Tutti a Bologna al concerto dei CCCP che costa 50 euro, naturalmente senza biglietto | Rolling Stone Italia
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Tutti a Bologna al concerto dei CCCP che costa 50 euro, naturalmente senza biglietto

È come se Giovanni Lindo e soci, stufi marci di essere chiamati in causa dai nostalgici in quanto portatori sani di quell’attitudine anticonformista punkettara dei tempi che furono, si fossero finalmente rotti le palle e dicessero: “Ora fatelo voi il punk! Saremo lì a farvi da colonna sonora, le manganellate prendetele voi che noi abbiamo una certa”

Tutti a Bologna al concerto dei CCCP che costa 50 euro, naturalmente senza biglietto

I CCCP. Foto di Guido Harari

Giovanni Robertini: L’hai preso il biglietto per vedere i CCCP in Piazza Maggiore a Bologna? Cinquanta euro, giusto? Ho letto i commenti indignati tra cui quello del nostro amico Ivan Carozzi (“Qual è il senso di pagare per vedere i cosiddetti CCCP se poi ti guarderai intorno e non ci saranno i punk con i cappotti le borchie la cresta ecc ecc…”) , so che ci sarà un question time in Consiglio Comunale, il sindaco Matteo Lepore è accusato di aver svenduto la piazza per un evento privato a pagamento, a caro prezzo tra l’altro. Bene, mi sembra che dopo Scanzi si siano superati – non era facile – e io inizio a vederci un progetto, non so ancora se chiamarlo punk, rivoluzionario o cosa. È come se Giovanni Lindo e soci, stufi marci di essere chiamati in causa dai nostalgici come portatori sani di quell’attitudine anticonformista punkettara dei tempi che furono, si fossero finalmente rotti le palle, vuoi per stanchezza, vuoi per dispetto, e dicessero ai loro fan: “Ora fatelo voi il punk! Noi più o meno consapevolmente vi abbiamo aperto una strada, e ci avete seguito… ma non basta canticchiare Curami in coda nel traffico con la vostra monovolume, o riguardare i nostri live su YouTube tra il tutorial di una ricetta di Giallo Zafferano e i gol di Lautaro, o storcere lo sguardo con i vostri figli che ascoltano Tony Effe dicendo che voi ai vostri tempi con la musica volevate cambiare il mondo. Non l’avete cambiato, e oggi vi diamo una possibilità per riscattarvi, offrendoci dal palco come vittime sacrificali. Tirateci qualcosa addosso, ortaggi uova o il case dei vostri airpod, per questo vi abbiamo messo Scanzi, da soli noi non bastiamo. Oppure venite in piazza Maggiore, ma non pagateli i cinquanta euro – mica siete scemi, no? – e fate come i ragazzi dell’Autonomia bolognese il 17 marzo del 1973 quando entrarono sfondando al concerto dei Jethro Tull al grido di “musica gratis”. Saremo lì a farvi da colonna sonora, le manganellate prendetele voi che noi abbiamo una certa”. Fila, no?

Alberto Piccinini: Mi piace molto i “cosiddetti CCCP”. Mica saranno dei sosia? E non l’hai citato a caso il concerto dei Jethro Tull a Bologna del 1973, vero? Senti qua: un vecchio sito di fan dei CCCP – Fedeli alla Linea sostiene che il primo concerto visto da Lindo Ferretti fu quello dei Jethro Tull a Bologna, però l’anno prima. Due spettacoli lo stesso giorno, sfondamento alla sera, lacrimogeni, concerto sospeso. I Jethro Tull avevano un rapporto speciale con l’Italia in quegli anni: vennero diverse volte, erano sempre mazzate. Mi viene in mente soltanto adesso che la loro immagine di menestrelli hard rock medieval-progressive guidati dal cantante/flautista Ian Anderson vestito di stracci doveva far risuonare negli spettatori un qualche corto circuito con la moda boccaccesca di quel periodo, da Pasolini ai film decamerotici tipo Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno, hai presente? Una specie di metafora dell’amore libero, dell’eterno carnevale, il tumulto dei Ciompi. Vabbè poi ci studio sopra. Diceva Lindo Ferretti di quel periodo: “La musica per me era consumismo indiscriminato e un inconsapevole nutrimento dell’anima”. Mi spiace per il refuso, comunismo indiscriminato avrebbe funzionato molto meglio. Come scrisse il giornale Lotta Continua in quei giorni: “Noi non siamo disposti a pagare più niente, neanche la musica”, senza però immaginare che un giorno molto lontano ci sarebbero stati Spotify più o meno gratis e il concerto dei CCCP a piazza Maggiore a 50 euro. Cosa mai accaduta la privatizzazione della piazza principale della città, leggo, ma beh niente di nuovo. Sai che ti dico? Ho tanto amato Bologna ieri quanto la trovo incomprensibile oggi – la mitologia di piazza Maggiore una tristezza vera – ragione in più per far casino contro tutte le città museo, oltre che contro tutto il rock museo e i musei del rock. Devo aggiungere soltanto che il sito di fan dei CCCP si chiama Rude Pravo, è online dal 1997 ma è stato chiuso nel 2009 quando lo spazio web Geocities è stato abbandonato da Yahoo. Ora sta lì come il relitto di un’epoca passata, un’astronave perduta. In fondo a un pagina ci sono ancora i banner di Real Player e quelli di WinAmp, e adesso sono qui che li contemplo in silenzio commosso, vedi com’è difficile abitare il futuro, scusa vai avanti tu.


GR: Sto studiando con un approccio analitico alla Dataroom della Gabanelli le ultime interviste a cantanti italiani uscite sui giornali. Da un lato c’è una vecchia guardia, anagraficamente sempre più giovane, che si lagna con più o meno paraculaggine del minor successo – misurabile oggi in streaming, follower e palazzetti – rispetto a prima dell’avvento della trap e del Sanremo del governo Amadeus. Tra i più recenti, sempre in concomitanza con un disco in uscita un po’ sottotono o una tournée con pochi biglietti staccati, ci sono Grignani (“I numeri della musica sono gonfiati”), Bugo che dice che dopo il Sanremo con Morgan avrebbe potuto diventare più ricco di Fedez ma per “integrità” ha rinunciato a molte offerte, e Umberto Tozzi che annuncia il suo ultimo tour. Dall’altra ci sono i trapper e le giovanissime pop star, dominatori delle classifiche, che vanno in crisi per il successo ottenuto e si lamentano del disagio di far parte di un music biz tritacarne che non guarda in faccia nessuno. Dopo Sangiovanni e Ghemon questa settimana abbiamo un’intervista di Capo Plaza su Repubblica dal titolo “Anche ai rapper serve aiuto” in cui ci rivela che “con i soldi si vive comodamente, ma non si compra la felicità”. Come uscire da questa impasse emotiva, e risollevare gli animi della nuova e della vecchia guardia? Forse un incontro con Mattarella come quello che ha fatto con gli influencer qualche giorno fa? Abolire Spotify e lo streaming, insieme a TikTok e gli altri social? Forse c’è una soluzione più facile: l’appuntamento è per tutti, da Grignani a Capo Plaza, a Bologna per il concerto dei CCCP. Naturalmente senza biglietto.

AP: Dici? Uhm. L’altra sera ero alla presentazione del nuovo libro di Luca De Gennaro, Generazione Alternativa 1991-1995, che è tutta una madeleine boomer, un raccolta di aneddoti e avventure dell’epoca. Carino. Grande ritrovo di reduci comunque, cioè noi. Quando sono entrato Luca stava dicendo al microfono: “È stata la prevendita che ha rovinato i concerti rock”. È vero: una volta si sapeva a malapena quando e dove era il concerto, molto vagamente l’orario. Come si dice in questi casi, era più importante il viaggio che la meta, poi soprattutto negli anni ruggenti dell’autoriduzione a un certo punto c’era la possibilità che aprissero le porte e tutti dentro. Voglio dire a Grignani e a Sangiovanni: non puoi pensare che nella vita debba andare sempre tutto bene, oppure tutto male. Giocatela. Io per esempio adesso sento soltanto un richiamo irresistibile per l’ultimo concerto di Umberto Tozzi. Mica per Tozzi, ma proprio perché è l’ultimo, definitivo. In questo mondo dove non succede più niente veramente, dove è tutto rimontato, impacchettato, scalettato come un eterno reality, frizzato dicono al Grande Fratello, mi pare l’unico modo per provare il brivido dell’eternità. A proposito, ieri mi hanno mandato un link alla Casa dei Figli di Mouse, il reality che mette 12 tik-toker napoletani in una casa di Somma Vesuviana e già viene presentato come alternativa ultratrash al GF ripulito sotto la gestione Piersilvio Berlusconi. Ripulito sono parole grosse, ma il fatto è altamente simbolico: quella casa avremmo dovuto circondarla parecchio tempo fa, buttar dentro roba dal muro di cinta, farci accanto un rave a tutto volume. E invece no, l’unica cosa che sappiamo fare è costruire una casa dentro un’altra casa, dentro un’altra casa eccetera. Così non se ne esce.

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