Rolling Stone Italia

Vivienne Westwood: la veggente anarchica della moda

Ha codificato l'estetica punk in USA e in UK vestendo New York Dolls e Sex Pistols, capendo in anticipo che vestiti e accessori non erano solo edonismo, ma forme di comunicazione sofisticate. Ascesa e declino di una designer ribelle con una profonda consapevolezza della Storia della Moda
Vivienne Westwood

Foto: David M. Benett/Dave Benett/Getty Images

C’è ancora qualcuno pronto a sostenere che il punk non sia stato inventato dagli americani ma dagli inglesi? A quanto pare, sì. E se questa folle teoria sta ancora in piedi non è solo perché ci sono dei professori di Goldsmiths che si ostinano a farsi le seghe nei cottage della Cornovaglia, ma soprattutto perché la gente quando pensa al punk non ne ricorda la sonorità (nata senza ombra di dubbio negli Usa), ma l’estetica colorata e dirompente, dadaista e liberatoria. In poche parole, se il punk fa parte dell’immaginario collettivo, è per merito di una signora che ha tradotto quella musica in capi d’abbigliamento: Vivienne Westwood.

Qualcuno l’ha definita la costumista del punk, ma la sua influenza è stata molto più profonda e radicale, così decisiva che è difficile crederci. Soprattutto se andiamo a vedere come tutto ebbe inizio, e cioè dal sodalizio con Malcolm McLaren. Sul finire del 1971, McLaren aprì a Chelsea Let It Rock, un negozio che vendeva tutto quello che poteva servire a un vero teddy boy: dischi, vecchie radio e vestiti. Ai vestiti, naturalmente, ci pensava Vivienne, che in quel periodo era la compagna di McLaren. Pochi anni dopo, i due si sarebbero ritrovati a New York, a vendere stivali in vinile rosso con tacco alto da uomo, direttamente dal bagagliaio della propria auto, ad alcuni dei musicisti più interessanti dell’epoca. Tra questi, i New York Dolls, di cui McLaren diventa una sorta di manager, prima ancora di inventare la boyband meno igienica della storia, un gruppo di grande impatto ma dalla vita breve: i Sex Pistols.

Malcolm McClaren, manager dei Sex Pistols, insieme a Vivienne Westwood (Foto: Getty Images)

Chiusa la parentesi americana, Westwood e McLaren tornano in Inghilterra con una credibilità alle stelle. Negli States i New York Dolls erano famosi solo nei 40 metri quadri di Manhattan, ma erano adorati dai giovani londinesi che ben presto cominciarono a fiondarsi a Chelsea per comprare i vestiti realizzati da Westwood. Nel 1974, infatti, il negozio aveva voltato le spalle ai teddy boys: era stato ribattezzato SEX e aveva iniziato a vendere armamentario fetish, spille con Karl Marx, abbigliamento situazionista e T-shirt in avanzato stadio di decomposizione. È in quel momento che Westwood comincia a ridisegnare lo stile dei punk: una subcultura che non solo già esisteva, ma che era nata al di là dell’oceano. I primi punk, infatti, erano americani e vestivano in una maniera molto semplice: giacche di pelle e jeans stretti, come i Ramones. Nella visione di Westwood, invece, quella musica ha bisogno di accompagnarsi a look teatrali e vistosi: proprio come il disordine anticonformista che sarà alla base della creazione di McLaren, i Sex Pistols.

Malcolm McClaren insieme a Vivienne Westwood

Sulle prime gli americani non accettarono di buon grado questo cambio di casacca: loro non usavano né vestiti né capelli colorati. Per esempio, quando andava a comprare le sue sostanze proibite, Johnny Thunder dei New York Dolls preferiva vestirsi in modo molto discreto, mentre i punk inglesi erano conciati in modo da attirare attenzioni indesiderate. Tant’è che quando i loro colleghi americani li accompagnavano a fare scorribande nella Grande Mela, i poveri punk inglesi venivano corcati di botte. Ma nel giro di poco tempo Westwood riesce a imporre il suo stile che mescola in modo sublime la grazia classica di una ballerina con la preoccupante postmodernità di un cassonetto, le tinte vibranti del barocco a quelle di un posacenere, le tele di Fragonard a scandalose foto di omosessuali di San Francisco di cui oggi riconosciamo l’importanza.

Le sue creazioni non sfilano sulle passerelle di Parigi, ma sui palchi dei peggiori locali del mondo, grazie a dei testimonial d’eccezione come i New York Dolls e i Sex Pistols, due band che di fatto incarnano le prime due collezioni di Westwood. Per creare simili partnership, oggi uno stilista dovrebbe avere alle spalle una multinazionale francese del lusso. Westwood ha fatto da sé, a differenza di tanti designer contemporanei che – coadiuvati da costose agenzie di comunicazione – sono disposti a sputtanare le loro creazioni elemosinando l’attenzione di musicisti scarsi. E peggio ancora, di influencer di moda. Per colpa di quest’ultimi, il fantasma di Karl Lagerfeld – il Piero Angela degli stilisti – non ha un attimo di tregua, e si ritrova con una fitta agenda di impegni come quella di Madeleine Albright.

Johnny Rotten leader del gruppo punk “The Sex Pistols”

Ma il vero capolavoro della coppia McLaren-Westwood furono i Bow Wow Wow, un gruppo inglese di new wave ideato da McLaren nel 1980. È lavorando su questa band che i due arrivano alla perfetta sintesi estetica di musica e look. Nel loro primo disco, See Jungle! See Jungle! Go Join Your Gang Yeah, City All Over! Go Ape Crazy! (1981), tutti i brani, inclusa la geniale cover di I Want Candy, che gli Strangelove avevano lanciato nel 1965, poggiano su un beat creato da venticinque percussionisti Ingoma del Burundi e registrato per la prima volta nel 1967 da due antropologi francesi. Il disco ottenne un buon successo di pubblico, fece colpo sulla critica – che apprezzò molto l’idea dei ritmi di base e la copertina ispirata a Déjeuner sur l’herbe di Manet – e sconvolse i musicisti dell’epoca. Leggenda vuole che gli Adam and the Ants, entrati di soppiatto nello studio di registrazione dei Bow Wow Wow per capire cosa stessero combinando, ascoltarono il disco di nascosto e si dissero: “Siamo rovinati”.

I Bow Wow Wow sono la collaborazione più riuscita tra McLaren e Westwood, perché in quel momento lo stile di Vivienne ha raggiunto la piena maturazione, ma non è ancora entrato nel mercato di massa come sarebbe successo di lì a un decennio. Westwood era nel pieno della sua creatività, si era affrancata dall’egemonia bianca (e maschile) della coolness occidentale e aveva colto lo zeitgeist: la visione di una coolness universale e cosmopolita, come la sua Londra.

Nella mia vita, Vivienne Westwood ci è entrata grazie alla musica. Erano gli anni del collegio, che per me furono un periodo di isolamento culturale. Tutti i miei coetanei ascoltavano il rap, mentre io ascoltavo solo new wave. Ricordo che il primo compact disc che comprai fu The Great Rock ’n’ Roll Swindle dei Sex Pistols, disco che avrebbe dovuto essere la colonna sonora di Who Killed Bambi?, un film mai completato, passato per le mani di Roger Ebert e Russ Meyer, ma che arriverà in sala grazie alla regia di Julien Temple, col titolo – appunto – di The Great Rock ’n’ Roll Swindle. Potevo scegliere tre le cose più fighe del momento o optare per un classico come Mozart. E in quegli anni, per me, il classico erano i Sex Pistols.

Nei primi anni Novanta, arrivato in Gran Bretagna, ho cominciato a capire le contraddizioni alla base dell’estetica di Westwood. Grazie al successo delle sue creazioni, l’attivismo politico e l’anarchia erano finiti negli stessi negozi che vendevano i twinset di cachemire e i piatti col profilo della regina. Questo paradosso esplode il 15 dicembre 1992, quando Westwood si reca a Buckingham Palace per ricevere il titolo di OBE da Elisabetta II. Ma per tener fede alla sua indole punk, Westwood si presenta senza mutande. Una scelta che, anziché creare scandalo, divertì la sovrana.

Secondo alcuni, l’ambivalenza che permeava l’estetica di Westwood smise di essere problematica nel pieno della Cool Britannia di Tony Blair: un periodo in cui molti contrasti sociali vennero appiattiti in cambio di una sensazione di generalizzato entusiasmo. Nel mio piccolo posso testimoniare che avevo quattordici anni quando comprai un paio di tacchi a spillo in vinile in un mercatino di Londra: per la commessa era una cosa del tutto normale. Ci ho messo un po’ a capire che quei tacchi non erano pensati per camminare, ma per fare roba sadomaso a letto. Li ho indossati molto raramente, giusto a qualche festa, eppure ne sto ancora pagando le conseguenze ortopediche.

E mentre io mi affannavo su quei tacchi, anche Westwood comincia a mostrare la corda. Negli anni Novanta, infatti, i suoi design si fanno ripetitivi e semplificati, come se stesse puntando tutto sui suoi cavalli di battaglia. È il caso dell’orb, il globo crucigero, un antico simbolo regale che Westwood ha personalizzato cingendolo con un cerchio che lo avvolge come gli anelli di Saturno. L’orb era nato come sintesi dell’estetica di Westwood, una mescolanza di tradizione e innovazione, ma negli anni Novanta diventa a tutti gli effetti un logo ripetuto all’infinito, buono per decorare magliette e cappellini.

Diventata un fenomeno di massa, Westwood deve tagliare i ponti con buona parte della sua produzione originale, decisamente poco politically correct: niente più maglietta con Topolino che si fa una pera, niente più maglietta con la svastica (fatta per criticare l’appoggio di Thatcher a Pinochet, ma vallo a spiegare…), niente più stampe di cowboy superdotati che sembrano presi da Tom of Finland e invece sono frutto della fantasia di Jim French, un gigante dell’arte queer. E questa piega “sanificatrice” ben presto danneggia la credibilità delle sue creazioni, anche da un punto di vista tecnico. Quando Westwood diventa un marchio di massa, infatti, ci si accorge che gli standard qualitativi dei suoi abiti sono piuttosto modesti. E gli inglesi stessi, a quel punto, cominciano a voltare le spalle al marchio. «Se vuoi la qualità» dicono i londinesi più esigenti, «meglio andare da Prada». Anche se, ironicamente, si possono vedere tracce di Vivienne in molte creazioni di Prada, tra cui gli epocali pantaloni a pinocchietto.

Westwood si era già guadagnata un posto nella storia della moda, ma da quel momento in poi la sua stella ha perso luminosità. Avrebbe dovuto diventare una couturier e risollevare le sorti di una prestigiosa casa di moda, un po’ quello che per Dior stava facendo John Galliano (influenzato da Westwood più di chiunque altro), e invece cominciò a dedicarsi a tempo pieno alle battaglie ambientaliste al fianco della sua grande amica Pamela Anderson: nel 2009 la fa sfilare con abiti ispirati all’arte di Mantegna e ai perizomi di Gesù Cristo, mentre per la sua campagna 2017 le fa indossare una balla di fieno.

Parigi – 6 marzo 2009, Pamela Anderson e Vivienne Westwood durante i saluti finali della sfilata di Westwood (Foto: Getty Images)

E forse sono state proprio queste uscite al limite del nazional popolare ad aver offuscato la reputazione di Vivienne Westwood nel mondo della moda. Questo però non vuol dire che si possa trascurare il suo enorme contributo all’evoluzione dello stile, non solo dal punto di vista dell’épater le bourgeois, ma anche da quello puramente tecnico e sartoriale: la gente non si rende conto quanto siano state influenti le sue proporzioni, i tagli dei suoi pantaloni, dei suoi golf, delle sue camicie. Westwood è sottovalutata perché in tanti vedono in lei solo una ribelle che faceva abiti variopinti, senza rendersi conto che poteva permettersi di scardinare ogni regola proprio perché, dietro ogni sua creazione, c’era una profonda consapevolezza della Storia della Moda, da cui era sempre in grado di ripescare modelli dimenticati per poi riprodurli con stampe dissonanti, facendoli così diventare simboli di un culto compreso da pochi.

Sminuire il valore di Westwood confinandola al ruolo di costumista del punk è una follia antistorica, perché la sua influenza è ancora molto presente. Basti pensare che, come mi ha raccontato una giovane stilista, stanchi di essere copiati da chiunque, i responsabili dell’archivio Vivienne Westwood hanno deciso che i loro modelli si possono visionare solo per pochissimo tempo, per evitare che l’ennesimo designer di passaggio possa fare reverse engineering e rubare le idee alla base del cartamodello originale.

Foto: Victor VIRGILE/Gamma-Rapho via Getty Images

Oggi l’archeologia e lo studio dei media ci hanno confermato che vestiti e accessori non sono solo superficiali manifestazioni di edonismo, ma codici e forme di comunicazione molto sofisticati, come le collane di conchiglie che le donne africane usavano nell’antichità. Westwood questo concetto lo aveva già colto in pieno e le sue creazioni lo dimostrano: i vestiti per lei erano comunicazione e non un modo per rendersi più attraenti o per suscitare invidia.

Pur rifacendosi al barocco di Boucher e Fragonard, Vivienne era la più semplice dei grandi nomi della moda internazionale, grazie al suo stile apparentemente contorto, ma in realtà molto diretto. Per apprezzare i suoi abiti non serviva osservarli a pochi centimetri di distanza: potevi goderteli anche dalla piccionaia. Dove, per altro, rischiavi di ritrovare Vivienne in sacco a pelo che aveva deciso di trascorrerci il weekend.

Iscriviti