Trattatello definitivo sulla violenza tra tamarri | Rolling Stone Italia

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Trattatello definitivo sulla violenza tra tamarri

Nella nuova puntata della rubrica dello Sgargabonzi su 'Rolling Stone', il racconto di una guerra mondiale ristretta fra due persone muscolose a Milano Marittima, nel 1992

Foto via Unsplash

Milano Marittima, agosto 1992.

Me la ricordo bene quell’estate. Era appena uscito Italyan, Rum Casusu Cikti, il secondo album di Elio e Le Storie Tese e io l’avevo comprato in cassetta tarocca da un vucumprà col fez. Ascoltandolo con la tracklist in mano, notai subito che mancavano due pezzi: Essere Donna Oggi e Urna. Col senno di poi mi sono chiesto come mai la malavita abbia
scelto di eliminare proprio quelle due canzoni per far rientrare il disco nella classica musicassetta da 47 minuti. Se Toto Riina se l’è ascoltato tutto prima, se Provenzano ci teneva troppo a Pork & Cindy, se Nitto Santapaola ha spinto fino all’ultimo per tenere la ghostrack da far mettere al rallentatore a Giovanni Brusca onde rivelare l’intro di Servi della Gleba.

Comunque ricordo che trascorrevo quei giorni con le cuffie nelle orecchie, spaparanzato in spiaggia fregandomene di tutto e di tutti, tranne degli albi di Zagor della discussa gestione Toninelli, che però a me piaceva. Un pomeriggio ero lì che stavo giocando a racchettoni con il mio amico Bellentani di Modena, quando d’un tratto udii dei berci ancestrali. Il tempo di voltarmi e mi accorsi che era scoppiata una guerra mondiale ristretta fra due persone muscolose. Era la prima volta che assistevo ad uno scenario del genere, tipo film di cazzotti ma dal vivo.

Pensai che erano due ragazzi evasi forse da qualche discoteca della zona, coi capelli impomatati di brillantina e dei tubetti di brillantina tatuati sugli avambracci. I due tarpani parevano gemelli e se le davano di santa ragione. Si spintonavano contro le palafitte dei bagnini e ad ogni impatto cadevano salvagenti, penne all’ammoniaca e creme solari che squizzavano indiavolate addosso a vedove coi bigodini mentre i tubetti a mo’ di nunchaku ne ribaltavano amaramente i cruciverba.

E intanto i due ringhiavano bestemmie, insulti e frammenti di frasi incomprensibili, roba che poteva essere una questione di donne o di soldi, ma anche lo scontro fra un illuminista e cardiochirurgo. «Io il rispetto te lo do ma in cambio pretendo che tu lo voglia!!!”. «Io esigo rispetto ma pretendo di avere rispetto!!!». «Io rispetto a te sono la Fenech!!!».

Uno aveva una castagna niente male, ma l’altro poteva contare nientemeno che su quello che avevo riconosciuto essere lo Spinning Lariat di Zangief, combattente russo del videogioco Street Fighter II, praticamente una piroetta su se stesso a braccia tese con cui spazzava via l’avversario che cadeva amaramente sul selciato al rallentatore.

Io e Bellentani ci siamo messi lì ad osservare, di sbieco, senza farci troppo notare che se no magari le prendevamo anche noi. Tanto per fare i noscialanti, si parlava di cose colte, come di consorzi e sindacati. E si facevano espressioni ambigue, così che ognuno dei due contendenti potesse illudersi che tifavamo per lui.

Purtroppo quello che dei due mi rimaneva meno antipatico le stava prendendo
dall’epigono di Zangief, quindi ho fatto quello che non avrei mai fatto in vita mia: sono corso a chiamare un carabiniere che era di stanza alla pista di bocce perché i pensionati non rubassero il boccino. Lui non se l’è fatto ripetere due volte, ha fatto marcia indietro con la sua gazzella e ha inforcato la spiaggia. È allora che i due gladiatori mi sono caduti da morire. Quando l’hanno visto arrivare hanno continuato a menarsi, ma i loro insulti si sono fatti molto più didattici, didascalici e plug-and-play, insomma fatti apposta perché chi arrivava in loco capisse subito come erano andate le cose.

Si berciavano informazioni che loro già sapevano, giusto per farle capire al gendarme, era una specie di riassunto urlato, un Bignami coi cazzotti. Ovviamente, per avere la ragione, dicevano tutto in maniera soggettiva: uno era fazioso, l’altro capzioso. E si abbracciavano come fratelli nella tragedia, con la voce rabbiosa ma rotta dal pianto per fare pena al gendarme e sfuggire alla galera commuovendolo. Uno dei due ha tirato fuori anche il fatto della mamma che stava tanto male. Poi è venuto fuori che era la mamma di un suo amico ed era stressata perché si era pentita dell’acquisto d’un gazebo.

In quel silenzio irreale, mentre il gendarme li squadrava severi, si è alzato un omino dalla sdraio, un vecchino basso e tremolante, con gli occhi assonnati e il costume della Simmenthal. Ha frugato nella borsa termica attaccata all’ombrellone e ha tirato fuori due pesche freschissime. Sì è avvicinato ai due con un sorriso conciliatorio alla moda di Tiziano Terzani e, tendendogli quei frutti, timidamente gli ha detto: «Scusate… via, fate la pace… volete?». L’esito? Gliele hanno ribaltate nel muso.