Un ettaro a testa, più o meno. In Alto Adige il vino comincia da questo fazzoletto di terra, da piccoli appezzamenti che le famiglie coltivano e da cantine che trasformano una proprietà frammentata in una forza collettiva. Dietro una bottiglia non c’è soltanto un vitigno, un’annata o la sensibilità di un enologo: ci sono persone, investimenti, generazioni che si passano il testimone. E una domanda che, prima o poi, diventa politica: chi crea il valore di un territorio, e come viene distribuito? In Alto Adige la risposta passa anche dalla cooperazione, che rappresenta circa il 70% della produzione vinicola provinciale.
Non una romantica celebrazione della vita contadina, ma una soluzione concreta: se possiedi un piccolo vigneto, fare tutto da solo può essere complicato. Far parte di un progetto comune, in cui si mettono insieme le uve, si condividono strutture e competenze e si raggiungono mercati più ampi, produce una sorta di movimento controcorrente: le terre non vengono abbandonate, ma tornano al centro di un patrimonio da nutrire e far crescere insieme. In un sistema economico generalmente retto da logiche capitalistiche, questo modello ha qualcosa di resilienza: una piccola forma di socialismo agricolo, dove il valore si costruisce insieme.
Basta guardare a San Michele Appiano, una delle realtà simbolo dell’enologia altoatesina. Da oltre un secolo la cantina lavora parcella per parcella il territorio di Appiano sulla Strada del Vino, mettendo insieme 320 famiglie viticoltrici e circa 390 ettari di vigneto: poco più di un ettaro a famiglia, in media. Dietro una produzione capace di raggiungere i mercati internazionali ci sono centinaia di piccoli proprietari, ciascuno con le proprie vigne, le proprie condizioni di lavoro e la propria storia.

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Il compito della cantina è dare coerenza a questa varietà, accompagnando la cura del frutto con l’innovazione in vinificazione e costruendo vini capaci di evolvere nel tempo. Il risultato porta un nome solo, ma il lavoro è distribuito su una comunità intera. Una storia simile, con proporzioni e caratteristiche differenti, è quella di Cantina Sankt Pauls, a San Paolo, frazione di Appiano. La cooperativa riunisce 190 soci e gestisce circa 185 ettari di vigneto, concentrati in un raggio di otto chilometri. Il campanile del paese, visibile tra le vigne, è anche il simbolo della cantina: un riferimento condiviso da chi quel paesaggio lo abita e lo lavora. «È un punto di incontro del paese, dei soci», racconta Anna Ebner, hospitality manager della cantina. Qui ognuno resta responsabile del proprio vigneto, mentre agronomi ed enologi seguono il lavoro durante l’anno. Anche la remunerazione delle uve tiene conto della provenienza e della qualità.

Cantina Sankt Pauls. Foto: Jan Palma
Non tutti gli appezzamenti, infatti, sono uguali: cambiano altitudine, suolo, esposizione e condizioni climatiche. La sfida è riconoscere queste differenze senza perdere il senso di appartenenza a un progetto comune. La frammentazione dei vigneti ha radici profonde nella storia vitivinicola della regione. Dopo il passaggio dell’Alto Adige dall’Austria all’Italia, al termine della Prima Guerra Mondiale, il mercato tradizionale di riferimento cambiò radicalmente. La Schiava, vitigno storicamente importante per l’economia locale, perse spazio e molti agricoltori si orientarono verso la coltivazione delle mele, oggi una delle produzioni-simbolo della provincia. Tuttavia, la viticoltura non scomparve.
Grazie a chi continuò a investire su piccoli appezzamenti, distribuiti lungo la Strada del Vino e sui diversi versanti della valle, riuscì a reinventarsi. Da quella frammentazione nacque un modello produttivo diverso, in cui la dimensione collettiva diventò una risorsa. A Kettmeir, cantina fondata nel 1919, l’innovazione ha preso anche la strada delle bollicine. Il progetto sul Metodo Classico, avviato nel 1992, ha dato il via a una direzione nuova per un territorio non tradizionalmente associato a questa produzione. «Joseph Roman è stato lungimirante nel pensare di poter produrre Metodo Classico», racconta Simone Celeghin, hospitality coordinator dell’azienda, riferendosi all’enologo che ha contribuito a sviluppare il progetto. Da allora sono arrivate nuove cuvée, tra cui un rosé e diverse versioni affinate più a lungo. Un percorso di innovazione che non è il risultato del lavoro di un singolo, ma di una filiera in cui il contributo dei viticoltori e delle loro famiglie resta fondamentale. Anche qui, insomma, dietro una bottiglia c’è un sistema di relazioni.

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Chi ha portato, invece, una visione diversa dell’agricoltura, quando l’attenzione alla biodiversità e agli equilibri degli ecosistemi era ancora lontana dal dibattito comune, è Alois Lageder, azienda famigliare che da oltre vent’anni segue i principi della biodinamica. I vigneti di proprietà coltivati con questo metodo sono 55 ettari, mentre la rete di partner coinvolge circa sessanta viticoltori, dalla Bassa Atesina fino alla Valle Isarco. Il progetto va oltre i confini aziendali: l’obiettivo è accompagnare altri produttori verso pratiche biologiche e biodinamiche, estendendo il lavoro a una rete di piccoli agricoltori. «All’inizio non è stato facile trasmettere il nostro approccio, perché la biodinamica non veniva capita da tutti. Piano piano, però, siamo riusciti a coinvolgere sempre più contadini, che oggi partecipano al progetto» – racconta Helena Lageder, co-titolare dell’azienda. «Noi non obblighiamo nessuno a seguire i nostri metodi. Cerchiamo di spiegare quello che facciamo, condividere le nostre esperienze e accompagnare chi è interessato».

Casòn Hirschprunn. Foto: Alois Lageder
Una filosofia della sostenibilità che non si impone dall’alto, ma prova a costruire consenso sul campo, una relazione alla volta. «Proviamo a interrompere le monocolture, creare tantissima biodiversità e costruire una sinergia tra uomo, suolo, animale e pianta», spiega Lageder a proposito del lavoro in vigna. Nei mesi invernali i buoi pascolano tra i filari, mentre sui terreni più ripidi entrano in gioco le pecore. Ci sono anche frutteti, olivi e altre piante, nel tentativo di rendere il vigneto parte di un ecosistema più articolato. La biodinamica, in questo caso, non è soltanto una parola da stampare sull’etichetta, ma una pratica che richiede tempo, competenze e investimenti. Il progetto Misto Mare, per esempio, nato nel 2024, porta questa filosofia anche nel bicchiere: riunisce quattordici varietà provenienti da diverse zone dell’Alto Adige e coinvolge produttori che stanno sperimentando un’agricoltura più sostenibile.

La vendemmia 2026 di Alois Lageder. Foto: Maike Hollnaicher
«Invece di fare quattordici vini diversi, abbiamo detto: cosa succede se buttiamo tutto assieme?», racconta Helena. L’idea è lasciare che la diversità del territorio entri nel bicchiere senza troppe sovrastrutture. Il risultato è un vino che non pretende di essere decifrato, che non è un enigma: «Apri, bevi, basta».

L’Abbazia di Novacella. Foto: Augustin Ochsenreiter
Accanto a queste esperienze c’è l’Abbazia di Novacella, fondata nel 1142, dove la viticoltura si intreccia con una storia che attraversa i secoli. Una tradizione monastica che racconta, in modo diverso, quanto il vino altoatesino sia legato alla continuità del lavoro e alla memoria dei luoghi. È proprio la convivenza tra cooperative, aziende famigliari e realtà storiche a rendere interessante questo territorio. Un ettaro, sulla carta, è poca terra. In Alto Adige, però, può essere il pezzo di un’economia, di una storia famigliare e di un futuro che non riguarda soltanto chi lo possiede.















