San Valentino, per come lo intendiamo in Occidente, dura una sera sola. Il 14 febbraio arriva, qualcuno punta sui fiori, altri sul cioccolato o sul regalo, e il resto è un misto tra aspettative, logistica e lamenti. In Asia la storia non funziona così. Spesso c’entrano regole sociali, calendario e marketing. L’amore non sta dentro una data sola. Si distribuisce nei mesi, si ripete, cambia formato e soprattutto ti chiede il conto più di una volta. Alla fine, spesso, la parte più “romantica” è anche la più concreta e la meno poetica. Cosa mangi, cosa regali, quanto spendi e quanto ti esponi davanti agli altri.
Corea del Sud
Qui San Valentino non è una data, è un abbonamento a Substack. Il 14 febbraio, per tradizione, sono soprattutto le donne a consegnare il cioccolato, e il tipo di confezione che si sceglie equivale a un messaggio preciso per chi lo riceve. C’è quella romantica, per il partner o per una crush, e c’è quella di cortesia, pensata per amici, colleghi o insegnanti. Un mese dopo arriva il White Day e, se un uomo ha ricevuto, è praticamente chiamato a rispondere con dolci e caramelle. Poi c’èil Black Day, il 14 aprile, ed è il momento in cui i single diventano protagonisti andando a mangiare jajangmyeon, i noodles con salsa nera di fagioli. Ma il vero colpo di genio è che quel 14 non si ferma lì.
Esiste un calendario che moltiplica i San Valentino come se fossero le stagioni di Law & Order SVU. Si chiamano Fourteen Day, ricorrenze fissate al 14 di ogni mese che hanno preso piede tra giovani e studenti dalla seconda metà degli anni Novanta, e che allungano l’amore per tutto l’anno, rendendo ogni mese un’occasione per continuare a spendere. Ci sono giornate come il Wine Day, che è l’alibi per bere e chiamarla ricorrenza, il Rose Day e il Movie Day, chiari già dal nome. E poi arriva l’ultimo cavaliere del romanticismo, l’Hug Day, che, forse, almeno sulla carta, è l’unico giorno in cui ci si può presentare a mani vuote e provare a cavarsela lo stesso.
Giappone
In Giappone, a San Valentino, sono quasi sempre le donne a regalare il cioccolato, ma qui quel gesto diventa un’etichetta sociale e ti costringe a essere più chiara che in Corea. Il 14 febbraio non è tanto ti amo quanto so esattamente che ruolo ho nella tua vita. C’è l’honmei choco, quello preparato per le persone più importanti, spesso fatto a mano o scelto con cura. E poi c’è il giri choco, quello da ufficio, economico, impersonale ma indispensabile per non fare offendere i colleghi al lavoro. Negli anni, intorno a queste due categorie si sono accumulati sottogeneri che raccontano quanto la tradizione si sia allargata. Tomo choco per le amicizie, jibun o mai choco per se stesse, sewa choco per ringraziare mentori e figure senior, e fami choco per la famiglia, soprattutto padri e nonni.
Negli ultimi anni, però, qualcosa si è incrinato. Molte aziende hanno cominciato a scoraggiare o vietare il giri choco, perché quel gesto, in teoria innocuo, è diventato quasi una tassa. E anche i brand hanno iniziato a spingere nella stessa direzione, con campagne che invitano le donne a smettere di sentirsi in dovere. Un mese dopo arriva il White Day, che è in pratica il saldo di un debito (da parte degli uomini) con gli interessi. Il non detto è che il regalo di ritorno dovrebbe valere due o tre volte quello ricevuto, regola non scritta che però conoscono tutti.
Cina
In Cina San Valentino arriva due volte l’anno. Da una parte c’è il 14 febbraio, sempre più simile a quello occidentale, con cene, rose, regali e cioccolatini. Dall’altra c’è Qixi, la Festa del Doppio Sette, che cade il settimo giorno del settimo mese lunare, quindi tra fine luglio e agosto a seconda dell’anno. Qui il romanticismo nasce da una leggenda astronomica, la tessitrice Zhinü e il pastore Niulang, Vega e Altair, separati dalla Via Lattea e autorizzati a incontrarsi una sola notte all’anno.
Qixi non è solo la data in cui prenoti un ristorante. È anche una giornata da tempio. Ci vanno coppie e single per pregare il “Vecchio sotto la luna”, l’equivalente locale di Cupido, oppure Zhinü, con la richiesta più semplice del mondo, trovare l’amore o farlo andare bene. Il resto appartiene più alla memoria culturale della festa. In passato le ragazze mostravano le proprie abilità domestiche, come il cucito o l’intaglio dei meloni, e c’era perfino un gioco di divinazione in cui si faceva galleggiare un ago in una bacinella d’acqua, se restava a galla era considerato un segno, eri pronta per sposarti.
Il lato più romantico era, e per qualcuno lo è ancora oggi, quello notturno, guardare il cielo per cercare Vega e Altair e immaginare il loro incontro, oppure infilarsi sotto un pergolato di vite per provare a sentire il loro sussurro. E poi c’è la Cina di oggi, dove, oltre alla corsa a registrare il matrimonio il giorno di San Valentino, i regali sono diventati quasi un genere a sé, soprattutto quando sono commestibili. Se in Europa si litiga su quante rose siano appropriate, qui spesso la domanda è cosa ci metto al posto delle rose. Da tempo circolano mazzi costruiti non solo con fiori, ma con snack, cioccolatini, bibite, peluche, piccoli oggetti da mangiare e fotografare. E se da una parte della bilancia ci sono questi gesti spesso strambi, dall’altra parte spunta la pettiness dei single. Nel 2014 a Shanghai un gruppo di single comprò tutti i biglietti con posti dispari di una sala al cinema, così le coppie furono costrette a sedersi separate durante un film romantico. Non cambiava niente, ma era esattamente quello il punto.
Il resto dell’Asia
Se si allarga lo sguardo, viene fuori un album di riti in cui il cibo è spesso la miccia, o almeno il simbolo. In Malaysia c’è Chap Goh Meh, che arriva con la coda del Capodanno lunare. Le single scrivono il nome su un mandarino e lo lanciano in acqua sperando che qualcuno lo raccolga. Nelle Filippine San Valentino si vede anche in formato collettivo, con matrimoni di massa organizzati per chi non può permettersi una cerimonia. In India invece diventa una settimana intera, un calendario di micro ricorrenze che ti accompagna dal primo gesto fino al 14 febbraio. E poi ci sono le città che non si limitano a “festeggiare”, ma organizzano. Bangkok quest’anno ha annunciato la possibilità di registrare matrimoni gratuitamente il 14 febbraio in dieci location a tema, tra uffici distrettuali e punti fuori sede, con premi come certificati di matrimonio d’oro, voucher di hotel e gadget. Le immagini più cinematografiche sono la registrazione a bordo della linea rossa della metro, in versione Love in the Sky, e quella nel distretto Bang Rak, che significa “villaggio dell’amore”. Il resto è una lista di scenografie pronte per finire su TikTok, da Wat Arun in fascia mattutina fino a hotel che hanno creato il perfetto manuale per ogni bridezilla che si rispetti, aggiungendo cerimonie e dettagli per chi vuole la giornata “speciale” completa.
Se alla fine vi chiedete perché in Asia San Valentino non si fermi al 14 febbraio, la risposta è banale e molto meno poetica di quanto vorremmo. Perché vende. Regge sulle coppie e pure sui single, sul cibo, sui regali, sulle micro uscite, sul bisogno di segnare una data e farla diventare un gesto riconoscibile. E soprattutto regge sul portafoglio, perché è un romanticismo molto commerciale, progettato per tornare a intervalli regolari e trovare sempre un nuovo motivo per farvi comprare qualcosa. Poi, certo, ci sono anche le emozioni. Ma di quelle magari ne parliamo un’altra volta.
