“Uno che qualche volta aveva avuto più paura degli altri”: 60 anni fa moriva Ernest Hemingway | Rolling Stone Italia
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“Uno che qualche volta aveva avuto più paura degli altri”: 60 anni fa moriva Ernest Hemingway

Il 2 luglio 1961 uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi si sparava in bocca. "La vita di un uomo finisce nello stesso modo. Sono i particolari del modo in cui è vissuto e in cui è morto che differenziano un uomo dall'altro", aveva scritto

John Bryson/Getty Images

Esattamente 60 anni fa, il 2 luglio del 1961, Ernest Hemingway, uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi e vincitore di un premio Nobel per la Letteratura, carica il suo fucile, se lo punta in bocca e si toglie la vita. Ed è la morte che sarà la più grande vittoria dello scrittore americano, senza essere nemmeno considerato un gesto paradossale: “la vita di un uomo finisce nello stesso modo. Sono i particolari del modo in cui è vissuto e in cui è morto che differenziano un uomo dall’altro”, aveva scritto. 

Quando hai 15 anni è un pò difficile che Ernest Hemingway possa risultarti simpatico o in qualche modo avvincente. Forse anche la scuola non te lo fa amare appieno o forse non si è ancora pronti per vedersi puntati la morte così da vicino. Il modo in cui ti presentano Hemingway è tutto pesca e fucili, fucili e guerra; quel coraggio così ossessivamente ricercato e nominato dallo stesso scrittore e quella sfida continua nei confronti della vita; i viaggi da una parte all’altra del mondo; lui così maschio da non temere nulla. Hemingway che va a caccia, che va al fronte, Hemingway che narra di battaglie vissute, di sangue, di nemici, che ama le donne, il sigaro in bocca e le bollicine dello Champagne. La fame dei vent’anni a Parigi come disciplina prima e la ricchezza e la fama da adulto a rimpiangere quel passato da povero poi.

Hemingway scrive e descrive la realtà con una penna talmente viva che è difficile non ergerlo già a mito vivente. Lui che porta con sè i segni della prima guerra mondiale, partito volontario per ricercare il senso della guerra, della eterna lotta. Hemingway che era dentro la storia, che ne è stato parte, e che per tutta la sua vita da scrittore ha puntato ,al vero come lui stesso diceva “scrivi la frase più vera che conosci. Scrivere una sola frase vera”. Hemingway che, inviato come giornalista alla conferenza della pace di Losanna del 1922, intervistando Mussolini lo definirà – e non ci sarà definizione più lucida e vera – come “il più grande bluff d’Europa”.

Con Il vecchio e il mareAddio alle armiPer chi suona la campana Hemingway si è creato un mito di se stesso, con i suoi eroi pronti a sfidare la morte e che però sono tutti dei grandi sconfitti da se stessi, tutti fiancheggiati da quell’ombra che si chiama morte e dall’unica forma di salvezza che si chiama amore. Hemingway parte sempre da questo attivismo, da questo rincorrere la vita e ricercare se stessi, da questa frenesia della vita che nasconde qualcosa di più profondo. La tecnica di Hemingway è quella di omettere al lettore il più possibile per far sì che possa essere lui stesso ad arrivare al fulcro del tema della narrazione – come accade in Colline come elefanti bianchi, un racconto dove il dialogo tra un uomo e una donna sul futuro, sulla speranza, sul passato e sulla morte non è altro che la narrazione di un aborto. 

E nei suoi racconti, nella suavita, nella sue storie fatte di protagonisti e non personaggi inventati, Hemingway fa sì che di primo impatto tutto possa sembrare straordinario ma in realtà nasconde l’ossessione della morte e del nulla. Tutto questo vivere, questo continuo vortice di forti emozioni, di estremismi, di violenza e sangue in realtà non sono altro che un modo per stordire se stesso dal vuoto che incombe dentro di lui e da quelle ossessioni che lo accompagnano sin dai suoi primi anni. 

Dalla figura del padre, medico amante della natura, degli aspazi aperti e della caccia, al quale Hemingway vorrà somigliare, l’unico che aiuta il figlio a ricercare la via della scrittura. Gli vorrà somigliare, ma non poi così tanto: non perdonerà mai al padre di non avere avuto coraggio, di essere stato così remissivo nei confronti di una madre, che per il piccolo Ernest aveva solo vesititi da donna e lo costringeva ad imparare uno strumento musicale, lei che era stata una cantante lirica.

Nel 1928 Clarence Edmonds Hemingway, il padre di Ernest, si suicida con la pistola del nonno. Il suicidio sarà un altro tema ossessivo per Hemingway, come in Per chi suona la campana dove i protagonisti pur di non cadere nelle mani del nemico si ammazzano. Una sorta di coraggio, suicidarsi, un decidere della propria vita. Decidere il finale, nella realtà come in un romanzo, che per Hemingway sono la stessa cosa.

Ha la paura del tempo che passa Ernest, del corpo che invecchia, della vecchiaia. È il tempo che secondo lui non perdona nemmeno la felicità del suo primo matrimonio, in quella Parigi che diventerà il quadro della “generazione perduta” e che aveva dato rifugio agli intellettuali del tempo e che saranno maestri per intere generazioni. È questo l’Hemingway di Festa mobile, romanzo postumo e mai completato uscito nel 1964 e ritornato al primo posto delle vendite in Francia dopo gli attentati del 2015, dopo che una signora intervistata per strada l’aveva indicato come simbolo di un nuovo slancio verso la vita, di una Parigi che si muove e riparte sempre. Festa mobile è un romanzo diverso dagli altri. Come dirà l’autore stesso, parla “di quando eravamo poveri ma felici”. La lucidità con cui Hemingway racconta i suoi incontri, la sua amicizia con Ezra Pound, il rapporto amaro e malinconico con quello che risulta lo scrittore più talentuoso e triste di tutti, Scott Fitzgerald, autore del Grande Gatsby. È un romanzo che molto probabilemente dà la risposta al fucile infilato in bocca.

La morte e il senso del nulla sono i temi di Hemingway. Oltre alla disperazione e alla perdizione, come in Addio alle armi, dove il giovane protagonista alla fine ha la consapevolezza che la guerra non è sfida, non è lotta, non è coraggio, la guerra è morte, che tutto muore attraverso la guerra e che la guerra è la donna amata dove si cerca rifugio (il titolo, secondo Fernanda Pivano, sarebbe anche Addio alle braccia, proprio a indicare questo). La guerra abbassa le difese immunitarie della vita. Rende Hemingway debole piano piano. La consapevolezza di non essere invincibili lo rende debole dentro e fuori dai suoi romanzi. Come ne Il vecchio e il mare: un vecchio che alla fine lotta contro se stesso, perché il pesce è come lui, ostinato, non molla mai e alla fine muore solo perché è ingannato. E l’inganno, il falso, è solo l’uomo che lo possiede. Ma per Hemingway c’è qualcosa di più grande dell’uomo, e questa è una lezione talmente contemporanea che bisognerebbe andare a rileggersi le sue pagine: la natura. La natura non va sfidata, ti farà pagare qualunque abuso. 

Riempire i vuoti è stata la missione di Ernest Hemingway come scrittore – per sua stessa ammissione. I vuoti lasciati dalle cose belle rimanevano difficili da sostituire se non con qualcosa di impetuoso, mentre i vuoti lasciati dalle cose brutte venivano sostituiti dal bello. Un eterno e incessante ricambio, un piccolo temporale che poi diventata tempesta, che da vento diventava però inevitabilmente tornado, spazzando via ogni cosa. Solo la scrittura gli restituiva la memoria, il senso delle cose che la morte gli aveva portato via, alla quale lui stesso aveva permesso aveva permesso di farsele portare via. “Riuscire a scrivere dopo aver perso tutto”, era per lui il senso dello scrivere.

La morte di Hemingway avviene 60 anni fa, dicevamo. Ma la sua vera morte avviene prima, di ritorno dall’Africa, quando scampa alle fiamme di un aereo e quando mezzo mondo l’aveva già dato per morto – lo stesso Montale scriverà sul Corriere che quando lo aveva incontrato si era pentito di aver pianto così poco alla notizia della sua “falsa” morte. Quell’incidente aereo segnerà la sua vera sconfitta. Non poteva più lottare, non aveva più il fisico, i medici gli sconsigliavano di viaggiare, cade in depressione. E quei fucili a lui così cari, che gli erano stati sempre vicini come simboli di vittoria, diventano per lui lo strumento per andare oltre. La sua depressione e il suo stato di confusione mentale vengono “curati” con l’alcol e gli elettroshock. Hemingway è virtualmente già morto quando, in Festa mobile, scrive che “questo libro contiene materiale dalle remises della mia memoria e del mio cuore.Anche se la prima è stata manomessa e il secondo non esiste”. 

La memoria non gli è stata portata via dalla vecchiaia ma dagli elettroshock e il cuore ormai senza memoria, senza un ricordo che gli permettesse di battere, di rivivere gli impeti della sua vita aveva cessato di esistere. Quando il 2 luglio del 1961 uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi si infila in bocca il suo fucile e si toglie la vita, risponde alla domanda che in anni giovani, vispi, contraddittori ma carichi di lucidità gli aveva posto il suo amico Scott Fitzgerald mentre doveva misurarsi la febbre: “Scott mi chiese se poi avevo paura di morire e io gli dissi ‘qualche volta più paura di altri'”. Ecco, in quel momento Hemingway dimostrava a tutti che la sua vita era stata vissuta solo perché lui era uno che qualche volta aveva avuto più paura degli altri.