Anche per chi non ha dimestichezza con il mondo calcistico, la figura dell’ultras ha un suo posto nell’immaginario collettivo che oscilla tra le scritte a bomboletta sui muri, i boati allo stadio, le notizie di cronaca, i pullman colmi di persone, i fumogeni, le coreografie, i Daspo. Forse uno dei motivi per cui l’epica ultras è a oggi un elemento della società italiana così controverso, alternatamente estetizzato o condannato, è che il fenomeno si può categorizzare, a tutti gli effetti, come una sottocultura.
Proprio come i punk e i raver, con i suoi connotati politici, ideali e comportamentali. Non solo: quella ultras è una delle sottoculture più longeve d’Italia. Questa pratica arriva, infatti, nel Paese tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, sull’ondata della tifoseria hooligan inglese, ma anche come prosieguo di quell’impegno giovanile che caratterizza il ’68, l’attivismo, il bisogno di incontrarsi e condividere, rompere con il passato e creare una forma di aggregazione nuova.
Secondo Sébastien Louis, autore del libro Ultras. Gli altri protagonisti del calcio (2019), in conversazione con la rivista Ultimo Uomo, la nascita dei primi gruppi ultras si ha tra il 1967 e il 1979 ed è dovuta principalmente a «un periodo storico particolare, in cui nasce il concetto di adolescenza» e in cui «per la prima volta i giovani italiani hanno soldi e tempo libero». Oltre a ciò, continua Louis: «Bisogna poi considerare il contesto particolare dell’epoca, perché l’Italia era un Paese conservatore e non c’era spazio per sottoculture ribelli come in Inghilterra (Teddy Boys, Rude Boys, Mods e altre, nda). Con l’esplosione della passione per il calcio, e la strutturazione dei tifosi in club, era tutto pronto per creare una nuova forma di tifo».
Secondo Louis: «Gli ultras hanno anche trasformato lo spettacolo negli stadi. Prima del loro arrivo l’unico spettacolo era limitato al campo, da cinque decenni invece lo spettacolo è anche sugli spalti. Gli ultras giocano una partita nella partita, devono essere i migliori sugli spalti, anche a costo di non vedere quasi niente degli incontri sacrificandosi (come il capo-ultras) per il tifo». Se oggi questa sottocultura è tristemente famosa per essere un ambiente favorevole alla proliferazione dell’ideologia di estrema destra, tra xenofobia, misoginia e qualsiasi bieca avversione umana che termini in -ia, c’era un tempo, negli anni Settanta, in cui l’ambiente ultras era più spiccatamente associato a un’ideologia progressista. È in quegli anni che nasce, e contribuisce a rendere importante il fenomeno, il primo gruppo ultras femminile.
Ci troviamo nella Curva Maratona, allo stadio Comunale (oggi Stadio Olimpico Grande Torino) cuore della tifoseria Granata. Sono gli anni Settanta e qui nasce quello che molti hanno incoronato come il primo gruppo ultras femminile della storia italiana. Si chiama S.L.A.S. Donne Ultras e viene ufficialmente fondato tra il 1973 e il 1974 da quattro giovanissime tifose, unite dalla passione per il Toro: Susanna, Luisa, Anna e Silvia. «Una domenica mattina, in Piazza Castello, prima di una trasferta per Milano, avevo la bomboletta – inorridisco al pensiero di aver imbrattato mura storiche, ma questa è la verità – e ho iniziato a comporre le nostre iniziali: Susanna Luisa Anna Silvia, e così sono nate le S.L.A.S., soprattutto Ultras e tifose del Toro» racconta Susanna in una delle diverse interviste che ha rilasciato nel corso degli anni, tramandando con orgoglio il mito della Curva Maratona a chiunque si dimostrasse interessato a scoprirne i segreti. Le S.L.A.S. compaiono nel famoso documentario di Daniele Segre Ragazzi di stadio (1980) e in molti numeri di Calciofilm. Nel 2018, Luisa e Susanna sono anche protagoniste di uno speciale di Nemo. Eppure la loro storia non è così conosciuta, così come il loro ruolo fondamentale nell’emancipazione e affermazione della tifoseria femminile.
Spiega una giovanissima Susanna nel documentario di Segre: «Noi lavoriamo come loro. Cioè, allo stadio alla mattina alle 9.00, cinque o sei ore prima della partita. Poi due volte a settimana a trovarci, poi le bandiere…» alla fine degli anni Settanta, le S.L.A.S. arrivano a essere parte integrante degli Ultras Granata, diventando membri del consiglio direttivo composto da 8 rappresentanti di cui, per l’appunto, le quattro tifose. Non a caso il motto delle S.L.A.S. era: «Eravamo lì per la curva e per il Toro, per fare casino come loro», dove quel loro stava non tanto per i giocatori, ma per i compagni ultras uomini.
Racconta Susanna, portavoce del gruppo: «Come da tutte le parti siamo state accettate con molta difficoltà, come vedi anche adesso. Perché allo stadio, anche solo per dire, i bagni sono solo per gli uomini». Per poi continuare: «Dal mio punto di vista eravamo trattate molto male, cioè il solito ruolo sessuale delle donne e basta». Eppure la Curva Maratona diventa uno spazio libero, in cui le ultras partecipano attivamente con la gestione dei materiali, la realizzazione degli striscioni, i cori, le coreografie, alle trasferte e persino agli scontri. Susanna, in un’intervista a Toro News nel 2008, racconta di quel periodo: «Anni di partite e tifo, notti a cucire i bandieroni, lo scudetto del 1976, con la notte precedente a ornare Torino di coccarde e fiori e la sera seguente la marcia a Superga. Poi la beffa del 1977, le trasferte in coppa, l’orrida discesa in B del 1989, con il treno a Lecce e la sconfitta ignobile. Quell’anno ero incinta di 7 mesi, la polizia non voleva farmi salire sul treno della speranza e a Lecce mi hanno obbligata da sola ad andare in tribuna».
Insieme all’amica Luisa, Susanna racconta nel 2018, a Nemo: «Fidanzate, ragazze carine, a noi quel ruolo non interessava. I nostri amici ultras ci hanno accettate in un gruppo interamente maschile e anche maschilista». Continua Luisa: «Diciamo che abbiamo vinto le resistenze con il nostro atteggiamento». Poi racconta di quella fascinazione che l’ha spinta a desiderare di vedere le partite dalla Curva Maratona, dove c’era quel «ribollire di allegria, di tifo, di passione: una calamita». «Eravamo lì per il Toro, per la curva e per fare casino, come tutti loro. Non c’era niente di diverso» conclude Susanna. Questo significa, che sono state coinvolte anche negli intrinsechi episodi di violenza che, da sempre, caratterizzano le aggregazioni ultras. Susanna racconta di quando furono aggredite da un gruppo numeroso di uomini: «A Bergamo ci hanno menate. Eravamo 5 donne contro 50 uomini. Io non ho paura degli uomini, ma almeno mettiti in 4 contro 4. Di 50 uomini non ho paura lo stesso, ma ne ho prese tante». Continuano le due: «Siamo arrivati a Bergamo e abbiamo fatto il peggio che potevamo fare. Scendevamo a mani nude ed era divertente […] i nostri genitori non si rendevano conto di chi avevano in casa. Tante volte tornavamo il giorno dopo perché ci trattenevano in questura. Chiamavamo mio papà e sua mamma, che si conoscevano, e dicevamo “Sai, abbiamo forato due gomme”».
Oggi Luisa e Susanna continuano ad andare allo stadio a tifare Toro e, anche se Anna si è trasferita in Emilia-Romagna e Silvia è scomparsa nel 2004, il primato delle S.L.A.S. nel mondo della tifoseria ultras rimane un capitolo importante nella storia della controcultura italiana. Negli stessi anni in cui le S.L.A.S. prendevano posto in Curva Maratona, nascevano le Ultra Girls della Sampdoria, poi le Ragazze della Fossa del Genoa; le Donne Rossonere a Milano e le Ragazze Giallorosse a Roma; le U.R.B. Girls di Bologna e così via. Tirando le fila sull’eredità di quel periodo, Susanna non ha dubbi: «Lo stadio ci ha forgiato» e Luisa continua: «Ci ha lasciato la non paura di combattere e di affrontare a viso aperto quello che ti capita».












