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‘Unguarded’ è il libro da leggere per conoscere (davvero) Scottie Pippen

Nella sua autobiografia, l'ex stella dei Bulls ci ha tenuto a ribadire che la sua è stata una vita molto dura ma anche fortunata, ricca di impensabili soddisfazioni e gratificazioni. Ha anche , in tutta onestà , parlato dei suoi errori e delle sue scelte in campo o fuori

Foto: Jed Jacobsohn/Getty Images

«Una squadra di basket non è diversa da una famiglia, ogni componente ha un suo ruolo specifico. Non riuscire ad adempiere al proprio dovere ha ripercussioni negative su tutti, questo era vero a casa mia, dove eravamo in 12 fratelli, come in ogni altra squadra in cui ho giocato»: sono le parole che si trovano nelle prime pagine del libro di Scottie Pippen Unguarded (distribuito in Italia da Rizzoli).

Una frase che si trova giusto a ridosso di questa: “In The Last Dance Michael ha avuto l’occasione di raccontare la sua storia. Questa è la mia”. Il Michael di cui parla è Michael Jordan, uno dei personaggi più famosi della storia dello sport, anzi della Storia. Punto. Pip e MJ sono senza dubbio la più grande coppia nella storia del basket NBA, con la maglia dei Chicago Bulls hanno macinato vittorie e record, sono rimasti imbattuti nelle finali che hanno giocato (vincendo 6 titoli), fino ai giorni nostri. Ad oltre un lustro di distanza dagli anni di Chicago, in molti hanno pensato che fossero amici intimi proprio per quella mitologica storia sportiva ma anche perché i due – dopo il ritiro dal gioco – hanno sempre parlato in maniera gradevole l’uno dell’altro.

E invece. Nel documentario del 2020 The Last Dance (uscito su Netflix durante il lockdown 2020) che racconta l’ultima turbolenta stagione dei Bulls, Scottie come tanti altri di quella squadra ha giudicato troppo jordanesco il documentario, e a distanza di un po’ di tempo, in Unguarded Pip non la manda a dire e fin dalle prime pagine specifica – prima di tutto – che i due non hanno mai avuto una relazione stretta – da amici fuori dal campo. Inoltre in molte pagine del libro, il ruolo di Michael viene continuamente messo in discussione, spesso sminuito ma, è l’impressione di chi scrive, Pip non ne esce geloso, nonostante per tutte le pagine si avverta l’ombra di MJ, è solo questione di ego, di due persone diverse ma determinate a primeggiare. Pippen riconosce la grandezza cestistica di Jordan, «l’uomo dell’ultimo tiro», ne riconosce la grandezza al di fuori dal campo paragonandolo a Muhammad Ali anche se lui no, non voleva essere “like Mike”.

Pip nelle pagine del libro mette soprattutto in discussione il modo di essere compagno di squadra di Michael, senza mezzi termini. La durezza mentale e fisica di Sua Airness nei confronti dei propri compagni di squadra vengono immortalati senza troppi filtri in The Last Dance, è questo il punto centrale su MJ: poco disponibile con i compagni, a ragione esigente ma fin troppo brutale con le persone che stavano lottando con lui. Non per lui. E che lui ha vinto grazie a loro, fermo restando che la sua grandezza sarebbe stata tale in qualsiasi altra squadra.

Soprattutto nel raccontare la genesi dell’epopea dei Chicago Bulls, Pip ritorna continuamente a dare risalto alla sua solidità e alla solidarietà e vicinanza che trasmetteva ai compagni di squadra, a tutti i livelli del gioco, dalla high-school fino alle gare di Finale NBA. Come un filo che lega tutta la sua storia di formazione umana e cestistica. Un atteggiamento che deriva essenzialmente dalla vita, tutt’altro che facile, che ha avuto. E in “Unguarded” si trova una pura descrizione della comunità black nell’america rurale – in cui è ben marcata linea del colore – dove Pippen cresce. È nella piccola cittadina di Hamburg – 3000 persone – che si sviluppa la sua childhood. In quelle pagine si ritrova un po’ tutto il telaio del libro: i successi si conquistano duramente con il proprio personale lavoro, non si può mai essere certi -di quello che capita nella vita (e questo porterà Scottie ad essere uno dei giocatori più sottopagati di sempre) e soprattutto non dimenticare che “tu sei utile quanto il tuo compagno o fratello più scarso”.

Pip, sottolineando il suo ruolo di compagno di squadra modello, di passatore e giocatore a “tutto campo” lascia che i riferimenti alla sua giovinezza siano sempre ben presenti per il lettore, a ben ragione. Cresce in una umile famiglia, in una casa di 2 stanze, ultimo di 12 tra fratelli e sorelle, uno di loro a 13 anni vene bullizzato e finisce in sedia a rotelle, la quotidianità si fa ancora più pesante quando il padre è colto da un ictus e costretto anch’egli in sedia a rotelle. Con tutto questo ogni giorno sotto i suoi occhi, con le responsabilità che sua madre e sua nonna gli affidavano, è naturale capire come il concetto di gruppo per lui sia molto più importante di quello di singolo (“Anche se il singolo deve perseverare e migliorarsi”).

Dopo la scuola superiore e crescendo di 15 centimetri in pochi mesi, Pip prende un’inaspettata borsa di studio in uno dei college dello Stato che non rientrava nelle “mappe” degli scout NBA, ma i suoi numeri sono impressionanti fin da ragazzino: è un predestinato, anche se la paura di un infortunio lo ossessionava «avevo paura perché vedevo mio fratello, un giovane sano e forte, all’improvviso, da un giorno all’altro, costretto su una sedia a rotelle, dove non può muoversi», ed effettivamente la schiena gli diede sempre filo da torcere in tutta la carriera.

Una volta volato nella NBA nel 1987 (a distanza di 3 anni dall’ingresso di Jordan che era già una stella), Scottie si costruì una reputazione come giocatore grazie alla sua amata etica del lavoro, costruendosi una credibilità per la sua difesa implacabile e il suo elevato QI cestistico in attacco. Poi, arrivato l’allenatore Phil Jackson sono iniziate le vittorie e dopo i trionfi, una squadra magnifica quella dei Bulls, forse la più forte di tutti i tempi il cui gioco corale calzava perfettamente sul n°33, elevandone il gioco ai massimi livelli. A riguardare i video su You Tube ci si rende conto di come in campo Pippen fosse effettivamente una bestia: in difesa soffocando letteralmente gli avversari ad ogni partita, ogni singola sera, trasformando i Bulls in una delle migliori squadre difensive di tutti i tempi. In attacco migliorando anno dopo anno. In ogni stagione, Jordan guidava la squadra nei punti segnati, Pippen era sempre il secondo per punti messi a referto (e primo in tutte le altre statistiche), sviluppò un gioco offensivo totale, una specie di “regista” a tutto campo; per certi versi anticipando un ruolo in campo che si sarebbe visto solo nel basket contemporaneo.

Nella parentesi in cui Jordan si diede al baseball, Pippen fu primo in tutte le statistiche di squadra, vinse il premio di MVP all’All Star Game (nonostante o “grazie” a una sbronza colossale della sera prima) e portò ad un passo dalla vittoria la sua squadra. Quando Scottie Pippen si è ritirato dalla NBA nell’ottobre 2004, si è chiusa una delle più grandi e compiute carriere nella storia del basket professionistico, forse (ego?) non ci voleva un libro per descrivere cosa è stato come giocatore: oltre ai sei anelli NBA con i Bulls anche due medaglie d’oro olimpiche nel 1992 (membro del Dream Team, l’unico e l’originale) e 1996, ed è stato nominato uno dei 50 più grandi giocatori della storia del gioco ed è stato eletto nella Hall of Fame del basket.

Insomma in Unguarded, Scottie ci ha tenuto a ribadire che la sua è stata una vita molto dura ma anche fortunata, ricca di impensabili soddisfazioni e gratificazioni, ha anche – in tutta onestà – parlato dei suoi errori e delle sue scelte in campo o fuori, ha anche provato a intaccare il mito della narrativa su Jordan ma soprattutto ha rimesso nero su bianco con ricordi in prima persona, i numeri, le partite, le avventure della sua straordinaria carriera. Un libro che per gli appassionati è un bel back to the future mentre per i lettori disinteressati, come altre opere di genere sportivo, può essere un interessante esempio di come lo sport e la famiglia possano essere un fondamentale viatico per il successo.

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