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“Soul”, parlare della morte senza essere tristi

Il nuovo film Disney riesce a parlare bene di un argomento tabù come la morte, rappresentandola in modo molto più profondo che come un trauma

Complice l’impossibilità di uscire e le festività natalizie il film Soul è stato molto visto e commentato anche (e soprattutto) per le sue tematiche, che secondo alcuni non sarebbero adatte ai bambini. D’altronde la morte è un tema che nonostante sia parte integrante dell’ambito umano ancora oggi rimane un tabù, di cui parlare è difficile e diventa quasi impossibile con i più giovani. Non parlandone, infatti, si ha la percezione che la si possa allontanare; il tema è così pieno di sfumature (anche oscure) che è facile spaventare oppure insozzarsi di retorica spicciola. 

Ma la Disney ha sempre trattato la morte nei suoi film – e da quando ha acquisito la Pixar ne ha fatto un mezzo narrativo e non solo uno snodo emozionale, come avveniva nelle vecchie produzioni. In film come Bambi, Red e Toby – Nemiciamici, Il re Leone e poi anche in Il viaggio con Arlo (già Pixar) la morte rappresentava il trauma del protagonista. La morte di Mufasa, il padre di Simba ne Il re leone, è stato un trauma potente, così come la morte della madre di Bambi nell’omonimo film – definita un’esperienza traumatica persino da Quentin Tarantino. La morte pertanto era mostrata nella sfumatura più dolorosa e straziante capace con la sua sofferenza di segnare in maniera indelebile i protagonisti e gli spettatori. 

In film come Coco e Soul invece la morte diventa parte integrante della storia, come mezzo per raccontare qualcosa che ha infinite possibilità in quanto non è tangibile né conosciuto, e pertanto permette la creazione di universi infiniti. Soul è un bel film, costruito in maniera perfetta (forse persino troppo) in cui un messaggio estremamente semplice e primitivo diventa un insegnamento – nella concezione e funzione didascalica che l’universo Disney ha sempre avuto anche quando, per il tono estremamente scanzonato, questo sembrava non esserci. La morte è il fulcro della narrazione e porta l’anima del protagonista a diventare la parte centrale della storia, e l’attaccamento alla vita e alle passioni riuscirà a destabilizzare quello che avviene dopo la vita spezzando un meccanismo sempre uguale. Il tema della morte viene trattato con una leggerezza capace di creare ilarità persino nella tragedia, che viene rappresentata dando una visione laterale a un argomento difficile da trattare.

Di Soul si può apprezzare, oltre alla grafica a tratti sperimentale e citazionista, il modo in cui tratta il rapporto tra esistenza e ossessione. Non parlerò del finale – su cui sarebbe interessante discutere – perché esiste un tema ancora più tabù della morte, e sono gli spoiler. Chi vive con un’ossessione sa che il “successo è passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo”, come diceva Winston Churchill, e il protagonista vive la sua ossessione come l’unica ragione per esistere e resistere, forse dimenticandosi di vivere. L’ossessione può diventare qualcosa di terribile, oppure l’unico salvagente per non affondare in un mare in tempesta. Ma il mare è imprevedibile e per alcuni rimane solo acqua, mentre per altri diventa un oceano immenso in cui affogare.