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Vi dico la mia sui Måneskin e Sanremo

Certo che i Måneskin fanno rock, anche se il loro linguaggio è pop. Lontani dai nerdismi indie, esprimono rabbia in modo credibile e funzionale al successo. È il rock che vince perché sa comunicare

Foto: Michele Piazza

Mio figlio fra ieri notte (domenica 7 marzo ore 2.30) e stamane (domenica 7 marzo ore 11) ha commentato con me, con entusiasmo, la vittoria dei Måneskin a Sanremo. Due intense tranche inframmezzate dal limbo del magheggio ipnoinduttore di Morfeo, con whatsapp pieni di quella specie di calore che in genere nelle nostre conversazioni via cellulare manca: un po’ per il copione da lui seguito con l’istinto che gli arriva dall’essere 22enne e un po’ perché spesso il contenuto dei messaggi non ha in sé le caratteristiche giuste per far deflagrare un’appassionata adesione a un confronto di crescente coinvolgimento. Che c’è invece stato fra ieri notte e stamane.

Gli stessi tenori (stesse caratteristiche, competizioni diverse) si erano avverati alla finale di X Factor (un inviluppo appassionato di commenti fino al rush finale), e, un anno prima, con il talent di The Voice, dove lui aveva dei motivi assai comprensibili per provare una “sana rosicanza”, tanto devastante quanto premurosa e vera, nei riguardi di un amico “competitor” (amico nella vita reale intendo dire) che stava andando alla grande in quel programma, mentre lui guardava da casa corroso da quella voglia di farcela frustrata dall’impotenza di non star riuscendoci. (Gli scrissi più o meno così: «Caro Enrico: è normale avere questa frenesia che ti mangia le viscere. È indicatrice di una passione che so riconoscere e quasi rivivere: quando ci stavo provando io e vedevo altri farcela, sentivo il peso di una soverchiante ingiustizia apocalittica nei miei riguardi, e pativo pene infernali che potevo attenuare solo dandoci di più, e di più ancora, per dimostrare al mondo intero qual era il mio valore. Prendila così, accetta questo tuo dolore attuale, non gufare contro il tuo amico, sii, se puoi, felice per lui, e lotta ancora di più per te stesso, fin da domani. È tutto normale e sano quello che ti sta accadendo»). (Uhm… non credo di aver usato “soverchiante” e nemmeno “apocalittica”… lasciatemi giocare con la memoria, che si prende gioco di me a sua volta).

Quello che mi stupiva e non cessa di stupirmi è questo incredibile attaccamento alla faccenda della competizione. Al concetto della gara. È un ingrediente che fra tanti rappresenta bene il distacco generazionale fra due concezioni di musica: la mia, agganciata a un puro ideale artistico che sa fare a meno con sfacciata consapevolezza della performance muscolare finalizzata al successo inclusivo del risvolto della ricchezza, e la sua, del tutto connessa a ciò che queste competizioni almeno in apparenza promettono, ovvero un successo immediatamente stellare fatto di subitaneo riconoscimento universale e euro a profusione, senza il flagello purgatoriale della cosiddetta gavetta e del lungo e lento percorso fatto di concerti spaccaossa in locali piccini, sporchi e disorganizzati. (Proveniamo, noi Marlene e affini, da una generazione votata all’idea della musica per la musica, e il riuscire a diventare dei tipi che con essa semplicemente ci vivono, è sempre apparso motivo necessario e sufficiente per dedicare un’intera esistenza a questo obiettivo, in verità pericolosissimo in età avanzata, quando il redde rationem porge il suo conto in termini di pensione mancata e di diminuzione progressiva delle energie fondamentali per creare e performare al meglio delle proprie risorse psico-fisiche, necessarie a fronteggiare la desolazione della pensione mancata… ma oddio, per ora sono ancora giovane… e poi, certi vecchietti sul palco…).

Ma tant’è: mio figlio si emoziona al successo dei Måneskin. E io gli chiedo: «Ma come? Non hai sempre snobbato il rock?», e lui: «No, certo rock ora mi piace, e loro li rispetto un casino. Hanno saputo essere più forti di Fedez e della Ferragni». E io, ingenuamente: «Guarda che ti confondi: era con la Michielin, Fedez…», con tanto di emoticon che si sbellica dalle risate. E lui, paziente con la mia dabbenaggine: «Ma lo so, ma la Ferragni a un certo punto è intervenuta via social e ha chiesto alla gente di votare per loro. E i Måneskin sono stati più forti dei social»… E da qui la mia mente ha saputo, banalmente, tessere le fila del ragionamento che non coglievo, e ricordarsi, peraltro, di un commento intercettato su qualche social, dove appunto si diceva che finalmente per una volta non avevano vinto… i social. Ma allora a questo punto ho rilanciato, e senza nessun particolare desiderio di ribaltare il senso di quello che mi stava comunicando lui, ho scritto: «Beh, anche i Måneskin hanno avuto un endorsement da paura», e gli ho girato il post di sorprendente entusiasmo di Vasco Rossi sui suoi social.

Ora, voglio precisarvi che mio figlio è… mio figlio. Cioè è figlio di un musicista rock dai gusti piuttosto spigolosi, uno che gli ha fatto ascoltare la ogni in casa quando si viveva insieme (e quando era nella pancia e si sollazzava nel liquido amniotico si subiva il mio mood del momento, fra Luciano Berio, Alban Berg, Giacinto Scelsi, Alfred Schnittke, Olivier Messiaen, Paul Hindemith, dischi ECM e amenità simili), e sa che c’è il rock dei Måneskin e il rock che ha nutrito suo padre, e sente, conseguentemente al mio sentire, quella sottile/enorme differenza che passa fra un prodotto dalla natura commerciale, come quello dei Måneskin, e un altro ben lontano dallo sfarzo sfacciato delle produzioni che “devono” cercare di vincere quasi a tutti i costi (perché sapete: se i Måneskin vanno a Sanremo, dietro c’è un team da Formula 1 che fa sì che tutto sia studiato a tavolino – non è un disvalore a priori questo, sia ben chiaro – e che dunque anche l’aggressività messa in scena sia funzionale al successo commerciale, e non invece a una rabbia genuinamente fine a se stessa, giacché sarebbe la causa inevitabile del distacco istintivo e repulsivo di un pubblico di massa ben poco avvezzo a questo tipo di sincerità denudata dell’artificio est-etico dello show business).

Assolto dunque mio figlio a prescindere, che può ascoltare il cazzo che gli pare e io non avrò mai nulla da ridire (semmai qualche smorfietta di presa in giro bonaria), mi sono ritrovato coinvolto in tre cose che riguardano i Måneskin, di cui so tre cose in particolare (più altre di sfuggita, più il fatto che sono una band di grosso successo): 1) sono andati molto bene a X Factor capitanati da Manuel Agnelli 2) hanno fatto un pezzo che ci nomina in parte (e dai su, un po’ di ironia…) 3) hanno vinto Sanremo (e li ho visti!, come ho visto tutto Sanremo).

E quali sono le tre cose in cui mi sono ritrovato coinvolto? Una in realtà non riguarda me, ma Laszlo de Simone. Sembra ci sia una faccenda di plagio in mezzo (un pezzo di Anthony-Laszlo ha un ritornello che somiglia molto a quello dei Måneskin, anche se è vero il contrario, ma ormai avevo costruito la frase partendo da A-L), ma a mio parere non si tratta di plagio, semmai, se proprio si deve, di influenza (tenete sempre a mente Picasso: «i bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano», dove non si condanna nulla in merito al prendere dagli altri. O si copia o si ruba, tertium non datur. Perché è così: noi artisti ci citiamo, ci rubiamo a vicenda, ci lasciamo ispirare da ciò che ci piace, lo prendiamo e lo mutuiamo nel nostro linguaggio trasformandolo. Tutti lo fanno. E se non vi basta Picasso cercatevi una certa risposta di Nick Cave nel suo Red Hand Files).

Ovviamente il concetto del plagio esiste, e si manifesta quando una cosa è uguale a un’altra: a me quei due ritornelli non sembrano uguali, hanno elementi di somiglianza. E “sono fuori di testa”, per dire, l’ho scritto anch’io nel 1992 in un pezzo uscito in Catartica nel 1994, e credo di averlo cantato in un modo che potrebbe far pensare che i Måneskin ne siano rimasti influenzati (sarebbe bello no? Come Salmo, quando cita La canzone che scrivo per te e canta il ritornello a cappella nei suoi concerti prima di introdurre il pezzone che gli ha regalato la gloria): “sono fuori di testa” è una frase che ben si addice a un rocker ventenne incazzato col mondo. Ebbene: Laszlo mi ha confessato che a un certo punto ha cominciato a subire parecchie pressioni affinché facesse qualcosa (tipo accusarli e stanarli e denunciarli eccetera), e siccome mi sono imbattuto nel suo post fermo e elegante che respinge al mittente queste pressioni, sono intervenuto fra i commenti a esprimere concordanza e eccitato apprezzamento per il suo invito a smetterla di bullizzare dei giovani (i Måneskin). In questo senso dunque mi sono ritrovato coinvolto.

Poi, la seconda cosa per cui mi sono ritrovato coinvolto: una ammiratrice di MK via IG mi ha chiesto cosa pensavo dei Måneskin e della loro «concreta qualità musicale» (si percepiva chiaramente che lei facesse parte di coloro che non li osannano, e adduceva motivi – spero che non me ne voglia se li riporto – tipo «il frontman ha una spocchia manco fosse la reincarnazione di Cobain», tirando in mezzo l’umiltà come valore). Infine, la terza: sempre sul mio IG un nostro fan si è reso portavoce di ipotetici “molti” (?!?) che, a suo dire, si attenderebbero un mio parere sui Måneskin (!!??), che non nomina, limitandosi a chiamarli «i vincitori di Sanremo», e «sul rock che torna a vincere»(immagino vi sia evidentemente un dibattito su questa cosa).

Come vi ho scritto all’inizio, questo post è stato impostato lunedi. Avevo intenzione di parlare di certe dinamiche legate ai nuovi modi della musica, delle influenze dei social partendo dal confronto generazionale con mio figlio preso come paradigma per esporre tali differenze a livello “universale”, e poi, sul finire, fare un accenno rapido a Sanremo, giacché era grazie a Sanremo se gli scambi con mio figlio mi avevano portato a certe riflessioni. L’articolo, fino a “est-etico dello show business”, è quello che avevo scritto lunedì, ma ora ha preso un’altra piega, e mi ritrovo a parlare dei Måneskin perché nel frattempo sono successe ste tre cose che vi ho detto. E allora mi son detto: ma sì…

Dei Måneskin a me frega poco o nulla. Ma non perché li snobbo, semplicemente perché ascolto altro. Ultimo mio disco ascoltato? I Black Country, New Road (sì, si chiamano così): se amate certo post rock tipo Slint, Karate, June of 44, The Sea and Cake, ve li consiglio. Sono un gruppo nuovo, questo genere da tempo ormai non è la mia cup of tea, ma mi sono imbattuto in loro e mi sono piaciuti (a parte il pezzo che apre il disco: se non vi gusta passate al secondo, da lì in avanti diventano nerd come si conviene al genere di riferimento).

I Måneskin fanno rock, non fanno rock? E cosa vorreste che facessero se non rock? Certo che fanno rock. Anche se è pop. Tutto il loro linguaggio è pop. Il modo di comunicare che hanno è innestato nel linguaggio televisivo, da cui dipendono e che sanno sfruttare alla grande (sono dei vincenti nel modo che vi ho spiegato più volte qua coi miei precedenti articoli, mentre tutto il rock che non sa comunicare in un certo modo e resta ancorato ai suoi “antichi valori” è perdente… sto parlando dal punto di vista della remunerazione eh). Nulla di concettuale in quello che fanno: solo una cura estetica precisa, mirata, calibrata al meglio. Niente “presimalismi”, nessun disagio esistenziale realmente disturbante. Sono figli di questo tempo, e stanno sulla parte vincente della forbice. Il loro rock lo fanno bene, nel senso che lo suonano bene, hanno un loro sound, sono cazzuti sul palco, hanno stile, e non poco. Virano verso un’attitudine glam, stanno lontani anni luce dal nerdismo dell’indie rock (di cui non credo gli importi nulla e nemmeno conoscano, e non vedo perché dovrebbero) e sono attitudinalmente un po’ crossover, ma col retrogusto Led Zeppelin via Greta Van Fleet in sottofondo (una formula fra centinaia nel mondo da quando esistono i Led Zeppelin). Sono un prodotto di natura commerciale, macinano successi, ammiccano al mainstream, lo cercano, lo trovano, e probabilmente questa è la loro più grave “colpa”, che provoca diffusa rosicanza. Molti musicisti italiani si sono espressi a favore di loro dopo l’esibizione sanremese, perché, da musicisti, sentono, come sento io, che questi qua spaccano. Non è da tutti andare sul palco dell’Ariston e fare la cosa giusta: loro l’hanno fatta. Hanno espresso una rabbia credibile (ma funzionale al successo, sia chiaro, dunque credibile nel suo artificio ineludibile), l’hanno resa con una estetica adeguata, ognuno di loro è personaggio a sé (adoro il chitarrista: che tipo assurdo è?). Il timbro dei loro strumenti è rock, il beat lo è, il suono è impostato su basso-chitarra-batteria, i riffoni sono quelli del rock di sempre, le ritmiche pure.

Questi sono tutti ingredienti rock. E fra gli ingredienti rock non capisco come mai per molti ci debba essere l’umiltà. Non me ne voglia la nostra ammiratrice, che esprimeva il suo concetto di rock fatto di valori ben precisi (che ben conosco e mi appartengono in maniera consustanziale), fra cui un modo non sopra le righe di porsi e una componente poetico-intellettuale preponderante (cosa vi ho lasciato intuire dei Måneskin poco sopra? Niente concetti difficili o deprimenti, solo gioventù e figaggine), ma, primo nome che mi viene a caso, dagli Oasis ci si sarebbe mai potuti aspettare umiltà? Umiltà dagli Oasis? Non vi pare che siano due termini in forte contraddizione? O dagli Stones da giovani?

Io proprio non colgo e non comprendo come l’umiltà debba essere un requisito essenziale di un artista (ci può essere e lo si può apprezzare, ma ci può non essere e non lo si può e non lo si deve disprezzare: il rock nacque trasgressivo e sfrontato, non umile) e il «se la tira» mi è sempre sembrata un’accusa generica e banale (ti prego, non volermene cara ammiratrice: in fondo non hai idea di quanti «Godano se la tira» mi son beccato nella vita qui in rete, diretti e indiretti, eppure io non me la tiro, e tu lo sai, e lo sanno i nostri ammiratori). Ma andare su un palco e “fare i fighi” è la quintessenza del rock: anche salire su un palco con la finta noncuranza di una attitudine nerd è un modo per “fare i fighi” sul palco. Come pretendere dunque di accusare i Måneskin di tirarsela? Sono giovani? Hanno ancora molto da dimostrare? Beh, intanto il pezzo che… hem … ci cita (“Marlena torna a casa“) ha 104 milioni di visualizzazioni su YouTube: garantisco che più di cento milioni di visualizzazioni a vent’anni non possono lasciare indifferenti. E 100 milioni di like qualcosa lo dimostrano, volenti o nolenti. Se la tirano? Se continueranno a avere successo avranno avuto ragione loro. Saranno l’ennesimo fuoco di paglia? Beh, potranno magari pentirsi un giorno di essersela tirata. E amen.

Mi si chiede poi un parere sul rock che torna a vincere. Boh. Lo ripeto, a me quel rock non piace molto, ma il pezzo non è per niente male (strofe ok, ritornello super, special più brutto che bello). Se contribuisse a far tornare voglia di rock e chitarre alla gente io non potrei che esserne felice assai. Accadrà? Non accadrà? Non ne ho la più pallida idea. Ma lo spero. Perché sperare conviene, come aver fede.

Vi piacciono i Pearl Jam? Vi entusiasmano gli Idles? Siete pazzi per i Fontaines DC? Adorate i Tool? Sbavate per i Mogwai? O per i Radiohead? O per Springsteen? O per i Foo Fighters? Sono cose diverse. Ma quante decine e decine di band nel mondo fanno quel rock che è pop alla Måneskin?

Ma insomma: mi sto un po’ stufando di parlare di queste cose. In realtà mi interessano abbastanza poco, e trovo queste polemiche sterili. Beati i Måneskin che fanno 100 milioni di like. That’s it.

Resta il fatto che non mi verrà mai in mente di mettermi su un loro disco, se non per qualche curiosità professionale (finora mai avveratasi): non ho tempo a sufficienza per ascoltare ciò che non mi interessa. Ma loro su quel palco mi sono piaciuti, perché potenti, nei modi e nel sound. (Ma lasciate che vi confessi una cosa: a me di certa potenza da tempo frega davvero nulla. Se c’è, ben venga, la apprezzo, sia nei gruppi che ascolto sia nelle musiche che i Marlene possono fare. Ma sono lontano anni luce dall’esigenza vitale di sentire un riff che grida, un cantante che urla, e una batteria che pesta… Come potrei se no amare Ghosteen o Skeleton Tree o You Want It Darker o American IV: The Man Comes Around o il resto che potete immaginare?).

Vi dico, se volete, le quattro cose che per motivi diversi fra di loro mi hanno regalato dall’inizio alla fine una emozione vera, che ha catturato la mia attenzione scuotendomi dentro fisicamente o spiritualmente. O, semplicemente, esteticamente. Madame (che tiro, che grinta, che autorevolezza, che sicurezza, che cazzimma, e che gran testo giustamente premiato dalla critica), gli Extraliscio (che divertimento di classe, che caciara ordinata, che deliziosi arrangiamenti qua e là, che stile il cantante a destra con la sua chioma nera impomatata e probabilmente tutta dipinta, quasi mai inquadrato da una regia surrealmente distratta, e che strepitoso stralunamento di Toffolo), Mahmood (lo so, non era in gara… però, mamma mia che bravura: sentendo lui ho pensato a gente tipo Moses Sumney, Frank Ocean, e tutto quel mondo di funk, hip hop e nu soul che tanto manda in brodo di giuggiole i critici musicali à la page. Ma siccome io di ste cose me ne intendo poco, faccio un passo indietro e dico semplicemente che Mahmood è stato strepitoso), e la cover di Tenco fatta dalla Vanoni (un sussurro in grado di far venire la pelle d’oca a un morto).

Altre emozioni sparse le ho provate qua e là: un ritornello efficace (quello dei Måneskin ad esempio è potente assai, e ve l’ho già detto, e lasciate stare i plagi), certe strofe, certi timbri vocali (la Michielin è davvero notevole, così come Arisa, e così come Noemi, ovviamente diverse fra loro), certe bravure a prescindere (a parte l’indiscussa Orietta Berti, certe “macchine da guerra” tipo Annalisa), gli sguardi teneri fra i Coma_Cose (con una canzone “alla Coma_Cose” che credo venga meglio in radio), la canzone Giudizi universali con un Bersani in gran spolvero, l’arrangiamento su Del mondo, con una chitarra “storta” degnissima di nota su quel palco, e l’interpretazione di Max Gazzè, qualche urlo deliziosamente rauco e ispiratissimo della Bertè, l’incredibile bravura di Matilda De Angelis, il sacrosanto sipario finale dello Stato Sociale sulla penosa situazione dei locali live di cui vi ho parlato qua, nel mio ultimo articolo per RS. Cinque o sei cose le ho trovate davvero brutte di un brutto inspiegabile, ma è solo una questione di gusti, e lo dico tanto seriamente quanto con rispetto per chi le ha prodotte e performante, di sicuro nel pieno del suo meglio in quel momento. Bravi Amadeus e Fiorello per tutto il lavoro che di sicuro è stato fatto: con le condizioni dettate dalla pandemia, le strane novità a cui si doveva soggiacere credo abbiano aumentato di molto la tensione performativa, e credo siano stati cinque giorni di vero massacro energetico. E poi altre cose meriterebbero il plauso di sempre: tipo gli orchestrali, e tutto quello che mi sto dimenticando.

Oltre alle emozioni, poi, ho razionalmente saputo riconoscere la bravura nella scrittura del pezzo per qualche tipo di fine ben preciso (catchy di sicuro): in questo senso, ad esempio, Colapesce e Dimartino, anche se quella spensieratezza, quel mood e quel sound non mi appartengono e non mi emozionano. Ne riconosco la “perfezione” formale delle intenzioni, ed è un gran pregio anche questo. E Willie Peyote per gli stessi motivi.

Noiosi i troppi siparietti: le serate si allungavano a dismisura e senza molto senso. Penosa la pubblicità, troppa e fastidiosa.

E insomma: in definitiva eccomi qua ad aver “commentato” Sanremo. Non l’avrei mai detto fino… a lunedì scorso. Forse il trovarmi coinvolto (seppur di passaggio) su Club House, invitato dagli amici di Rolling Stone, di Vanity Fair e da Stefano Fisico ha sdoganato un qualcosa che non è esattamente nelle mie corde: non amo le competizioni in musica, e ve l’ho già detto (e per favore, non chiedetevi perché ci andammo: a Sanremo si va a far promozione, e ci tornerei. Ok?), e non amo molto parlare in pubblico dei miei colleghi commentandoli. (E a sto punto mi chiedo: potrei mai fare il giudice di un talent, con queste preclusioni? Uhm… quello è un gioco, il giudizio “spietato” ne fa parte, e chi partecipa se lo aspetta come ci si aspetta di tutto da bambini quando si entra nel tunnel delle streghe alle giostre di paese: dunque eviterei di pormi quel problema pensando che i partecipanti se la sono cercata, e tenterei di giocare. Ma in fondo cosa c’entri tutto ciò non lo so… Cercavo una chiusura a effetto forse. Bau).

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