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Un anno senza Diego Armando Maradona

Al sud i ragazzi che giocano a calcio per strada dicono ancora "e cchi si, Maradona?", "manc foss Maradona". Un anno dopo la sua morte, Maradona è ancora il padrone del linguaggio del calcio, e non solo

Etsuo Hara/Getty Images

Esattamente un anno fa, il mondo intero si fermava. Non c’era luogo al mondo in cui non fosse arrivata la notizia della morte di Diego Armando Maradona. E non c’era luogo al mondo – con l’eccezione forse dell’Argentina – in cui la notizia fosse arrivata con più violenza che a Napoli, e nel sud Italia in generale.

Per chi vive al sud, Maradona ha avuto un’importanza culturale tutta sua. Le sue vittorie con il Napoli, per Napoli, erano finalmente la rivalsa del sud contro il nord. È stato un simbolo di lotta, Maradona, qualcosa di politico, il rappresentante di un sud che i politici avevano completamente abbandonato. Improvvisamente, invece, Napoli e il sud apparivano splendenti e potenti. Napoli si riprendeva il mondo attraverso un ragazzo venuto da un altro sud del mondo. 

“Sai che giocatore sarei stato senza la cocaina? Che giocatore ci siamo persi! Mi resta l’amaro in bocca… avrei potuto essere più di quello che sono. Te lo posso assicurare. Sono nato nel calcio. Sapevo chi sarei diventato. Non sapevo che avrei preso la cocaina però. Sapevo che avrei comprato una casa a mia madre. Nessuno può sapere però. Nessuno sta dentro di me”.

Con queste parole Diego spiegava al regista Emir Kusturica, nel documentario Maradona, quello che sarebbe potuto essere. Diego era nato nel calcio ed è difficile dividere il Maradona calciatore dal Maradona uomo. Ma è impossibile? Quanti di noi conoscono Maradona uomo? Chi può dire davvero che uomo è stato Maradona? 

Dovremmo basarci su tutto quello che esce ancora oggi dopo la sua morte. Dovremmo basarci sugli insulti dopo la notizia della sua morte “era solo un drogato, alcolizzato, buffone, picchiava le donne”. Ha avuto un sacco di amanti, questo lo possono testimoniare i figli che ha lasciato in giro, quelli riconosciuti e non. Una vita in eccesso, ma il suo calcio era l’eccesso per eccellenza.

Noi non siamo dentro Maradona, ma grazie a Maradona abbiamo vissuto quello che viveva lui. E cchi si, Maradona? Manc foss Maradona, si dice al sud, espressioni ancora oggi tipiche quando si gioca in mezzo alla strada: Maradona è diventato padrone del linguaggio del mondo del calcio, di tutto un atteggiamento che gira in torno al voler strafare col pallone.

Maradona non ha mai voluto essere tale. “Io non ho mai voluto essere l’esempio di qualcuno. L’esempio devono essere il padre e la madre”, ha detto nella sua ultima apparizione alla tv italiana, un’intervista a Che tempo che fa da Fabio Fazio. Eppure sulle sue spalle gli è stato messo il ruolo di esempio, è stato caricato delle aspettative di tutto un Paese, l’Argentina, e di una città, Napoli, che l’hanno sempre trattato come un messia.

Maradona ha provato a soddisfarle queste aspettative. Come quando ha segnato con la mano de dios per vendicare la guerra delle Falklands. O come quando nel 29184, dopo averlo promesso, ha giocato una partita ad Acerra, trascinando tutta la squadra del Napoli su un campo da calcio pieno di buche e di fango in mezzo alle case popolari, con il rischio di farsi male. 

Si può dire tanto di Maradona, dei suoi eccessi, delle sue macchine, delle sue case, delle sue donne, dei suoi figli, della sua droga. Ma un anno dopo la sua morte la cosa che ci rimane di lui è l’immagine di un uomo che non aveva mai dimenticato da dove proveniva – e cioè dalla fame, vera, reale, quella di Buenos Aires – da una famiglia umilissima in cui era il “mammone”, dall’amore per il calcio. Con il calcio, già a 15 anni, Maradona manteneva otto persone. 

Un anno dopo la morte, nessuno è il calcio come lui e nessuno è ancora vivo come lui a Napoli, dove lo stadio cittadino, che portava il nome di un santo, San Paolo, adesso porta il suo nome. Come diceva Pasolini, “il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. Maradona ne è stato l’emblema, e questo cambio di nome, come una sostituzione nel finale di partita, era solo dovuto.