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Siamo criceti che corrono nella ruota del capitalismo

I guadagni illusori dell’economia dei contenuti, il lavoro che divora la vita, la ricerca di agi e oggetti superflui che contribuisce al deragliamento climatico. Più corriamo, più danni facciamo. Vogliamo andare avanti così?

Siamo criceti che corrono nella ruota del capitalismo

Cristiano Godano

Foto: Henry Ruggeri

Scrivo questo articolo dopo alcuni mesi di stop, felice di essermi sbloccato. Il silenzio mi è stato imposto dalla rovinosa deriva della realtà, che mi sovrasta e mi lascia attonito. In una nostra canzone uscita nel 1999, una parte di ritornello dice “sono muto per difficoltà”, e potrei pensare a un tratto caratteristico della mia persona: tacere quando il caos è soverchiante, fosse anche il caos metaforico di un garbuglio psicologico. È tutto così brutto là fuori, tutto così sovraccarico di scoraggianti slittamenti verso un peggio che pare non avere fondo, giorno dopo giorno e a volte ora dopo ora…

Si potrebbe tentare un elenco interminabile di esempi, ma da Trump e consimili alle guerre totali, dai massacri di genti e popoli all’assalto alla democrazia dei tecno fascisti (sento qualcuno mugghiare in sottofondo per l’uso di queste due parole, e Alex Karp di Palantir, che sta per vendere l’umanità intera al controllo e alla sorveglianza degli Stati, se la ghigna in un altro tipo di sottofondo), dalle fomentazioni razziste del populismo inetto e ingannatore alla demolizione delle basi del diritto individuale (l’orrendo Ice in America come esempio estremo del nostro Occidente malmesso) e internazionale (il recente caso della flottiglia come tragica punta di un grosso iceberg), dai raggiri della manipolazione della rete alla polarizzazione polverizzante dell’umanità, dalle derive autoritarie della politica all’incantamento che subiamo nel virtuale che ci zombificherà con l’intelligenza artificiale, e tutto il detestabile resto immaginabile, mi parrebbe quasi di scrivere ovvietà note ai più (so che non è così in verità: nella mia bolla, come in molte delle vostre, sembra che tutti parlino dicano esprimano urlino, ma nel reale ben pochi si pongono queste questioni in maniera problematica). Ovvietà di cui si “dibatte” in uno scontro all’arma bianca in genere fatto di insulti finanche alle sfumature di pensiero: non fa per me. I miei scritti desiderano fondarsi sulla gentilezza e sulla volontà di interpretare il pensiero altrui, tenerlo in conto e eventualmente contrastarlo, se rispettabile, all’insegna di un valore purtroppo in disuso: l’onestà intellettuale. E non sanno farsi carico delle sorde insolenze.

Il chiasso della rete è fragoroso, e vi sono due tipi di chiasso a me particolarmente evidenti (è doveroso precisare che alla fin fine conosco solo Instagram e Facebook, e se ciò che sto per scrivere qua sotto è limitato a una casistica considerata insufficiente faccio ammenda fin da subito. Voi potrete sempre decidere di fermarvi qua con la lettura): quello della cagnara della sezione commenti e quello in incredibile crescita dei produttori di contenuti. Partiamo dal primo: in un mio precedente articolo consigliavo il distacco programmatico e radicale da quel bordello seguendo il mio esempio pratico, perché fino a quando ci sono riuscito ho percepito un sollievo insperato. Mi sono dunque permesso di estendere a voi lettori questo stato di benessere. Poi poco alla volta ci sono un po’ ricascato, complice l’effetto dopamina sul quale i social fondano la cattura delle nostre anime allo sbando, e sono tornato a confrontarmi, sempre in silenzio, come un osservatore sbalordito, con tutto ciò che può definire o rimpolpare il significato stesso di cagnara: arroganza, folle e pavloviana irascibilità, sordità, ottusità, assenza disarmante di dialogo, arroccamento granitico sulle postazioni trincerate dei bias, esibizione sfacciata della propria ignoranza, ridicole intimazioni a studiare (scommetterei la qualsiasi che un buon 80% di chi porge questi delicati inviti non abbia nemmeno idea di cosa voglia dire studiare).

Non tutte le persone che contribuiscono a variegare l’offerta di questi ingredienti mi appaiono, come dire, sullo stesso piano. Intanto toglierei dal novero un buon 10% di chi denota voglia di argomentare coi suoi tentativi ammirabili, con la sua intelligenza e con il suo pensiero autonomo: è un manipolo di gente commendevolmente volitiva, che prova a non spazientirsi mai. Nel 90% rimanente c’è poi chi contribuisce alla cagnara con il suo armamentario di grida e insulti dall’alto di un nervosismo inevitabile, perché è ormai doveroso dirlo fuori dai denti: quel che rimane tolti questi due gruppi è un mix letale di ignoranza e prepotenza, e di questa ignoranza e di questa prepotenza è giusto averne i coglioni pieni, anche se, va da sé, a ogni reazione alla pari, estenuata, quel prepotente sarà pronto a darti del fascista. Un giochino che ormai un po’ di gente ha cominciato a individuare liberandosi di eventuali sensi di colpa, perché non c’è nessuna colpa nel reagire nell’unico modo possibile.

Ma resta il fatto: in quel 90% tutti urlano, e visto da fuori è sconfortante, penoso e squallido. Perché quella cagnara, voluta e fomentata dalle impostazioni algoritmiche, è linfa vitale per l’arricchimento senza senso degli oligarchi che ci trattano come carne da macello piegandoci al loro business immorale: ho spiegato anni fa e più volte in miei articoli precedenti i meccanismi di questo degrado, e mi pregio, in uno di essi raccolto poi anche nel mio libro Il suono della rabbia, di aver scritto ciò che ora un po’ di gente comincia a capire a sua volta. Cosa? Beh, che loro sono i principali responsabili, e che il popolo dovrebbe accorgersene (non credo capiterà mai) per “andarli a prendere” e sradicare letteralmente dai nostri contesti e dalla nostra vita, in un impeto per così dire rivoluzionario. (Non ho mai avuto in simpatia le rivoluzioni, che sono sanguinarie, perché credo alle necessità e ai vantaggi preventivi della diplomazia. Ma allo stato attuale poco può la diplomazia: questi signori ci stanno già dominando da tempo, e dall’avvento di Internet in avanti ci hanno ingabbiati intimando ai loro figli di lasciare a noi, povera massa inutile, l’uso degli smartphone. Lo sapete vero che i figli di questi individui non possono usare gli smartphone? Sogno un’umanità che all’unisono decida di fare una riflessione molto facile su questa affermazione a suo modo sconvolgente, e di soffermarcisi con un po’ di premura: grazie alla ovvia illuminazione che ne conseguirebbe ci libereremmo dall’oggi al domani, faccio per dire, di un peso divenuto insostenibile. Ma, come ho scritto poco sopra, non capiterà).

È però il secondo tipo di chiasso della rete che mi interessa di più: cercherò di dirne in fretta facendomi traghettare al vero motivo per cui ho avuto voglia di scrivere questo articolo. Mi sbalordisce la quantità di persone che si sbattono a creare la loro pagina all’insegna di contenuti di qualche tipo di spessore: dal benessere mentale a quello fisico, dalla politica alla geopolitica, dalle questioni motivazionali ai consigli finanziari, da quelli musicali a quelli cinematografici, dalla filosofia alla fisica, dalle esigenze di dieta a quelle nutrizionali, dal fitness a qualsiasi altro sport, e via elencando, è tutto un frenetico fiorire di volenterosi (e tanti cialtroni, alcuni dei quali fastidiosissimi e in certi casi pericolosi) che si buttano. La narrazione è d’altronde attraente: tutti ce la possono fare, Internet è un munifico dispensatore di opportunità! Sono spesso profili curati con particolare premura, e l’abnegazione impiegata per fornire contenuti continuativi è pregevole. La continuità nella produzione è d’altronde prerogativa essenziale: la gente si è abituata alla gratuità e all’abbondanza, e per fidelizzarla la devi viziare bene. Se smetti di produrre a spron battuto gli algoritmi se ne accorgeranno e prenderanno per mano gli “interessati ma fino a un certo punto” per condurli altrove dopo una pesata approssimativa del loro cestino di gusti eterogenei.

Quindi quelli che provano veramente a monetizzare inseguendo il sogno della libera iniziativa in rete inaugureranno la loro personale stagione di immersione full time nel cimento, illusi di potercela fare. Ma la monetizzazione in rete è sostanzialmente una chimera: posso immaginare di poter scrivere che massimo un 10% di chi ci prova – credo sia stima molto al rialzo – ce la fa, mentre il resto impiega a volte il suo tempo anche molto bene (si cresce in acquisizioni e conoscenza se ti sbatti così tanto) ma non remunerato, se non nella misura delle famose briciole. Dunque lo butta in verità quel tempo, e butta nel cesso dei feed un ammasso di reel e parole non sue, in quanto di proprietà dell’oligarca di turno, quello che ti ospita con tanta cordialità nella sua piattaforma. La sapete tutti, no?, la storiella che ciò che lasci nei social non è tuo e che se qualcuno decidesse di chiudere il tuo profilo non ti rimarrebbe nulla? Beh, più che una storiella è la ovvia realtà. Ora, un conto è se hai impiegato il tuo tempo a produrre contenuti in funzione di una tua attività che vive nel mondo là fuori (i musicisti ad esempio regalano i loro bei post ma il loro guadagno non dipende in maniera diretta da quei post: il loro guadagno sta nei live, e ormai solo in quelli), un conto è se hai investito la tua vita per inseguire la favola. Perché in quella favola nessuno ti dice che le briciole sono davvero briciole: così come uno streaming mette nelle tasche di noi musicisti 0,004 euro da dividere con la casa discografica in proporzioni impari (80 e 20 in genere, e 80 non è la quota spettante al musicista), così i click, i cuoricini e le visualizzazioni fanno con i raggirati che sto tratteggiando qua. Ho conosciuto una volta uno youtuber che aveva due o tre milioni di follower: monetizzava meno di 900 euro lordi al mese. E si faceva un culo come una casa per tenerseli, i suoi beneamati follower. Capito gli oligarchi quanto bene ti vogliono?

Mentre scrivo mi accorgo che potrei allungarmi veramente ad libitum con le considerazioni e gli esempi (e vorrei anche dirne bene, perché davvero molti di quei profili svolgono un lavoro ammirevole e per certi versi utile) ma avevo detto che volevo disfarmi in fretta di questo secondo caso di chiasso in rete. Perché da qui vorrei arrivare con un volo pindarico e una giravolta spaziale all’assunto che il capitalismo è una inculata.

È una mia acquisizione relativamente recente e sono consapevole di essere tremendamente in ritardo (per qualcuno sarà un chiaro caso di scoperta dell’acqua calda, considerando anche che in molti se ne stanno accorgendo). L’illuminazione definitiva l’ho avuta circa tre anni fa con la lettura di Capitalismo avvoltoio, di Grace Blakeley, libro del Saggiatore, che è una casa editrice autorevole e serissima. Una esposizione che ha saputo scardinare alcuni miei bias radicati, e che mi ha fatto poco per volta scoprire quanto noi esseri umani si sia null’altro che il motivo per cui i capitalisti si arricchiscono (attenzione: intendo dire da quando il capitalismo esiste, non dalle aberrazioni recenti dei BezosZuckerbergThieleccetera. Dovreste leggervi, che ne so, di Henry Ford, tanto per dire, epoca inizio 1900). Siamo la loro premessa, non gliene frega un cazzo di tutti noi, operai o partite Iva o professionisti all’assalto, se non in modo astratto, e la loro eventuale premura è in filo diretto coi valori appresi da giovani se una buona educazione hanno ricevuto: la sacralità della vita e altre due o tre cosucce a essa connesse. Null’altro. (Se vi leggeste quel libro scoprireste quanto in concreto anche della sacralità della vita non gliene fotta in verità un benemerito cazzo). Perché se diventi “uno così” impari in fretta a disinteressarti di tutto il resto: quello che ti serve è soggiogare chi ti regala la sua vita con le sue ore di lavoro pagandolo il meno possibile. Quello che conta è sempre e soltanto l’utile e l’accumulazione. Per quanto banale e semplicistico possa sembrare… è tutto qua. E non vedo molte facce convinte fra voi lettori…

Diciamolo allora un pelo meglio: appare sempre più chiaro a un discreto numero di persone che il capitalismo è una specie di gigantesca gabbia in cui l’umanità è fatta convogliare, sedata, abbindolata, raggirata da una narrazione totalmente fraudolenta che invita a credere che c’è posto per tutti con la propria libera iniziativa. Il posto c’è, è evidente, è una casella vuota nel virtuale delle cose possibili, ma le condizioni per raggiungerlo sono ardue e il mantenimento della posizione sociale che ne consegue è proibitivo e nella stragrande maggioranza dei casi sottoposto a delle limitazioni frustranti: arrivi dove ti è concesso di arrivare, ovvero molto poco in alto, e la ricchezza tanto cercata è mediamente un miraggio (il sogno americano, ammettendo che sia nato candido e veritiero, si è guastato molto in fretta).

Per arrivare a vederlo e sognarlo, questo miraggio, si è portati ad accettare come necessario e inevitabile un assoggettamento alla vessazione dell’attuale cosiddetto h24, per il quale passi la tua vita a farti spremere come un limone. Sarà banale sottolinearlo, e sarà indigeribile ai più, ma non c’è alcun senso nel sacrificare la propria vita, che è una soltanto, a una imposizione che giova solo ai ricchi capitalisti. Gli si dà la propria dedizione secondo un patto non scritto eppure accettato come normale, tipo affiliarsi a un’azienda e alle sue regole per una vita intera in cambio di una paga, e ci si ritrova in pensione a 70 anni stanchi e ben poco adatti a godersi il meritato riposo (che poi più che al riposo uno dovrebbe semmai aspirare a godersi la vita in buone condizioni di salute e energia). E le cose non migliorano per nulla se apri la tua bella e fiera partita Iva: mutatis mutandis sarai soggiogato a un diverso e per molti aspetti ancor più vessatorio h24. Qualcuno otterrà sicuramente la sua modesta soddisfazione di imprenditore “di successo”, invero pochi, ma dal mio punto di vista non in grado di controbilanciare una vita perduta nell’affanno di una quotidianità ansiogena e mediamente grigia. Ma non c’è niente da fare: per la stragrande maggioranza questo è quel che è ed è giusto così.

(Voglio prevenire l’accusa di chi sta magari pensando «parla bene lui, dall’alto del suo successo»… Intanto vi ricordo le briciole di cui parlavo prima – non scordatele, non sarebbe intellettualmente onesto – e poi posso dire che con ogni probabilità il principale motivo per cui cercai con tutte le mie forze di diventare musicista ineriva proprio il fatto di non voler diventare carne da macello tartassata dalla routine monocorde. Era una motivazione molto vicina all’azzardo nonostante tutto l’impegno profuso, e poteva andarmi malissimo. Ergo si può evincere che già allora pensavo alcune delle cose che scrivo qua in questo momento, e in Primo Maggio, canzone dei Marlene del 2001, scrivevo con ironia: “il lavoro debilita l’uomo”. Eppure – scusate questo piccolo accenno autoreferenziale – ho passato centinaia di notti a lavorare fino alle 3 o le 4 o le 5 del mattino, per concerti o per scrivere, pensare, elaborare, e di circa 3000 concerti fatti ne ho saltato solo uno perché avevo 39 e mezzo di febbre, perché con 38/38,5 in corpo salivo e urlavo più o meno come sempre. A ognuno i suoi culi. E nonostante ciò sì, certo, la vita del musicista è più bella, se si ha la fortuna di poterla fare dopo aver fortemente rischiato di fallire. E prima del furto di internet lo era sicuramente di più).

Le molte persone di cui facevo cenno, quelle consapevoli di tutto ciò, sono invero assai poche se rapportate a tutti coloro che ancora credono alla narrazione fraudolenta, e ciò è manifesto nella polarizzazione ridicola che oppone sinistra e destra, o i loro simulacri, sul tema. Tale per cui è proprio vera quella affermazione che lessi da qualche parte nei social: il capitalismo è quella cosa che fa sì che tu, povero, odi i poveri, e un ragionamento dubitante come il mio è meccanicamente derubricato a delirio da zecca comunista. Una patetica guerriglia fra infelici rabbiosi orchestrata da chi/cosa li usa e inscatola per la sola cosa che preme: l’accumulo di capitale e ricchezza personale. Beccatevi anche questa di Jeff Sparrow, scrittore australiano, davvero rimarchevole e deliziosa: «Tutto quello che ci faceva paura del comunismo – che avremmo perso le nostre case e i nostri risparmi, che ci avrebbero costretto a lavorare tutto il tempo per un salario scarso e che non avremmo avuto alcuna voce contro il sistema – è diventato realtà grazie al capitalismo». E questa del celeberrimo John Maynard Keynes, economista studiato non solo dagli economisti nel corso di un secolo: «Il capitalismo si basa sulla bizzarra convinzione che in qualche modo delle persone abominevoli, per motivi abominevoli, si occuperanno del bene generale».

Se per te che leggi io sono una povera zecca comunista, tu, mi spiace davvero dirtelo, sei un utile idiota. Non ho idea se la soluzione sarebbe un contesto sociale come quello immaginato da Marx (no, Il capitale non l’ho letto e spero prima o poi di farlo), causa la complessità della natura umana e dell’interazione fra le persone e i loro ego individuali (siamo animali sociali), ma so che quello che sto dicendo sul capitalismo è sostanzialmente vero. Facile dunque arguire che il capitalismo su Marx abbia allestito un gigantesco spauracchio a sua propria e unica difesa: e ne siamo stati tutti vittime. (Una parentesi ancora: non è il significato di “comunista” che mi infastidisce, quando parlo in certi termini, è il ribrezzo ostentato con cui viene affiancato alla parola “zecca” a essere del tutto insopportabile. Non ci sono molti comunisti in giro, semmai ci sono tanti antifascisti, e io per inciso lo sono a mia volta, senza se e senza ma. E sono perfettamente in grado di dire che non tutti quelli che votano a destra sono fascisti o credono di esserlo, anzi: ma molti sembra quasi che preferirebbero diventarlo piuttosto che rischiare di essere confusi con tutto ciò che detestano a priori, le zecche comuniste. Questo pregiudizio basato sul nulla – il comunismo non c’è mai stato in Italia, e in ogni caso Marx, il cui pensiero è stato sconquassato e alterato dall’orrido esperimento russo-sovietico negli anni di Lenin e Stalin, aveva a cuore il benessere esistenziale di ogni singolo individuo: non mi pare una cosa negativa, visto che riguarda anche te, e anche lui, e anche loro eccetera – questo pregiudizio, dicevo, è figlio della narrazione capitalista, la cui scaturigine credo di poter dire sia americana).

Ma tutto quello che ho scritto fin qua non è ancora la vera cosa che volevo sottoporre alla vostra attenzione. Ve la snocciolo ora e porto alla chiusura questo mio articolo, consigliandovi semmai la lettura, non agilissima ma del tutto comprensibile a chi è abituato a leggere, di quel libro che vi ho segnalato poco fa.

E dunque, in conclusione: a qualcuno di quei molti che in verità sono pochi, appare anche chiaro che le esigenze del capitalismo sono la probabile causa prima del deragliamento climatico a cui sottoponiamo noi stessi e soprattutto le generazioni future. Con la nostra drogata e lobotomizzata richiesta costante di agi surreali e oggetti superflui, lo legittimiamo a commettere una serie corposa di nefandezze, che in primis infettano i Paesi poveri e non occidentali costretti a subire impoverimenti e catastrofi a causa nostra. Delocalizzazione delle produzioni, traslazione/esternalizzazione dei costi, depredazione, sfruttamento di risorse naturali limitate, alterazione degli ecosistemi, deturpamento di terreni e coltivazioni con l’agricoltura di sovrasfruttamento, alla ricerca del profitto immediato in assenza di visioni a lungo termine, togliendo a loro per dare a noi: tutte cose che la subdola narrazione del capitalismo ha spinto per trasformarla in litania barbosa nella mente dell’occidentale medio, che si spoglia del senso di colpa attraverso una rimozione incantata e priva del doveroso senso critico.

Ci puliamo curiosamente la coscienza nascondendo ai nostri occhi le magagne, e facendo così spostiamo e procrastiniamo il problema innescato. Che però è molto meno lontano nel futuro di quanto si creda. E nel frattempo, dico a caso, si allestiscono nuovi complottismi in seno alla geoingegneria, che quel problema innescato sta cercando di affrontare (l’incognita della geoingegneria non sono le sue intenzioni, ma il fatto che non siano ancora del tutto chiare tutte le conseguenze di certe azioni: è l’urgenza del problema – il rischio per l’umanità a causa del riscaldamento globale di cui siamo responsabili – che impone esperimenti in un contesto delicato come l’enorme complessità del sistema-clima): una grottesca raccolta firme partita in questi giorni vorrebbe arrivare a «vietare la dispersione deliberata di sostanza nell’atmosfera»… Ridere o piangere? Questo è il dilemma. (Ancora una precisazione da leggere con una certa attenzione: quando scrivo “certe azioni” non intendo “scie chimiche”, che non esistono: intendo ciò che si fa in seno alla geoingegneria per tentare di risolvere il problema, tipo ridurre la radiazione solare che colpisce la Terra e rimuovere l’anidride carbonica dall’atmosfera. Offendiamo e alteriamo la natura così facendo? Sì, per certi versi sì, purtroppo, ma se avessimo dato più ascolto alla scienza e ai derisi ecologisti nel corso degli ultimi 70/80 anni, non saremmo a questo punto… È già da un secolo e passa che offendiamo e alteriamo la natura, e loro ce lo hanno detto in tutti i modi possibili. Semmai la geoingegneria si avvicina idealmente a quella roba che infervora i preoccupati – per brevità: complotto – se e quando viene gestita dai soliti penosi tecno-feudatari capitalisti anziché essere coordinata nel pubblico: perché con loro diventa una operazione di greenwashing. Il capitalismo infatti dovrebbe solamente ed essenzialmente impegnarsi nel NON fare tutto ciò che ho scritto giusto qua sopra, anziché tentare di rimediare con qualcosa – la geoingegneria – che non intacca i loro profitti. Dovrebbe essere chiara la differenza. Che poi… come si può pensare che vogliano fare danni in un cielo che sta anche sopra le loro teste? Cos’è? Tutta gente che prevede a breve un ritiro a vita in qualche rifugio sotterraneo mentre l’umanità soffoca nelle impurità dei cascami delle scie chimiche? E quanta parte della loro parentela e dei loro amici si porterebbero con sé negli anfratti cavernosi del mondo, magari per agganciarsi amichevolmente alle deità ctonie? E quanti dei loro amici implorerebbero per portarsi dietro a loro volta i loro consanguinei e i loro amici più intimi? Ridiamoci su…).

Non si tratta più, ovviamente, di una questione personale, e ormai da tempo: il singolo individuo consapevole e virtuoso ben poco può con la sua retta condotta, se il sistema in cui vive vira in direzione contraria. E ben poco possono le azioni virtuose di migliaia e migliaia di individui virtuosi come lui: il problema ormai è ben più grosso, e non è certo una novità per chi queste cose le ha capite. E diventa tragicamente enorme se si pensa che a destra e all’estrema destra gli si nega la validità: con Trump, l’esempio più eclatante a capo di una sequela rabbrividente di capi di Stato in sintonia col pensiero negazionista/menefreghista, sono accadute così tante cose negative e ostative alla causa che risulta demoralizzante il pensarci su con l’ostinazione di chi prova a resistere. Fra di esse quella che appare la più stupida e sconfortante di tutte: la guerra, soggetto della storia tornato attivo laddove quelli come me, nato nel 1966, pensavano non ci potesse e dovesse più riguardare. Le guerre sono tante purtroppo, si allargano minacciosamente anche a noi occidentali e hanno diversi iniziatori, ma l’attuale presidente degli Stati Uniti d’America è pur sempre uno dei più influenti e potenti di tutti, e la combo negazione/guerre si attaglia su di lui (e grava su di noi) come il simbolo funesto di una ingiusta sventura. Pensate anche e soltanto a quale incredibile stillicidio di emissioni quotidiane di combustibili dannosi avviene ogni giorno, mentre si bombardano civili e si distruggono territori sotto l’egida di un business fra i più fetidi che all’uomo tocca digerire da sempre e per sempre: l’economia di guerra, quella che arricchisce spudoratamente i capitalisti, i signori del capitalismo, quella cosa di cui ho parlato poco sopra… Una persona in grado di riflettere non può non rimanere esterrefatto da una così stordente stupidità, che coinvolge tutti noi.

Una precisazione: ho scritto questo articolo prima delle ondate di calore che stiamo vivendo in questi giorni e che mi stanno facendo spesso andare a dormire con uno stato di pura angoscia. Ora come ora se scrivessi un nuovo articolo – credo che lo farò – tornerei probabilmente sul tema del cambiamento climatico: frustrato e disilluso partirei dallo spettacolo che faccio con Telmo Pievani, Canto d’acqua, dove da tre anni a questa parte proviamo a dare ai cittadini le parole giuste, tra l’entusiasmo della scienza e la suggestione dell’arte, per far capire il disastro in cui ci stiamo buttando a capofitto, per poi inveire contro la drammatica, mostruosa, irresponsabile ignavia della nostra classe politica mondiale e la pericolosa furfanteria di chi esibisce stronzate negazioniste nei suoi profili facendo ottusi proseliti. E vi racconterei di quella volta che dialogando a cena con Stefano Mancuso… Vedremo. Se mi è chiaro che scriverne o farne addirittura uno spettacolo serve a poco meno di nulla, mi è altrettanto chiaro che mi farebbe bene per liberarmi, almeno nelle varie ore della stesura dell’articolo, di una pressante sensazione di smarrito disincanto e distacco. La verve con cui scrivo certe cose, la passione che ci metto, corroborano, e mi sollevano per qualche salvifico istante.

Vi saluto copiaincollando un passaggio emblematico estratto da una recensione al libro di cui vi ho detto, trovata nel bel sito Doppiozero. Per i più interessati questo è l’articolo. Quanta ammirazione e stupefazione provo per la lucidità di certe menti geniali che vedono le cose con 100 e passa anni di anticipo! Walter Benjamin, Max Weber, Saint-Simon… i professorooooni!

«Perché il capitalismo è una religione (lo scriveva il filosofo Walter Benjamin cento anni fa), la più cultuale mai esistita e ci chiede incessanti atti di fede (e i centri commerciali hanno sostituito le chiese come luoghi di culto), una religione “a durata permanente del culto” dei “veneranti”, cioè tutti noi? O perché, come aveva scritto circa venti anni prima di Benjamin il sociologo Max Weber, il capitalismo è una gabbia d’acciaio “che oggi determina con strapotente costrizione, e forse continuerà a determinare finché non sia stato consumato l’ultimo quintale di carbon fossile, lo stile della vita di ogni individuo, che nasce in questo ingranaggio” – e oggi ancora di più? Oppure perché ci siamo rassegnati a equiparare società e industria, come chiedeva già il positivismo ottocentesco di Saint-Simon (“l’industria è il punto di partenza così come la meta di tutti i nostri sforzi; e lo stato di cose più favorevole all’industria è anche il più favorevole alla società e quindi “gli uomini non sono che strumenti del sistema industriale e non possono mutarne il corso”) o di Auguste Comte (“la meta finale consiste nel giustificare e rinforzare l’ordine sociale, favorendo una saggia rassegnazione”)? E il neoliberalismo, egemone nel mondo da quarant’anni, non ci impone anch’esso di adattarci alle esigenze della rivoluzione industriale, cioè del capitalismo, come insegnava il neoliberale Walter Lippmann (vedi qui), e in caso contrario “ogni ribellione verrà sedata” – come ripropone oggi, in Italia, il ddl Sicurezza? E dal neoliberalismo non stiamo arrivando alla oligarchia (tecnologica ma ormai anche politica) di Musk e della Silicon Valley, antidemocratica e illiberale per sua natura e vocazione, tra post-umanesimo, anarco-capitalismo, accelerazionismo, muskismo e darwinismo/disruption sociale e ambientale?».