Spider–Man 60 | Rolling Stone Italia

Foto di Christopher Polk/Getty Images for Sony

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Spider–Man 60

Nel 1962 un liceale goffo, esile e con gli occhiali spessissimi insegnò al mondo che da grandi poteri derivano grandi responsabilità: si chiamava Peter Parker e, quasi senza accorgersene, stravolse in maniera indelebile l’immaginario pop occidentale. A sessant’anni dalla sua prima apparizione abbiamo intervistato lo sceneggiatore Marco Rizzo (autore, assieme a Fabio Licari, del volume ‘Spider-Man. 60 stupefacenti anni’, in uscita oggi) e il direttore di Panini Comics Marco Lupoi per ripercorrere la storia editoriale di un personaggio disfunzionale e rivoluzionario, che ha fatto dell’imperfezione una virtù

Nel 1962, l’immaginario occidentale cambiò radicalmente subendo l’onda d’urto di una rivoluzione improvvisa: accadde in estate, ad agosto, quando le edicole americane furono invase dal quindicesimo numero (l’ultimo) della serie a fumetti Amazing Fantasy, che pubblicava storie di genere horror e di fantascienza disegnate da due giovani talenti di casa Marvel, Jack Kirby e Steve Ditko, inizialmente con il nome di Amazing Adult Fantasy; per uno strano scherzo della sorte, però, la chiusura della testata coincise con l’apparizione di un nuovo personaggio destinato a stravolgere per sempre i canoni tradizionali della letteratura a fumetti dedicata ai supereroi; non un semidio di mezza età dotato di muscoli d’acciaio, conto in banca a sei zeri, aplomb da vigilantes semi–fascistoide e virtù ultraterrene piovute dal cielo, ma un sedicenne esile e impacciatissimo, che indossava occhiali spessissimi e non perdeva occasione per dare sfoggio di tutta la sua fragilità. Insomma, uno sfigato come tutti noi, diventato “super” quasi per caso, gentile cortesia di un piccolo disastro radioattivo.

Ben lungi dall’incarnare l’archetipo del guardiano notturno spietato e autoritario, il fenomeno Spidey evolse rapidamente in un piccolo caso editoriale, riuscendo a intercettare un pubblico difficile da fidelizzare, ossia quello degli studenti delle scuole superiori e dei college americani che, osservando la quotidianità di Peter, i suoi dilemmi così simili ai loro (il college, il lavoro precario, una distribuzione di ricchezza troppo diseguale, lo spauracchio dell’Atomica, l’interventismo militare) ebbero finalmente la possibilità di immedesimarsi a pieno con un personaggio che sprizzava gracilità e goffaggine da tutti i pori, imperfetto fino all’ossessione e caratterizzato da una naturale propensione all’errore.

Quel sedicenne si chiamava Peter Parker e, oggi, è entrato a pieno titolo nella quotidianità di tutti noi – siate sinceri: sareste in grado di immaginare un mondo senza Uomo Ragno? Nel 2022 Spider–Man ha spento la sessantesima candelina: per l’occasione, lo sceneggiatore Marco Rizzo e il giornalista Fabio Licari hanno realizzato un volume inedito per ripercorrere la storia del Ragno – Spider-Man. 60 stupefacenti anni, edito da Panini – e fornire, per quanto possibile, uno strumento utile per avvicinarsi alla – sconfinata – quantità di storie (a fumetti e non) dedicate al personaggio di punta di casa Marvel. Abbiamo intervistato Rizzo e Marco Lupoi, direttore di Panini Comics Italia, per ripercorrere la storia editoriale del personaggio più amichevole, empatico e adorabile dell’intero pantheon supereroistico mondiale. Una storia iniziata sessant’anni fa grazie a un colpo di genio targato Stan Lee e Steve Ditko, atto di fondazione di un nuovo paradigma in cui i superpoteri venivano umanizzati fino all’estremo, finendo per rappresentare una specie di metafora amplificata dei dolori della crescita.

Vi ricordate il vostro primo incontro con l’Uomo Ragno?
M. Lupoi: Me lo ricordo benissimo! Avevo sette anni: andai da un mio amico delle elementari che aveva alcuni albetti tra cui un numero di Amazing Spider–Man, Schiacciare il ragno, in cui Peter veniva rimpicciolito e trasformato in un minuscolo ragnetto. Era una storia “super strong” per un bambino, piena di pathos e con un carico di violenza a cui non ero abituato, condita da un Mysterio gigante che le provava tutte per calpestarlo. È iniziato tutto in quel pomeriggio d’inverno.
M. Rizzo: Essendo di un’altra generazione, l’ho conosciuto in maniera decisamente più rocambolesca e casuale: quando avevo cinque o sei anni, trovai un albo gigante dell’Uomo Ragno in una di quelle buste a sorpresa che si trovavano in edicola. L’innamoramento, però, arrivò un po’ dopo, verso i nove anni, quando mio zio, che era un appassionato di fumetti, per natale decise di regalarmi una decina di scatole pieni zeppi di albi dell’Editoriale Corno, che sono diventati l’ossatura della mia collezione. Anche quello che faccio come oggi, sia come editor di Panini che in quanto contributor per Disney, è dovuto, in buona parte, a quel tipo di cultura divulgativa che il direttore (Lupoi, nda) portò in Italia. Anzi, per fortuna, da noi si fece addirittura uno sforzo ulteriore: basti pensare alle note contenute negli albi della Star Comics (che, ad esempio, negli albi americani non sono mai esistite) che contenevano tutti i retroscena tecnici, le biografie degli autori e i legami di continuity tra le varie storie.

Io, personalmente, ho iniziato a “ragnizzarmi” leggendo il celebre ciclo di J. Michael Straczynski e John Romita Jr… bei tempi.
M.L.: Pensa che, anche se sembra ieri, dall’uscita di quelle storie sono già passati vent’anni; ed è buffo che, ancora oggi, è percepito come l’Uomo Ragno moderno più “entry–level”, quello da cui faresti cominciare chiunque.

Ricordate come il pubblico italiano ha recepito, per la prima volta, questo personaggio totalmente disfunzionale rispetto ai propri colleghi, sensibilissimo a quelli che erano i bisogni e le fisime (politiche e non) dei giovani del tempo?
M.L.: In generale, il grande cambiamento della Marvel è stato lo svecchiamento dei personaggi. Non più uomini di mezza età irraggiungibili, ma ragazzi straordinariamente ordinari: Peter faceva il liceo, e i suoi problemi erano quelli che qualsiasi adolescente, prima o poi, avrebbe dovuto affrontare. Era un personaggio in totale controtendenza rispetto a buona parte dei suoi colleghi: prendiamo, ad esempio, Ironman, che era un venditore di armi e, quindi, un personaggio con cui i lettori della Marvel sarebbero entrati meno in empatia – adulto, capitalista, guerrafondaio negli anni del Vietnam: un disastro!. Era inverosimile che i movimenti studenteschi contrari alla guerra potessero riconoscersi in un personaggio del genere: con Peter, il quadro è cambiato fino al punto che i liceali e gli studenti del college hanno finito per trasmutarsi nello zoccolo duro dei lettori della Marvel.
M.R.: Esatto, la cosa interessante è proprio che i superproblemi di Peter Parker sono superproblemi ordinari. Mentre Daredevil è non vedente, Stark ha problemi di cuore e Thor è zoppo, quelli di Peter sono i demoni personali di ogni giovane lettore: arrivare a fine mese, pagare le bollette, l’affitto, la ragazza che ami da sempre ma che non ti si fila e quell’elemento “da soap opera” che ha contribuito a rendere Spidey un teenage drama alla portata di tutti.

Che ruolo hanno avuto le matite di Ditko nella consacrazione di Spider–Man come caposaldo della cultura pop?
M.R.: Un aneddoto che abbiamo riportato nel libro con Fabio Licari è che, inizialmente, la prima scelta per disegnare l’Uomo Ragno era ricaduta su Jack Kirby, il braccio destro di Stan Lee; il problema è che Kirby aveva un tratto molto potente e, quindi, i suoi personaggi erano più simili a dei semidei mascelloni dotati di muscoli di ferro, i classici eroi poderosi che bucavano le pagine. Da questo punto di vista, Ditko ha fatto tutta la differenza del mondo, conferendo al personaggio delle fattezze più longilinee, snodate e funzionali allo sviluppo dei canoni estetici adatti per un supereroe rivolto ai giovanissimi: fu un successo irripetibile.

Ma cosa ha significato la divisione del duo Lee/Ditko? Le manie di controllo di Stan, spesso raccontato come un perfezionista ossessionato dal monitoraggio attento di ogni fase del processo creativo, sono verità o leggenda?
M.R.: Non penso che Lee abbia mai avuto un’attitudine tirannica: semplicemente, era oberato di lavoro. Del resto, era l’editor capo e lo sceneggiatore di quasi tutte le testate. Non è un caso se ha coniato un nuovo metodo, il cosiddetto “metodo Marvel”, che consisteva nel raccontare la storia a voce al disegnatore che, in un secondo momento, consegnava le tavole complete, mancanti solo del lettering, allo sceneggiatore, che a quel punto avrebbe dovuto occuparsi soltanto della stesura dei testi, adattando talvolta la trama ai disegni – funzionava fino a un certo punto: in diversi albi, la mano invisibile di Lee, che spesso interveniva per chiarificare dei passaggi poco logici, è più che evidente. In ogni caso, i dissapori tra Lee e Ditko derivavano dal fatto che quest’ultimo avesse trasformato radicalmente Peter, calandolo nei panni di una specie di suo alter ego; e questo, ovviamente, andava contro l’idea dell’editor capo Lee che, com’era normale che fosse, voleva avere l’ultima parola.

Una delle eredità più visibili del lavoro di Lee e Ditko (ma anche di Romita Sr. poi) è l’incredibile pantheon di villain che hanno saputo sfornare, tutti quanti tirati in ballo ancora oggi e, tra l’altro, presentissimi anche nei vari adattamenti cinematografici.
M.L.: Vero, non ce n’è quasi nessuno che non sia, ancora oggi, chiamato in causa nello sviluppo delle storie. Goblin, Kraven, il Doctor Octopus, Lizard… nemesi in chiaroscuro e tridimensionali, che hanno difficoltà a individuare il confine che separa ciò che è bene e ciò che non lo è; peraltro, la loro non è mai una cattiveria fine a sé stessa: il loro agire affonda le radici in dei traumi ben delineati e impossibili da processare a pieno. Forse è per questo che non sembrano invecchiati neppure di un giorno.

Spider–Man è personaggio con un substrato politico più forte degli altri. Mi viene in mente il famoso caso del numero speciale dedicato all’11 settembre, che fu parecchio divisivo: c’era chi sosteneva che fotografasse alla perfezione la sensazione di smarrimento provata dal popolo americano in quei giorni e chi, al contrario, lo tacciò di eccessivo patriottismo.
M.R.: Sì, assolutamente: parafrasando Lee, l’Universo Marvel non è altro che «il mondo fuori dalla tua finestra», attinge a piene mani dall’attualità. Spider–Man, poi, è sempre stato connessissimo con la contemporaneità: negli anni della paranoia atomica, acquista i poteri dal morso di un ragno radioattivo; negli anni del Vietnam Flash Thompson, uno dei bulli che funestano Peter, si arruola per andare a combattere e fa rientro negli States completamente trasformato, con opinioni sensibilmente diverse rispetto a quelle che aveva prima di fare le valigie, senza contare tutte le storie che hanno toccato temi come la tossicodipendenza, la depressione, l’elaborazione del lutto. Per quanto riguarda l’albo dedicato all’11 settembre, bisogna tenere conto del contesto: lo mandarono in pubblicazione a un mese dall’attentato, un periodo di tempo troppo breve per elaborare un trauma collettivo di quella portata (aggiungiamoci pure che i disegni erano di Romita Jr., un newyorkese doc, uno di quelli che ha vissuto la tragedia in primissima persona).

Pensiamo anche al cinema: lo Spider–Man di Raimi ha rappresentato un punto di svolta, un nuovo modo di portare i supereroi sullo schermo.
M.R.: Affidare un personaggio come Spider–Man a un regista raffinato come Raimi, e con un budget assolutamente irrituale per l’epoca, è stato il là per generare tutto quello che è venuto dopo. Lo Spider–Man di Raimi ha cambiato le regole del gioco anche dal punto di vista delle risorse impiegate per la realizzazione del film: i fondi stanziati per realizzarlo hanno raddoppiato quelli versati per gli X–Men di Bryan Singer e, anche sotto il profilo della messa in scena, il solco scavato dal Ragno è incolmabile: se ricordi, nel primo film, gli X–Men indossavano dei giubbotti, mentre con Raimi sono arrivate le tute scintillanti di Goblin e il costume attillato e vistosissimo dell’Uomo Ragno. In definitiva, sì: è stato il primo blockbuster a tema supereroe.
M.L.: I film fatti fino alla fine degli anni Novanta, con una possibilità di agire in post–produzione molto limitata, si distaccavano per forza di cose moltissimo dai fumetti, che non erano ancora concepiti come un source material di valore. Con Spider–Man la matrice è diventata importantissima da ogni punto di vista, anche visuale: la gabbia di racconto della storia è diventata, finalmente, rispettosa delle sue origini.

Due parole sul nuovo libro?
M.R.: Nel 2019 Disney ha contattato me e Fabio Licari per scrivere un libro dedicato agli ottant’anni della Marvel: da quel volume in poi abbiamo continuato a produrre testi divulgativi, tra cui uno dedicato a Capitan America. Il volume ripercorre i sessant’anni del personaggio attraverso la sua storia editoriale: dalle prime storie create da Stan Lee a John Romita Jr., da L’ultima caccia di Kraven a Spider-Verse, da Gwen Stacy a Miles Morales. Grazie a interviste, retroscena e curiosità e con un ricco apparato formato da infografiche e immagini rare, abbiamo voluto creare una sorta di enciclopedia che non può mancare nelle librerie di ciascun appassionato che si rispetti.

Ultima domanda, questa volta per Marco Rizzo: a breve ti metterai alla prova come sceneggiatore di una serie regolare dell’Uomo Ragno. Vuoi anticiparci qualcosa?
È una serie di storie dedicata a tutte le età: la prima testata a ospitarle è Spider-Man Magazine, che in Inghilterra va avanti da più di quattrocento numeri ed è una delle più longeve del Regno Unito; ci saranno le classiche caratteristiche di Peter Parker, quelle lezioni su potere e responsabilità a cui ci ha abituati negli anni, ovviamente in un contesto moderno e nella speranza di parlare al più ampio pubblico possibile. Le ispirazioni sono decenni storie di fumetti: io sono molto affezionato al ciclo di Romita perché lo amo molto e apprezzo il suo lato glamour e soap–operistico. Ci troverete personaggi familiari, villain molto noti e un po’ meno, qualche guest star e delle tematiche importanti come, ad esempio, l’ecologia.