e lui mi indica la finestra della sua vecchia camera da letto. «Giocavamo a calcio qui, e il portinaio che c’era all’epoca ci riprendeva sempre. Continuava a ripeterci di stare attenti alle plafoniere del garage, e io da bambino avevo l’incubo delle plafoniere… che poi a pensarci bene, “plafoniera”, che strana parola, no?», ride. Scendiamo la rampa che porta in garage – «la percorrevo in bicicletta a tutta velocità, rischiavo di sfracellarmi» –, le fantomatiche plafoniere non ci sono più, ma i box sono gli stessi. «Qualche volta sono finito quaggiù a farmi», mi racconta con un filo di voce. Da quanto non tornavi? «Trent’anni».

Il cortile della casa di via Molino delle Armi e la finestra della camera di Fabio. Foto: Chiara Fossati/Cesura

È anche la Milano delle portinerie e dei portinai, tradizione e mestiere che più meneghini non si può, oggi rimpiazzati da anonimi videocitofoni e imprese di pulizie. Mirko era il custode del condominio di via Gian Giacomo Mora in cui, nel maggio del 1984, «la distruzione prodotta da anni di eroina venne quasi irrisa da una distruzione di diversa e superiore qualità»: la coca. Veneziano e omosessuale, Mirko «era il sosia di Pasolini, e lasciava usare la portineria alle prostitute per le loro sveltine». Lì, rintanato in una mansarda, Fabio si inietta la cocaina purissima che Gianni detto La Contessa – omosessuale erede degenerato di una nobile famiglia lombarda, cocainomane col vizio del gioco d’azzardo – porta in scioltezza dalla Colombia grazie a un passaporto diplomatico.

Era una Milano più pericolosa, certo, più trascurata, più sporca, ma forse un po’ più sincera: tu chiamala, se vuoi, gentrificazione, quell’inevitabile conseguenza della modernità che ci restituisce quartieri tirati a lucido che, però, hanno venduto l’anima al popolare consumismo e all’omologazione. Sulla strada dell’ex bar dei ricettatori in Conca del Naviglio, deviamo brevemente e ci fermiamo al Manzoni, il liceo classico di Fabio, dove nel 1980 avvenne l’incontro con Alida («la vidi lì, all’angolo, e subito rimasi folgorato»), e con lei quello con l’eroina. «Senza mezze misure, senza passare dalle canne: sapevo che se avessi deciso di iniziare a drogarmi, sarei partito dalle droghe vere, dalle droghe pesanti».

Davanti al Liceo Manzoni di Via Orazio. Foto: Chiara Fossati/Cesura


Avanti veloce fino al 1982, anno che viene scandito da una serie di ricordi e da altrettanti luoghi: l’hotel London nella centralissima via Rovello 3, dietro il Piccolo Teatro, «in cui un giorno di febbraio del 1982 mi nascosi latitante – ero scappato dalla caserma degli alpini di Merano dopo un giorno e mezzo di Car, Centro Addestramento Reclute – in piena crisi d’astinenza». È rimasto identico, nota Fabio, che sembra quasi sorpreso: «Una volta era una pensione d’infima categoria usata come base dalle prostitute di lungo corso che stazionavano all’angolo con via San Tomaso. Nelle ore che trascorsi in quella camera d’albergo per non correre il rischio d’essere arrestato, per la prima volta mi resi conto del legame tra la droga e la vita da tossico così come l’avevo vissuta, da cui in un certo senso dipendevo come dall’eroina».

Fabio davanti all’hotel London di Via Rovello. Foto: Chiara Fossati/Cesura

Poi il 4 luglio, una domenica, «giornata di passione per un tossico», perché i negozi restavano chiusi, e se rimanevi senza droga, senza soldi e in astinenza, non c’era niente da rubare. «Il mio amico Francis allora mi propose di andare a battere, io ero riluttante ma non avevamo alternative. Ci vestimmo uno di bianco e uno di nero, e ci separammo. Eravamo alla periferia di Milano, io venni caricato da un tizio in BMW: gli spiegai che mi limitavo soltanto ad alcuni “servizi”, successe ciò che doveva succedere e alla fine gli chiesi ventimila lire. Francis si era raccomandato di farsi dare i soldi prima, ma io chiaramente mi ero dimenticato: il tizio della BMW mi buttò giù dalla macchina a forza, era sera ed era buio; mi resi conto che ci trovavamo a Redecesio perché sentivo i Police suonare in lontananza». L’unico concerto milanese della band e seconda delle due date italiane del Ghost in the Machine Tour si stava tenendo proprio lì, nel quartiere del comune di Segrate: «Sapevo che c’erano tutti i miei amici, e mi resi conto di quanto i nostri destini si fossero separati. Loro al concerto, io sul ciglio di una strada, in astinenza».

Il giorno successivo, lunedì 5 luglio, alla Standa di via Torino, l’ultima possibilità per cercare di arraffare qualcosa da rivendere per una dose: «Vengo beccato vicino all’uscita, qualcuno comincia a gridare “Al ladro, al ladro!”, e io me la svigno più veloce che posso. C’erano i Mondiali, l’Italia giocava contro il Brasile e Paolo Rossi aveva appena segnato: via Torino era invasa dalla gente e fortunatamente mi mimetizzai con facilità». Infine il 2 agosto, al «bar dei ricetta» all’angolo tra via Alessi e via Marco d’Oggiono, un altro lunedì: «Venni arrestato mentre vendevo vestiti rubati insieme alla mia fidanzata Cristina, entrambi in crisi di astinenza. Furto e ricettazione: dritti a San Vittore». Ci sarebbero rimasti una settimana, scarcerati con la promessa di entrare in comunità: Fabio partì alla volta di una comunità di recupero in Francia, dalla quale sarebbe scappato nel giro di pochissimo per tornare a ripetere il medesimo copione.

Il bar all’angolo di via Marco D’Oggiono. Foto: Chiara Fossati/Cesura

Di nuovo in crisi d’astinenza, al “bar dei ricetta” insieme a Cristina e ai vestiti scippati da Biffi, in corso Genova: «Mia madre ci andava per comprarli, io ci andavo per rubarli». Vedono arrivare la volante da via Marco d’Oggiono, provano a scappare ma vengono fermati dai poliziotti, che li sbattono a faccia in giù sul cofano, le mani dietro la schiena. I ricettatori fuori dal locale assistono alla scena, uno di loro a un certo punto s’avvicina all’agente a capo dell’operazione e gli spiega che «questi sono due buoni e bravi guaglioni»: le forze dell’ordine allora li lasciano andare, scusandosi e restituendo pure i vestiti sequestrati. «Non immagino cosa potesse avere su quell’agente, cosa sapesse per poterlo ricattare e manipolare in quel modo», sorride Fabio intanto che ci dirigiamo in via Gaudenzio Ferrari, dove viveva la comunità di travestiti e transessuali che costituivano la clientela prediletta degli abiti sottratti alle boutique.

«I transessuali rispetto ai ricettatori li pagavano di più: la metà del valore i primi, un terzo i secondi. Non dovevi avere fretta però: la liturgia era parecchio complessa, bisognava investire del tempo, assistere a una specie di défilé, effettuare una contrattazione e rispettare la gerarchia». C’era la Pandora, che era il capo tribù a cui spettava la prima scelta, poi le sue dame di compagnia, L’Ischitana ed Enzo detto La Svergognata; c’era anche Toni, che avrebbe seguito Fabio a San Patrignano e sarebbe diventato l’uomo di casa di Vincenzo Muccioli. A Sanpa le frequentazioni milanesi di Fabio suscitavano scalpore e stupore: «”Ma chi conosce?”, “Ma con chi va in giro?”», si domandavano. Comprensibilmente, aggiungo io: è strano pensare a lui – colto, a modo, educato, di buona famiglia – immerso in quell’atmosfera levantina, in quell’universo parallelo che, ai tempi, oltre che bizzarro doveva apparire intimorente e indecifrabile.

Nel taxi che ci porta al Cimitero Maggiore, dove riposa Cristina, gli chiedo se gli manca mai Vincenzo, al quale in Sanpa, madre amorosa e crudele, sono destinate pagine disincantate eppure di una tenerezza che spezza il cuore. Non è semplice parlarne, lo noto dai movimenti impercettibili dei muscoli facciali, non è semplice parlare dell’uomo coraggioso «che ha sempre creduto in me proprio perché ha visto la profondità dei miei conflitti», che l’ha sempre accolto «anche quando nessuno avrebbe mai più scommesso un soldo sulla mia vita». La loro era un’attrazione basata sulla contrapposizione, mi spiega: Vincenzo amava Fabio perché Fabio era tutto ciò che lui non era, e viceversa. «Sono andato a trovarlo per la prima volta al cimitero di Rimini, la settimana scorsa», sussurra, lo sguardo si perde per una manciata di secondi. Vi siete parlati? «Sì, ci siamo parlati».

Al Cimitero Maggiore. Foto: Chiara Fossati/Cesura

Al Cimitero Maggiore non ci fanno entrare: è lunedì, giorno di chiusura, la maledizione del lunedì ritorna puntualissima manco a farlo apposta. Superiamo soltanto il primo cancello e rimaniamo nel piazzale antistante il grosso arco in pietra che sovrasta il viale d’ingresso: «Cristina è mancata il 9 aprile del 1995, era malata di AIDS. Appena lo seppi, corsi da Vincenzo per avvertirlo che dovevo assentarmi per il funerale: lui voleva mettermi a disposizione un’auto, un autista, ma io ero determinato a compiere questo viaggio da solo, e la mia volontà venne rispettata». Cristina abitava nei pressi di piazza Bande Nere, la sua era una famiglia parecchio osservante e bigotta e la madre – ritenendo Fabio responsabile della sua morte – gli proibì di varcare la soglia della chiesa: «Riuscii a eludere i suoi divieti e utilizzai una porta sul retro, ma quando sentii il prete dire “Non furono peccati, furono certo errori di gioventù”, provai uno schifo, una rabbia e un’indignazione tali che me ne andai immediatamente».

Restiamo a lungo in silenzio, e quando decidiamo di dirigerci all’esterno, verso la Cascina Torchiera, si alza un po’ di venticello. Fabio riceve una telefonata, lo sento parlare: «Sono a Milano per quell’intervista che ti dicevo. Sì, c’è il sole. È pallido, ma c’è il sole». Lo guardo in lontananza e penso che sì, è così, non può che essere così: chissenefrega se non è accecante, l’importante è che oggi – anche oggi – abbia spazzato via le nuvole.

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