Un piccolo party non ha mai ucciso nessuno: le feste più assurde dei famosi | Rolling Stone Italia
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Un piccolo party non ha mai ucciso nessuno: le feste più assurde dei famosi

Organizzate per festeggiare il successo di un libro o l’anniversario della serie che li ha portati alla ribalta; per il gusto di presentarsi con dei cloni o animare una pompa di benzina. Perché una festa non ha mai mietuto vittime: piuttosto, con il dress code giusto, ha dato vita a un trend

Bianca Jagger alla sua festa di compleanno allo Studio 54, 1977

Foto: Rose Hartman via Getty Images

Sarà la primavera. Sarà che ora ci si può trovare con gli amici per far qualcosa fuori dalle mura domestiche senza che i carabinieri ci fermino per chiedere l’autocertificazione. Sarà che il mio compleanno si avvicina e mi sto già scervellando su cosa organizzare, con quante persone, dove, come, ma, soprattutto, perché. Sarà, sarà quel che sarà. Resta il fatto che ho voglia di fare festa e, dato che sono in questo stato d’animo e in cerca di ispirazione, ho deciso di prendere qualche spunto dai party che, negli anni, hanno organizzato loro: i famosi USA. In fondo, per organizzare una bella festa, pare basti avere il portafoglio a fisarmonica e l’ego con il diametro di un pianeta. In alternativa, anche un pene meccanico cavalcabile potrebbe essere un’idea.

Truman Capote e il Black & White Ball

 

 
 
 
 
 
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Che meraviglia dev’essere stato, chiamarsi Truman Capote e vantare il fatto di essere non solo uno scrittore formidabile, ma anche un animale festaiolo. Che meraviglia, trovarsi nella condizione di poter combinare le due cose, prendere le sale del Plaza Hotel di New York e dare vita a quella che oggi viene ricordata come la festa in maschera più glamour del XX secolo. È il 28 novembre 1966, e l’invito è stato accettato da 540 invitati, tra cui Mia Farrow, Frank Sinatra, Andy Warhol, Candice Bergen. L’occasione è il grande successo del romanzo A sangue freddo, e il party viene dato in onore dell’editrice di Capote, nonché vincitrice del Premio Pulitzer nel 1988, Katharine Graham. Dato che non posso offrire da bere a mezzo migliaio di persone né festeggiare la pubblicazione di un bestseller, da questo Black & White Ball potrei prendere spunto per il dress code: nero come l’inchiostro, bianco come le pagine di un libro. Veramente literary-glamour. Ma che, a pensarci bene, ormai mi fa venire in mente solo la mia adolescenza, e il dress code che era richiesto a certi eventi spacciati per eleganti nelle peggiori discoteche della Brianza.

Bianca Jagger e lo Studio 54

 

 
 
 
 
 
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A proposito di discoteche, lo Studio 54 negli anni ’70 era qualcosa di pazzesco. A pochi giorni dall’apertura, il Rodolex di Carmen D’Alessio (lo schedario della PR dello Studio 54) vantava già i contatti di tutto il jet-set con tanto di date di nascita, così che la D’Alessio potesse, in prossimità del loro compleanno, proporre una location talmente esclusiva che neanche per un tavolo al Dorsia (il ristorante di American Psycho) si è mai vista tanta selezione all’ingresso. Ed è proprio da una telefonata del genere che il 2 maggio 1977 è nato il party per il trentesimo compleanno di Bianca Jagger, moglie di Mick (vedi alla voce Rolling Stones). I numeri erano: un organizzatore (lo stilista Halston), una festeggiata, venti invitati, un cavallo. Proprio così, un cavallo (quello di Steve Rubell, uno dei due proprietari dello Studio 54), che a un certo punto comparve sulla pista da ballo, trascinato per la cavezza da un culturista seminudo coperto di glitter, mentre Bianca gli stava in groppa, di Halston vestita e con scarpe Manolo Blahnik. Un ingresso trionfale che varrebbe un pensierino, se solo non fosse per gli eventuali problemi con gli animalisti e l’antidoping. Nel dubbio, meglio tenersi buona la canzone scelta per tutto questo circo: Sympathy for the Devil, ovviamente degli Stones.

Elton John e il vestito da Luigi XIV

Non so. Certo, quello di Bianca Jagger è stato un bel modo di presentarsi ai propri invitati: ma… non so. Alla fine, non mi sembra nulla di che. Vuoi mettere fare il tuo ingresso vestito da Re Luigi XIV, con una parrucca alta un metro sormontata dalle miniature di una nave da guerra spagnola e di un cannone, mentre dei ragazzetti in toga ti aiutano a portare il lunghissimo cappotto di piume? Lì sì che l’effetto sorpresa è ai massimi livelli. Purtroppo per me, ci ho pensato troppo tardi. Nel 1997 c’è già stato qualcuno che ha avuto la mia stessa idea: Sir Elton John. Peccato avessi solo sei anni, quando lui si presentava così all’Hammersmith Palais per spegnere le sue cinquanta candeline. Magari terrò buona la cosa per quando sarà il mio turno. Magari, eh.

Puff Daddy e il White Party

 

 
 
 
 
 
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È il 1998 quando, oltre ai suoi ottomila pseudonimi (Puff Daddy, Puffy, Diddy, P. Diddy, e chissà quanti ancora), Sean John Combs può iniziare a vantare anche l’epiteto di «Gatsby dei tempi moderni». È infatti proprio in quell’anno che Puffy diventa, di fatto, non solo il re delle feste, ma soprattutto il padre fondatore del White Party, tanto che oggi mi stupisce non abbia una via dedicata a Forte dei Marmi. A detta di Paris Hilton (la fautrice del sopracitato epiteto), la prima festa negli Hamptons fu qualcosa di iconico: c’erano tutti, e questi tutti (suppergiù un millino) erano vestiti di bianco dalla testa ai piedi. L’effetto ottico era straordinario, tanto che qualcuno disse che «sembrava di essere entrati in un’altra dimensione». Che fosse accecato dalle coppole bianche? Non lo so, Rick. Quest’ultima testimonianza non mi convince. Meglio lasciar perdere la Versilia.

Alexander Wang e la pompa di benzina

 

 
 
 
 
 
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Potrebbe essere più a portata di mano optare per una pompa di benzina. Peccato che qui intorno non se ne trovino come quella usata da Alexander Wang per il Gas Station Party di quel settembre 2009. Che poi, diciamolo, non era una pompa di benzina qualunque, ma il Chelsea Car Wash. Ossia: un ex parcheggio, acquistato e convertito (ma in modo super cool, e per poco tempo) a effettiva gas station, autolavaggio e market, da quel Mazdack Rassi fondatore di quei Milk Studios, che stavano giusto giusto nel palazzo a fianco. E che, oltre alle produzioni audio, video, stavano lanciando anche una propria fashion week (MADE), in cui figurava il nome del nostro Alexander. La storia è semplice: Rassi chiede a Wang se vuole fare una festa e Wang dice di sì, a patto che non sia come le solite feste della Fashion Week, con gente pallosa che pensa solo a mettersi in posa. «Le persone devono essere prese bene, senza cazzi. Devono ridere mentre mangiano patatine e bevono birra in lattina, con tipo Courtney Love che si esibisce». Wang guarda Rassi, in piedi vicino alla pompa di benzina: «Ehi, che ne dici di farla qui, in questa roba che hai messo su, il Chelsea Car Wash?». «Bella», risponde Rassi. Considerata la disastrosa organizzazione, la festa poteva finire in tragedia. Se ciò non è successo, è solo perché, otto ore prima dell’evento, era giunto il capo del dipartimento dei vigili del fuoco a porre una semplice domanda: «Ma scusate, razza di idioti, queste taniche di benzina sono piene?».

Paris Hilton e il fuso orario

«Decisamente più organizzata», osserverebbe Alexander Wang commentando la festaiola in questione: la nostra Paris Hilton. Che per i suoi ventun anni, nel 2002, fa quello che vorrebbero fare tutte le ventunenni per il loro compleanno: spendere, spendere, spendere. E viaggiare di qua e di là. Paris è una delle poche che possono, e dunque: lo fa. Ma dato che è anche un’anima pia, decide di portare con sé i suoi amici per cinque giorni di feste, in cinque città del globo con cinque fusi orari diversi. Altro che taniche di benzina e possibili scene alla Zoolander (non l’ho detto io, la citazione è proprio di Alexander Wang). L’ereditiera prenota voli, alberghi, location, torte a gentil beneficio degli ospiti, sborsando qualcosa come 75mila dollari a capoccia. Per fortuna Diddy è un vero gentiluomo e paga per sé, confermando il suo essere il Gatsby dei tempi moderni. E poi ci sono io, che per i miei trent’anni ho offerto una cena. A Milano. Al Porteño. Un tavolo per cinque, sì, ma dividendo con la mia amica, che festeggiava con me.

Heidi Klum e i cloni

 

 
 
 
 
 
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Arrivati a questo punto, devo ammetterlo: essere al centro dell’attenzione un po’ mi imbarazza. Tipo ai compleanni, quando tutti sono lì per te, ti guardano e ti fanno foto. Per non parlare del momento dell’apertura regali: lì si innesca anche il toto-regalo, con gli altri che misurano il grado di apprezzamento in base alla più minuscola contrazione di uno dei tuoi trentasei muscoli facciali. Una buona cosa sarebbe trovare dei cloni, tipo quelli che ha ingaggiato nel 2016 Heidi Klum a mo’ di costume di Halloween (vagamente creepy, va ammesso). Cinque tizie alte come lei, vestite come lei, che sembrano proprio lei, anche grazie al trucco prostetico. E qui casca (il mio) asino: se le assumo pure io per il mio compleanno, con tutto quel silicone in faccia, come si mette col toto-regalo?

Mariah Carey e Mariah Carey

 

 
 
 
 
 
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Quanto potrei sembrare egocentrica se costringessi i miei invitati a vestirsi come me? E con “come me” intendo dire: “da me”. Di certo, quando sei una delle più grandi artiste di tutti i tempi e la tua canzone di Natale è da quasi trent’anni LA canzone di Natale, chiamarti Mariah Carey e dare una festa a tema Mariah Carey è qualcosa che va oltre l’egocentrismo: è qualcosa di inevitabile, che risponde quasi ai princìpi della fisica. Ecco che allora in quel 2016 avviene la magia: una villa sul lago di Como, quaranta persone vestite con gli outfit dei suoi video, Mariah Carey che interpreta Bianca (suo alter ego in Heartbreaker), e tutto l’evento ripreso per l’ottava parte del docufilm che non può che intitolarsi così: Mariah’s World. Se mai si scoprisse un pianeta che porta il suo nome, a questo punto non mi stupirei.

Miley Cyrus e Hannah Montana

 

 
 
 
 
 
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Nel caso di Miley Cyrus, quale alter ego migliore dell’indimenticabile Hannah Montana? Lo ammetto: adoravo la serie. C’era una Miley adolescente che interpretava praticamente sé stessa, che andava a scuola e viveva come una ragazzina qualunque. Poi, boom! Parrucca bionda in testa, e la ragazzina qualunque diventava la mitica Hannah Montana, popstar galattica. La serie nel marzo 2021 festeggia quindici anni dalla prima messa in onda, e chi meglio può festeggiare l’anniversario, se non Miley Cyrus in persona? E quale tema proporre, se non quello di Hannah Montana? Forse io sono fuori tempo massimo per dare una festa del genere, ma accidenti, quanto vorrei tornare per un giorno ai miei dodici anni per indossare una bella parrucca bionda e piazzare la sua faccia ovunque. Purtroppo è più facile che mi trovi a qualche addio al nubilato, con la sposa su un toro-pene meccanico cavalcabile. Tipo quello che è stato installato in un locale a Los Angeles per i ventidue anni di Miley. Per fortuna, nel lontano 2014, Hannah Montana era già morta e sepolta.

North West e la poop-emoji

Quel 15 giugno 2021 ti sembra che vada tutto bene, poi arriva il messaggio da Kim: «Oggi North West compie otto anni, siete invitati alla sua festa. Ci sarete?». Figata! Ci pensi? Magari è una roba tipo il Kidchella, la festa che i coniugi West avevano organizzato per il primo compleanno di North. Poi arriva il secondo messaggio, questa volta di Kanye: «Puoi dire qualsiasi cosa fintanto che metti la giusta emoji alla fine». Non capisci: che vorrà dire? Così vai alla festa, e ti rendi conto che la giusta emoji, per North West, è la poop-emoji, aka la cacchina sorridente. Che, come tema per un party di bambini, dev’essere una cosa super divertente – mia figlia, per esempio, si sbellica dalle risate quando sente la parola «cacca» –, forse per l’organizzatore un po’ meno. Palloncini, torta, borse brandizzate poop-emoji. Di sicuro può essere una buona idea per i cinque anni di mia figlia ma, ahimè, essendo nata a fine luglio dovremo abbandonare il pezzo forte: la tuta di ciniglia marrone, con cappuccio-cacchina sorridente. Ed è un peccato. Un vero peccato.