«Una puntura a settimana per perdere peso»: storia di un coming out | Rolling Stone Italia
body honesty

«Una puntura a settimana per perdere peso»: storia di un coming out

«La semaglutide la usiamo in molti, ma in silenzio, come fosse un doping domestico». In tempi di body positivity ostentata, ci diciamo che l’estetica non conta: ma è solo «una forma di ipocrisia ben pettinata». Una confessione

«Una puntura a settimana per perdere peso»: storia di un coming out

Foto: Diana Polekhina/Unsplash

C’è una nuova forma di coming out che quasi nessuno ha voglia di affrontare. Non riguarda l’orientamento sessuale, né la politica. Riguarda una penna con un ago sottilissimo da tenere in frigorifero, accanto allo yogurt greco. Riguarda la semaglutide.

La usiamo in molti. Certamente, più di quanti lo ammettano nei brunch della domenica. La usano le imprenditrici metodiche, le trentenni iper performanti, le madri che incastrano sensi di colpa, pilates e call su Zoom, quelli tirati che però “no, io mangio di tutto”. La consumano in silenzio. Con pudore. Come fosse un doping domestico.

Io, allora, ho deciso di non far finta di niente. Sì, mi faccio una puntura a settimana. Non è un rito segreto, né una colpa da confessare. È meno drammatico di una ceretta e molto meno impegnativo di una tinta sbagliata. È una scelta.

Non ho iniziato Wegovy perché fossi obesa. Non sono diabetica. Non avevo un certificato medico da esibire come lasciapassare morale. Avevo sei chili da perdere. Ostinati, che non se ne andavano e mi facevano sentire fuori asse. Mi guardavo allo specchio e non mi piacevo. Non è una tragedia. È una verità. Semplice.

Viviamo in un’epoca schizofrenica e curiosa: celebriamo la body positivity e intanto consumiamo corpi filtrati, scolpiti, levigati. Ci diciamo che l’estetica non conta, ma è la prima cosa che notiamo. Non dovrebbe essere un parametro morale – e non lo è. Non misura intelligenza, profondità, talento, ma fingere che non abbia peso è solo una forma di ipocrisia molto ben pettinata.

Prendersi cura del proprio aspetto non è un crimine ideologico. Non è una resa al patriarcato, né una genuflessione al capitalismo. È un dialogo con il proprio specchio, e a volte è un dialogo che si inceppa.

La semaglutide è il segreto peggio custodito di questa stagione. Se ne parla come si parlava della liposuzione negli anni Novanta: abbassando la voce, ma sapendo tutto. Solo che qui non c’è bisturi. C’è una puntura settimanale che lavora sull’appetito, sulla fame nervosa, su quel rumore di fondo che per alcuni è costante: il pensiero del cibo, sempre acceso. Come una notifica, come un’ossessione.

E allora, perché il tabù? Perché siamo cresciuti con l’idea che il dimagrimento debba essere meritocratico. Sofferto. Guadagnato a colpi di tapis roulant e insalate scondite. Se non hai sudato abbastanza, non te lo sei meritato. Come se il peso fosse una questione di virtù, e non di biologia, metabolismo, storia personale. Una specie di catechismo calorico. Nonostante un’educazione scolastica cattolica, io non credo nella sofferenza come certificato morale.

Quando ho iniziato non l’ho sbandierato. Non per vergogna, ma per stanchezza preventiva. Conoscevo già le battute: “Ma non ne avevi bisogno”, “Così è troppo facile”, “E gli effetti collaterali?”. Domande legittime, certo. Ma quasi sempre condite da un retrogusto morale insopportabile, come se stessi barando a un gioco.

Il punto non è convincere tutti a farlo. Né trasformare la semaglutide nell’ennesimo accessorio lifestyle da aggiungere al matcha, al reformer, all’oura ring o alla skincare coreana.

Il punto è abbassare il volume dell’ipocrisia. Il corpo è personale, ma è anche politico come ci insegnarono. Perché è il luogo dove si depositano aspettative, pressioni, narrazioni collettive. Dire “Sì, la prendo” significa smettere di fingere che tutto sia solo forza di volontà. Significa ammettere che la medicina evolve e che possiamo scegliere se usare o meno gli strumenti che offre (ovviamente guidati da medici competenti).

Non penso che l’estetica debba essere un valore assoluto. Ma è una dimensione dell’esistenza, e negarlo è un lusso troppo radical chic e retorico per i miei gusti. Se qualcosa ci fa stare male – anche se giudicato superficiale – abbiamo il diritto di intervenire, e di farlo come meglio desideriamo.

Bucarmi una volta alla settimana non mi rende più virtuosa né più fragile. È una scelta. Non è una rivoluzione. È una puntura. Il resto – la morale, il sospetto, la penitenza calorica – è folklore. O noiosa liturgia.