Venezia e le donne: storia di un’emancipazione | Rolling Stone Italia
Home Cultura

Venezia e le donne: storia di un’emancipazione

Per festeggiare i 1600 anni della Serenissima, lo scrittore e narratore Alberto Toso Fei ha scritto un libro che la racconta attraverso i suoi numeri: ecco in anteprima il capitolo sulla condizione femminile, accompagnato da un video realizzato per Rolling Stone

Il testo è un estratto da Venezia in Numeri – una storia millenaria di Alberto Toso Fei, Editoriale Programma 2021, capitolo 7: La cifra dell’emancipazione.

Quella fra Venezia e le donne è stata una bella storia. Perché malgrado quella veneziana fosse una società di stampo maschile governata esclusivamente da uomini (come qualsiasi altro luogo vecchio di secoli che vi venga in mente, peraltro), l’attenzione, la libertà e le possibilità offerte al genere femminile non ebbero eguali in nessun altro luogo d’Europa e del mondo, fino alla caduta della Serenissima; e sebbene non fornite delle stesse possibilità degli uomini, le donne ebbero certamente la libertà e la capacità di lamentarsene e combattere, e di vincere in favore del loro genere alcune battaglie storiche di importanza capitale. Le donne della Serenissima avevano diritti sui figli e sui propri beni personali, godevano di libertà nella vita sociale e nella gestione in proprio di attività economiche, nell’arte, nel mondo intellettuale: spazi di autonomia, d’azione e pensiero che le donne degli altri stati europei non potevano neppure lontanamente sognare.

Le donne veneziane avevano la possibilità di nominare i tutori dei propri figli, detenevano una patria potestà che non esisteva altrove. Potevano disporre dei propri beni e dettare testamento, e le norme prevedevano esplicitamente che i mariti non dovessero essere presenti alla dettatura, per non condizionarle. Potevano gestire caffè, negozi, attività economiche senza essere sottoposte alla tutela di un uomo; potevano stipulare qualsiasi tipo di contratto: compravendite, donazioni, locazioni, prestiti, in massima libertà. A Venezia, raggiunta la maggiore età, una ragazza usciva dalla patria potestà, cosa inimmaginabile al di fuori dei confini dello Stato veneziano.
Negli archivi si trovano diverse sentenze di condanna a carico di uomini che avevano ucciso le mogli (non pensate che fossero così scontate) e anche la violenza carnale era sanzionata pesantemente. Certo, a ottenere giustizia erano soprattutto le donne che potevano permettersi di affrontare – anche economicamente – un processo, ma quello che a Venezia colpisce, in un raffronto con qualsiasi altro paese europeo e del mondo intero, secolo dopo secolo, è certamente la condizione femminile, che nel corso della storia della Serenissima appare unica per dignità e libertà. Sempre sicuramente insufficiente, rispetto a un’idea di parità ed eguaglianza come la si può avere oggi, ma assolutamente all’avanguardia rispetto a qualsiasi altro luogo dell’antichità, e forse di diversi paesi del presente…

Questa libertà, incomparabile, permise a diverse donne di conquistarsi un posto nella storia, e certamente a Venezia prima che altrove furono gettati i semi per quel movimento femminista che solo tra Otto e Novecento iniziò a intaccare veramente i principi distorti della cultura patriarcale.

In pieno Medioevo esistevano a Venezia donne imprenditrici, che gestivano attività anche molto complesse senza la tutela di un uomo: su tutte spicca Marietta Barovier, che a Murano – sul finire del Quattrocento – era titolare di una vetreria per la quale aveva ottenuto una concessione speciale rilasciata dal doge Agostino Barbarigo in persona. Fu lei a inventare il manufatto che nei secoli successivi conquistò il mondo: la perla rosetta, ottenuta dalla stratificazione di sei fasce di colore (bianche, rosse e blu) modellate a stella lungo una canna di vetro. Un oggetto apparentemente umile, che mutò i destini del mondo. Ma non fu la prima imprenditrice indipendente: all’Archivio di Stato di Venezia è conservato un documento del 1373 che testimonia la creazione di una società per fabbricare profumi fondata da due donne – Uliana e Caterina – entrambe vedove.
Pochi decenni dopo nasceranno e si formeranno a Venezia delle donne importanti, capaci di formulare un pensiero critico rispetto alla loro stessa condizione e di costruire le basi di una coscienza proto-femminista che darà i suoi frutti nei secoli immediatamente successivi. Come Modesta Pozzo, nata nel 1555 e passata alla storia come una delle poetesse più brillanti del Cinquecento con il nome per il quale è più conosciuta, coniato da lei stessa: Moderata Fonte. In una delle sue prime opere trova il coraggio di osservare che la presunta inferiorità della donna rispetto all’uomo non è determinata da fattori naturali, ma dalla diversa educazione ricevuta, rivendicando per le donne il diritto allo studio e a un ruolo non subalterno.

Nella sua opera principale, Il merito delle donne, 7 veneziane discutono sulla condizione femminile e sui rapporti con l’uomo, ritenendo ingiustificata la preminenza accordata agli uomini dalla società; dichiarano come sarebbe invece auspicabile una vita autonoma e senza vincoli; poi si chiedono però perché le donne siano «schiave volontarie fino alla morte» degli uomini. Nessuno può saperlo meglio di lei: l’opera esce nel 1600, pubblicata per volere della sua famiglia. Lei era già morta da otto anni, trentasettenne, dando alla luce il suo quarto figlio.

Alberto Toso Fei e le interpreti di ‘Venezia e le donne’

Il suo testimone viene però raccolto da Lucrezia Marinelli, che in quello stesso anno (non ancora trentenne, essendo nata nel 1571) dà alle stampe il trattato Le nobiltà, et eccellenze delle donne: et i diffetti, e mancamenti de gli huomini, in risposta all’opera misogina dello scrittore Giuseppe Passi, Dei donneschi difetti, pubblicata nel 1599. Marinelli si spinge oltre l’idea di parità e afferma anzi la superiorità della condizione femminile rispetto a quella degli uomini, narrando le vicende di moltissime donne illustri e rivendicando non solo un ruolo diverso della donna in ambiti e ruoli da sempre riservati all’uomo, ma fornendo anche una nuova interpretazione della storia così come era conosciuta.

Emancipazione che a suo modo aveva già trovato sul finire di quel secolo Veronica Franco. Nei suoi scritti emerge spesso il sostegno spassionato verso le donne indifese, il conflitto di potere tra i due sessi e la consapevolezza di rappresentare una minaccia per gli uomini suoi contemporanei; questo rende le sue opere e le sue relazioni con gli intellettuali veneziani estremamente attuali: «Se siamo armate e addestrate siamo in grado di convincere gli uomini che anche noi abbiamo mani, piedi e un cuore come il loro – è un pensiero tratto da una sua opera – e anche se siamo delicate e tenere, ci sono uomini delicati che possono essere anche forti e uomini volgari e violenti che sono dei codardi. Le donne non han- no ancora capito che dovrebbero comportarsi così, in questo modo riuscirebbero a combattere fino alla morte; e per dimostrare che ciò è vero, sarò la prima ad agire, ergendomi a modello».

E ciò che a Venezia può fare una cortigiana, perché non può essere fatto da una suora? Pochi anni più tardi infatti è un’altra veneziana a parlare e scrivere di parità politica, economica e sociale delle donne rispetto agli uomini. Non è una veneziana qualsiasi: è una monaca. Nella sua battaglia genuinamente protofemminista suor Ancangela, nata nel 1604 come Elena Cassandra Tarabotti in un’agiata famiglia di Castello, parte dalla sua tragica esperienza di monaca forzata a soli tredici anni per teorizzare in più libri la libertà delle donne di essere padrone del proprio destino, di avere diritto al lavoro come strumento di autonomia e allo studio come arma di emancipazione e di difesa.

La strada è tracciata: tutto è pronto in quel Seicento veneziano per la rivoluzione, che scoppia alle nove del mattino del 25 giugno 1678, quando nella cattedrale di Padova gremita all’inverosimile Elena Lucrezia Corner Piscopia discute – prima donna al mondo a cui viene consentito di farlo – la sua tesi di laurea in filosofia, con una dissertazione attorno al pensiero di Aristotele.

Schiva e appartata, nasce nel 1646 nel palazzo di famiglia lungo il Canal Grande e fin da bambina manifesta doti eccezionali. Conosce il greco, il latino, l’ebraico, il francese, lo spagnolo e l’italiano, tanto da meritarsi l’appellativo di Oraculum Septilingue (ancora il numero 7 legato all’emancipazione femminile, dunque); studia la musica, la geografia e la matematica; ha una perfetta conoscenza della dialettica, della filosofia, della teologia e dell’astronomia.
Nella sua formazione è determinante il sostegno del padre, che oltre a spalancarle le porte della fornitissima biblioteca di famiglia le mette accanto degli insegnanti di levatura straordinaria. A frapporsi fra lei e l’ambìto riconoscimento, il vescovo di Padova Gregorio Barbarigo (che poi, tanto per non sbagliare, viene fatto santo): «La donna è inferiore rispetto all’uomo e non è capace di ragionamenti difficili». Lo Studio di Padova, così come si chiamava allora l’Università, non gli diede ascolto.

Il backstage di ‘Venezia e le donne’

Il Settecento è il secolo dei lumi, e fra le moltissime donne libere nel pensiero e nei costumi che Venezia può esibire in quegli anni, spesso dotate di intelligenze fuori dal comune che usano in modo spregiudicato, ve ne sono alcune che brillano alte, nell’universo di stelle che la città può vantare in termini di primato femminile. Come Elisabetta Caminer, nata nel 1751, una delle prime – se non la prima – direttrici di un giornale, che inizia a scrivere giovanissima collaborando con il padre Domenico a L’Europa Letteraria (dalle cui pagine, diciottenne, non ha timore di criticare neppure Carlo Gozzi, facendolo infuriare).

Si trasferisce a Vicenza nel 1769 per sposare il naturalista Antonio Turra, e cinque anni dopo fonda Il Giornale Enciclopedico, uno dei principali periodici illuministi italiani, coltivando altri interessi come opere pedagogiche per bambini e donne, ma soprattutto il teatro. Il suo salotto diviene in quegli anni il punto di riferimento di scienziati e letterati; sua cognata Gioseffa Cornoldi, moglie del fratello Antonio, non è da meno: dà infatti vita a La donna galante ed erudita, primo riconosciuto periodico al femminile.
Ma è in ambito artistico che avvengono le affermazioni più significative: Rosalba Carriera è la prima artista donna cui la società maschile dell’epoca aprì le porte di corti reali e palazzi. Ottiene riconoscimenti in tutta Europa al punto che giunge a ritrarre re Luigi XV di Francia. Ma ritratti e miniature le sono richiesti anche da Federico IV di Danimarca, dal principe Augusto di Sassonia, dai duchi di Modena, dalla corte di Vienna, dove esegue tra l’altro il ritratto del Metastasio.

Rosalba Carriera è la prima pittrice a essere ammessa nelle più importanti accademie d’arte, all’epoca riservate solamente agli uomini: nel 1705 entra all’Accademia Nazionale di San Luca a Roma, per essere successivamente accolta tra i membri dell’Accademia di Bologna; qualche anno dopo, a Parigi, entra a far parte dell’Accademia reale di pittura e scultura, influenzando col suo tratto l’evoluzione del rococò francese.

Assieme a lei, pur con una vita meno sfavillante (è anzi molto schiva e lontana dalla mondanità settecentesca), si erge Giulia Lama, pittrice eccelsa con l’incredibile “scandalosa” capacità di disegnare corpi nudi col carboncino nonché poetessa veemente. Ma anche persona ostinata, libera, autonoma. Sviluppa uno stile personalissimo che permette di riconoscerne il tratto nelle poche opere giunte fino a noi, e non ha vita facile nel mondo artistico veneziano, poiché al contrario della Carriera decide di esporre le sue opere nelle chiese e non nei salotti, “sfidando” pubblicamente i grandi pittori uomini dell’epoca. Anche per questo motivo non risulta essere stata mai iscritta alla fraglia dei pittori.

Col finire del Settecento termina anche l’epopea della Serenissima, ma non la storia di Venezia. Personaggio emblematico di tale passaggio è ancora una donna, Giustina Renier Michiel, la dosetta, la dogarina, della quale gli ultimi due dogi, Paolo Renier e Ludovico Manin, furono rispettivamente il nonno paterno e lo zio materno. Donna di vastissima cultura (è la prima traduttrice in Italia di Otello, Macbeth e Coriolano di Shakespeare), viene posta dal destino – e dalla sua volontà ferrea – a divenire la memoria storica della Serenissima dopo la caduta, ed è la più fiera difensora della Repubblica e delle sue istituzioni contro ogni forma di falsità e calunnia postume: «Prima di tutto sono Venezianissima», scrive in una lettera del 1808.

A partire dal 1817 inizia a far pubblicare in italiano e francese i primi fascicoli de L’origine delle feste veneziane, la sua opera più significativa, redatta in un ventennio di ricerche a partire dalla sua esperienza personale. Coraggiosa e indomita, priva di timore nell’esprimere i propri sentimenti e le proprie idee, non teme il confronto pubblico in Piazza San Marco con Napoleone Bonaparte in persona, e si scontra a distanza con Chateaubriand, che (prima di cambiare radicalmente idea, qualche anno più tardi) in un articolo afferma essere Venezia una città contro natura. Quando Chateaubriand torna a Venezia nel 1833 chiede di poterla incontrare per porgerle le sue scuse, ma Giustina – che era nata veneziana, aveva visto la doppia dominazione francese ed era divenuta suddita dell’impero asburgico – non lo può ricevere: è morta nel suo appartamento nelle Procuratie Vecchie alcuni mesi prima, il 6 aprile 1832. Una manciata d’anni ancora, e sarà il ’48. Ma questa, davvero, è un’altra storia.